LA FINESTRA SULL'OLTRE. Di Maria Vittoria Catapano Stampa
Giovedì 30 Ottobre 2014 16:58

Terzo classificato al Primo concorso letterario intitolato a Luigi Squitieri avente per tema "Oltre il quotidiano storie di emozioni ed incontri".

C'è un oltre che noi possiamo scegliere che ci distacca dalla banalità del vivere un presente fatto di gesti ripetitivi da automi, quando il quotidiano ci sta stretto, e in quell'oltre possiamo essere e divenire "altro da noi", vivere nell'immaginario mille altre vite in contemporanea a l'unica che stiamo vivendo.

Possiamo modellare quest'immaginario come lo scultore forgia la creta e credere che quest'immaginario si trasformi in una realtà che ci piace e che ci appaga.

Ci può appartenere tutto ciò che viviamo anche solo nelle proiezioni, solo se abbiamo il coraggio e la forza di proiettare i nostri desideri su uno schermo invisibile ed essere spettatori e registi del nostro film contemporaneamente.

Tutto questo è nelle nostre mani, come lo è la capacità di realizzarlo restando immobili seduti ad una scrivania dentro una stanza.

Sta a noi la scelta.

"Stai cercando te stessa tra la polvere e le stelle è questo lo spazio che hai a disposizione", mi ripeteva il brusio dell 'anima quando tentavo di abbracciare con sguardo affamato l'orizzonte e il dettaglio.

Pensavo alle cose marginali e a quelle importanti come la vita, prepotente che ci passa sopra senza chiederci il permesso, senza una direzione precisa e ci cammina dentro senza appartenerci, passi che non imparano da altri passi o che spesso ricalcano vecchie impronte.

Abbiamo l'agilità di acrobati in bilico su fili tesi tra l'io e l'universale, di giocolieri che lanciano birilli nel cielo.

Esiste una rete tra il cielo e la terra che ci raccoglie?

La finestra di legno accanto alla scrivania quattro metri per tre circa è stata, per trenta anni, l'unico spazio d'aria della piccola stanza condivisa con una collega. Ho sbirciato da quella fessura il mondo oltre la mia realtà lavorativa.

Quando pioveva, il legno troppo logoro dalle piogge invernali, non riusciva a trattenere le infiltrazioni d'acqua e, durante il giorno, entrava poca luce e tanto smog.

Per anni il mio spicchio di panorama "il mio oltre" sono stati i palazzi di fronte, le macchine, le autoambulanze, i clacson e le sirene: urla di una città in delirio che aveva fretta di correre, di andare, di non fermarsi e pensare ...

Guardavo lunghe file di robot imbottigliati in macchina che litigando tra loro e con il tempo, perdevano la propria vita percorrendo un metro in più.

E poi i cortei di ogni tipo, colore e connotazione politica che transitavano sotto il mio ufficio impedendomi, a scopo precauzionale, di uscire per motivi di sicurezza.

Insomma il normale caos di un ufficio situato in una via centrale accanto alla Stazione Termini.

Spesso è identità confusa il nostro essere, difficile scegliere tra forma e contenuto tra passato e presente.

Non ci delimita una linea continua ma tanti minuscoli punti che formano la curva della vita.

Dav'è che ricerchiamo l'origine tra l'interruzione o la continuità? ...

Qualsiasi momento risulta incompleto tutto ciò che scorre è inaccessibile, fermiamo frammenti di immagini senza poterli duplicare vivendo schegge di tempo con pupille che catturano lampi attraverso squarci tra rughe sempre più strette.

È folle desiderio risplendere un istante per poi desiderare di farlo all'infinito?

Essere nel rumore del vento che sferza il larice o nella stella che risplende per un istante."

Assunta come dattilografa i primi 5 anni ho battuto sui tasti duri di una Editor 45, le dita mi dolevano quando tornavo a casa. Non si potevano fare le fotocopie e non esisteva il tasto "cane", ma solo una specie di bianchetto per correggere e, talvolta se sbagliavo dovevo cominciare da capo.

