2 novembre, "la verità non muore mai". Si celebra la Giornata mondiale contro crimini verso giornalisti PDF Stampa E-mail
Sabato 03 Novembre 2018 06:46

 

L'ultimo in ordine di tempo è Jamal Khashoggi, caporedattore di Al Arab News Channel,  barbaramente ucciso  in Turchia da introvabili carnefici prezzolati, ma la lista è lunghissima e purtroppo cresce ogni giorno

 

 

 

Dal 2013 l’ONU ha indetto per tale data, da sempre dedicata al ricordo dei defunti, la giornata mondiale per porre fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti, in memoria di Claude Verlon e Ghislaine Dupont, di Radio France Internationale, uccisi in Mali nel 2012 da un gruppo ribelle locale. I media di tutto il mondo si sono dovuti occupare con cadenza ravvicinata di crimini contro i "fedeli cercatori di verità" che per questa loro professione/missione, hanno pagato con la vita i fastidi, i potenziali danni arrecati agli uomini di potere, alla criminalità organizzata, alle lobby, anche a meri delinquenti di quartiere. Come non pensare alla fine di Daphne Caruana Galizia, reporter maltese componente del team internazionale di giornalisti di inchiesta vincitore del Pulitzer 2017, uccisa da una bomba a Malta il trascorso 16 ottobre.

Il sistema adottato dai  poteri forti e dai  criminali è sempre lo stesso, "far sparire", non importa il come, tutti i reporter che si sono avvicinati alla verità delle cose, mettendo a rischio gli affari dei soggetti smascherati. Così è scomparsa Anna Politkovskaja, giornalista e attivista per i diritti umani russa, assassinata a colpi di pistola il 7 ottobre 2006 a Mosca, che con sprezzo del pericolo aveva firmato più di duemila articoli sulla guerra in Cecenia e sulle stragi di Dubrovka e di Beslan.

E se qualcosa trapela di queste uccisioni mirate nei Paesi cosiddetti civili, invece, nelle zone più tormentate del pianeta, la "sparizione" di coraggiosi giornalisti difficilmente emerge e rientra nella tacita legge del più forte. La censura più aggressiva viene esercitata in Eritrea e Corea del Nord; nel Paese africano vige il divieto di pubblicazione di notizie, mentre nello Stato asiatico le condanne a morte sono  rapide e non prevedono appello, ma in molti altri ambiti viene sistematicamente punito "l'abuso di libertà e di spirito democratico correlati alla professione giornalistica". I regimi non sempre uccidono, molto spesso preferiscono far tacere i loro rivali della carta stampata con  pesanti carcerazioni o con allontanamenti avvolti nel più fitto mistero. Nella  Turchia di Erdogan, dall'anno in corso vige la fine della libertà di stampa ed in Egitto il caso del giovane Giulio Regeni è stato circondato dalla più fitta nebbia informativa. Tutto l'est europeo non è da meno e annovera episodi di grave intolleranza verso i giornalisti che hanno cercato la verità contro tutto e contro tutti, firmando pezzi di cronaca con straordinario coraggio, ma firmando anche la loro condanna. Anche i civilissimi Stati Uniti d'America guidati da Trump vedono gran parte della stampa come "nemica del popolo" se le verità emergenti incrinano l'immagine passata o presente degli uomini (..e delle donne) del presidente. Ma anche prima non mancavano casi emblematici della situazione di odio verso la stampa libera ed a farne le spese fu Gary Webb, giornalista acuto, colpevole di aver messo il naso nel narcotraffico americano-nicaraguense: fu trovato suicida...con due proiettili in testa.

Negli ultimi dieci anni quasi mille i giornalisti  uccisi nel mondo e quasi sempre senza una condanna dei mandanti o degli esecutori di tali crimini. A Washington, al Newseum, il museo del giornalismo, c’è una parete di cristallo alta due piani illuminata, è proprio il caso di dire, dai nomi di migliaia di operatori dell’informazione che hanno pagato con la loro vita il rifiuto del compromesso e della minaccia, l'amore per la verità delle cose. C'è anche la nostra Maria Grazia Cutuli, uccisa in Afghanistan nel 200.

 

L’Italia risulta 46esima  nella classifica mondiale della libertà di stampa  e sono in molti a vivere sotto scorta per non morire di oltraggio alle mafie. Il caso di Giancarlo Siani, giovane giornalista ucciso nella sua Mehari per essersi avvicinato troppo alla realtà camorristica, purtroppo non è isolato e sono tante le redazioni ove, ancora oggi e forse più di ieri, il clima che si respira è pesante, forse per aver respirato "impunemente" l'ossigeno della libertà e della verità, una miscela che produce una particolare ebbrezza che può diventare  incontenibile essenza di eroismo e di martirio. Grazie a questi uomini e donne di ogni nazionalità, che in ogni angolo di mondo hanno messo al primo posto la verità delle cose, è stato possibile per il mondo intero conoscere realtà che altrimenti sarebbero rimaste per sempre sepolte nell'oblio imposti dalla tirannide e dalla criminalità.

 
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