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Quando la statua fa scandalo: è l'Afrodite di Cnido, attribuita a Prassitele, l'opera che nel IV secolo avanti Cristo introdusse il nudo femminile marmoreo nel mondo greco PDF Stampa E-mail
Martedì 25 Settembre 2018 12:36

 

 

Sembra che l'isola di Coo rifiutò di ricevere la statua proprio a causa della nudità della divinità rappresentata, ritenuta immorale e blasfema.

 

Di diverso avviso gli abitanti di Cnido che la acquistarono per ornare il naos del piccolo tempio dedicato ad Afrodite Euplea (della buona navigazione) e vollero rappresentarla con un certo orgoglio anche sulle monete.

La scultura rappresenta la dea Afrodite nuda, ma composta e pudica, nell'atto di apprestarsi a fare un bagno. Non si ha traccia dell'originale di Prassitele, databile  intorno al 360 a.C., forse distrutto in un incendio, mentre numerose sono le  copie di epoca romana, tra le quali spicca quella conservata nel Museo Pio-Clementino, il complesso più grande dei Musei Vaticani, sistemato nel Palazzetto del Belvedere.

Come le altre sculture di Prassitele, anche questa statua va osservata preferibilmente in posizione frontale, l'unica che consenta di coglierne appieno la grazia, la seduzione, la lucentezza, la morbidezza delle forme.

La sua nudità è un elemento voluto di seduzione, accentuato dalla lucentezza delle superfici del marmo e dalle forme morbide e femminili del corpo che si muovono nello spazio disegnando un profilo sinuoso, che sembra riconducibile al corpo della modella Frine oppure alla giovane Cratine, amata dall'artista.

 

 

 

 

La L’Afrodite di Cnidia ha indubbiamente ispirato la produzione scultorea successiva, inclusa la Venere di Milo, statua in marmo pario di oltre due metri di altezza, priva delle braccia e del basamento originale,  risalente  al 130 a,C. circa e conservata al Museo del Louvre di Parigi. Attribuita  ad Alessandro di Antiochia anche se in passato alcuni la attribuirono erroneamente a Prassitele, la Venere di Milo, summa dei diversi stili dell'arte del periodo classico, venne ritrovata spezzata in due parti nel 1820 sull'isola greca di Milo da un contadino che nascose l'opera,  la quale fu poi sequestrata da alcuni ufficiali turchi e rivenduta ad un nobile francese. Fu celebrata da artisti e critici di ogni tempo come migliore rappresentazione della bellezza femminile classica.

 

Emana seduzione anche la Venere Esquilina che si può ammirare in una delle sale dei musei capitolini, a due passi dal magnifico salone che ospita la statua equestre originale diMarco Aurelio.

 

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