Bisognava copiare pagine a pagine e decifrare calligrafie spesso illeggibili.

Avevo poco più di vent'anni e mi sembrava di aver vinto un temo all'otto quando mi arrivò la lettera con la quale mi comunicavano che avrei preso servizio il primo ottobre del lontano 1979.

Ottenere quel posto dopo aver fatto decine di concorsi mi sembrava una conquista e, anche se ero una semplice dattilografa mi sembrava un ottimo traguardo e una buona partenza.

Quel Ministero mi era familiare e lo conoscevo fin da piccola.

Dov'è la terra e dove sono le radici? E quando le perdiamo che ci resta?

La terra è sempre gravida: ha urgenza di procreare altri germogli nati già saturi di nostalgia dono per noi mendicanti dell 'ultimo respiro di cielo.

Con occhi colmi di passaggi e assetati di brina, irroriamo la terra con gemme di sale, liquide e amare come un atavico reflusso d'amore, talvolta inespresso, che ci induce a sentirei ancora vivi ..

Da bambina con mia madre aspettavo seduta sulla panchina di marmo fuori dal Palazzo che papà terminasse il turno di lavoro. Avevo già varcato quel portone di ferro tante volte e percorso quelle scale di marmo e quei lunghi corridoi con mio padre che spesso mi portava al lavoro con lui.

Ricordo la sua profonda identificazione con la divisa di poliziotto che indossava e che non ha voluto abbandonare fino alla fine. Ricordo che sentiva forte il senso del dovere e il ruolo di difesa nei confronti del cittadino.

Spesso mi chiedo se già da allora non fossi predestinata ad entrare in un posto a me così familiare.

Sono comparse quasi subito le parole il bisogno di esprimerle può forte d'ogni altra cosa ...

Fin dai primi anni, mentre lavoravo trovavo parole che camminavano sulla scrivania incuranti del fatto che fosse piena di fascicoli., riuscivano a scavalcarli, passavano attraverso le cartelline..si nascondevano tra i decreti, le note di servizio, le leggi ...

Spesso saltavano da una pratica all'altra e mentre lavoravo mi chiamavano e pretendevano che gli rispondessi e che trovassi del tempo da dedicare a loro.

Talvolta quando andavo in pausa -pranzo le trovavo sedute sulla mia poltrona e doveva scansarle e fare una immensa fatica per farmi spazio e sedermi.

Spesso si innervosivano malgrado cercassi di non perdere la calma e mi rivolgessi a loro con cautela, cercando di spiegare che ero pagata per lavorare.

All'inizio sembrava fossero disposte ad attendere che disbrigassi i miei compiti, ma talvolta si spazientivano, sopratutto nei giorni in cui il lavoro era talmente tanto da non permettermi di pensare ad altro

La mattina quando arrivavo in ufficio scoprivo che erano salite una sulle altre per raggiungere la mia scrivania e appena accendevo il pc me le trovavo davanti sul desk stop, impigliate nel maus o nel cordone del filo del telefono. Insomma non potevo far finta di ignorarle ....

Fu un passaggio di testimone ... mio padre andò in pensione ed io presi servizio nello stesso anno.

Mi ha lasciato tanti valori e insegnamenti che mi hanno formato e fatto di me la donna che oggi sono. Arrivò dopo diversi anni la riqualificazione e le varie medaglie di anzianità e il titolo di Cavaliere della Repubblica, e i riconoscimenti e premi di ogni genere con la poesia, ma lui non li vide.

Non fece neanche in tempo a vedere come sono cresciuta tra quelle mura che mi videro entrare ragazzina per diventare adulta, donna e madre. Mura che hanno attraversato l'intera mia vita.

