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Quella partita di calcio in strada di tanto tempo fa. Di Alberto Alfieri Bordi PDF Stampa E-mail
Martedì 12 Settembre 2017 06:26

 

Circonvallazione Clodia, a due passi dalla sede RAI, era una specie di paese dentro la città di Roma negli anni sessanta, tra lo stadio Olimpico e la  basilica di san Pietro. Quasi l'ombelico del mondo. Un marciapiede come terreno di gioco, tanti ragazzini inseguono sudati e felici una piccola palla di gomma. Senza soldi in tasca e con tanti sogni nella testa.....

 

 

Questa storia nasce su un marciapiede, dove un giorno di tanto tempo fa, un nugolo di ragazzini in calzoncini corti iniziò giocare una stupenda partita di calcio. Non c’erano state presentazioni, sembrava che ci conoscessimo da sempre, che fossimo nati  insieme nella polvere di quella strada, dove gli ingressi dei numeri civici 19 e 21 rappresentavano le porte del nostro campo di calcio.

Inseguivamo una palletta di gomma da due soldi, che riuscivamo a colpire con grande stile  e straordinaria abilità; sembravano magici quei nostri piedi. Ed in quella partita ognuno di noi tirava fuori sé stesso, il suo carattere, la sua personalità più vera: c’era chi giocava con la sola forza dei muscoli, chi mostrava intelligenza  raffinata in ogni passaggio; lì vedevi l’altruista, sempre disposto ad aiutare il compagno a corto di fiato; l’egoista, che da solo cercava ostinatamente la gloria del gol; c’era chi colpiva duro, magari alle spalle, e chi ti contrastava a viso aperto, mai con acredine o rancore; il semplice ed oscuro esecutore di ordini affiancava il regista di quella squadra improvvisata; era questi che sapeva illuminare con la sua fantasia ogni fase del gioco. E poi c’era il pauroso, il coraggioso, il grande faticatore, sempre sudatissimo; c’era chi capiva quando era il caso di indietreggiare, chi era disposto a tutto pur di vincere la contesa.

Ed intanto le nostre scarpe si aprivano ogni momento di più e non avevano la minima voglia di condurci a casa. In quel marciapiede di piazzale Clodio c’era la felicità incontenibile di chi aveva fatto gol e la malinconia abissale dell’avversario beffato. E dietro quella palla di gomma crescevamo tutti insieme, giorno dopo giorno, come fiori dello stesso giardino, toccandoci con le nostre giovani radici.

Ora su quel marciapiede sono arrivate le automobili, con i loro brutti musi, e quei ragazzini sono diventati grandi, ma se ci parli e li guardi da vicino ti accorgerai che sono gli stessi di quella famosa partitella ed hanno gli stessi ruoli di allora: l’egoista pensa ancora solo a se stesso, il timido si preoccupa di non esporsi, il grintoso si è fatto largo a gomitate anche nel lavoro; chi ha fatto gol allora, ne ha fatti altri dieci, cento, mille. Ora pensiamo tutti da adulti, non chiediamo più gli spiccioli ai genitori, ma quelle scarpe rotte, quelle ginocchia insanguinate, quei giochi e quei compagni di allora li abbiamo ancora nel cuore. Adesso ci sono granelli di felicità che cerchiamo di cogliere, altri spicchi di malinconia che vogliamo allontanare, ma la partita è sempre la stessa e non è finita: sono cambiate solo le squadre con le quali giochiamo. Quella partita si chiama vita.

(L'articolo è stato pubblicato sulla rivista La voce del Viminale)

 

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