Dovevo dare ascolto alle continue sollecitazioni. E così ho iniziato ad assemblarle a mettere insieme parole, consonanti, verbi, aggettivi, punti, punti e virgola, punti interrogativi ed esclamativi e dare loro un senso compiuto, una forma, dei significati. E così ho iniziato a scriverei fiumi di parole che sgorgavano improvvisi ed abbondanti come mari in piena talvolta in tempesta altre volte calmi, che non era possibile arginare Mi sono lasciata travolgere da questi miei fiumi profondi, li ho percorsi e non ho ancora smesso di farlo.

Lavoravo e scrivevo ...scrivevo e lavoravo: poesie, riflessioni, racconti emozioni e considerazioni.

Scrivere è diventato un piacere, un 'autoterapia un modo per stare a contatto con la mia parte più intima, per relazionarmi con il mondo e per capire chi ero.

La scrittura è stato un modo di voler raggiungere i miei confini e superarne i limiti, è stato frugare nel senso di incompletezza, nel bisogno di riempire la parte mancante attraverso la composizione di versi, racconti, pensieri e considerazioni che hanno dato un senso all'intera vita.

Fissare e fermare l'attimo che ha suscitato quel particolare stato d'animo attraverso una moviola immaginaria quasi una cartina tornasole, ha dato luce a tante poesie.

Tutte le volte che un'illuminazione mi ha folgorata, sapevo che non potevo raccontare l'accaduto con l'uso della normale logica, mi sono espressa attraverso metafore e similitudini con la natura.

Il mio "oltre"è stato spingermi verso quel "richiamo della parola" che sentivo forte.

Stando seduta alla mia scrivania accanto alla finestra con uno sguardo attento alle più piccole sfumature ho fissato da lontano e da vicino il movimento, gli odori, i colori di ciò che avevo intorno.

Il mio sguardo di osservazione e di introspezione, è stato come una telecamera installata dentro il mio essere, per scattare vere e proprie foto, con uno zoom per ingrandire l'immagine e carta invisibile su cui stampare ogni fotogramma.

Telecamera attraverso cui ho tentato di fissare un'emozione e di tradurla in parola, scandagliando fra tutto ciò che non potevo vedere ad occhi nudi fino a decodificare il "tormento del sentire" scoprendo nuovi modi di espressioni e nuove forme di comunicazione per raggiungere la meta.

E sono stata un'impiegata-poeta talvolta sperduta nel buio di lunghi periodi di "assenza di poesia", ma armata di una lanterna per illuminare i cunicoli del mio essere. Ho cercato con una lente d'ingrandimento l'accaduto vissuto e rivissuto fuori e dentro di me.

Seduta agli angoli della mia anima, ho aspettato l'intuizione, ascoltandone l'intima musica.

Qualche volta sperimentando le mie capacità e avventurandomi in mondi sconosciuti seguendo strade mai percorse prima, come i pianisti che scrivono note sul pentagramma e si accorgono - con meraviglia - di aver creato un'aria che non sapevano di conoscere, ma che era già scritta dentro di loro.

Altre volte seduta aspettavo che tornasse l'attimo di creazione ''l'attimo sorgivo “.

E poi all'improvviso si spalancava quella finestra (sempre quella, sempre la stessa) ed entrava una luce che squarciava il buio, una porta che sbatteva violentemente ..ed ecco si apriva un varco nella mia frontiera, in una guerra in cui spesso mi sono trovata a combattere contro me stessa. ..contro periodi di afasia poetica.

Come in un corto circuito, dopo l'assenza di luce, tornava l'istante in cui la parola smarrita tornava e rinasceva, inspiegabilmente, talvolta dal nulla, spaziando talora nel cosmo e diventando universale, patrimonio di coloro che in quella poesia, in quel verso o in quella singola parola si sono riconosciuti e hanno sentito vibrare qualche corda personale.

Quando uno scrittore nel suo intimo laboratorio creativo, punta il suo telescopio verso il cielo, anche attraverso una piccola finestrella di un 'anonima stanza d'ufficio, le sue parole diventano infinite perché ha stabilito un punto di contatto, l'anello di congiunzione tra io e l'oltre ...