Pagina 30 a cura di Eva Bellacicco. "La scoperta dell'alba" di Walter Veltroni Stampa
Martedì 21 Febbraio 2012 10:58

Walter VeltroniHa l'andamento di in film in cui alla vena intimistica si sommano una dimensione visionaria ed un mistero... A cornice del romanzo, pubblicato nel 2006, gli anni di piombo
Walter Veltroni, noto esponente politico, si presenta questa volta in veste di scrittore con il romanzo “La scoperta dell’alba”, pubblicato nel 2006.

Il protagonista è Giovanni Astengo, quarantenne, con famiglia, lavoro e il rimpianto per un padre che lo ha abbandonato ancora bambino, scomparendo improvvisamente e definitivamente dalla vita familiare. Il desiderio di sapere come e dove sia finito, spinge Giovanni, ormai adulto, a ritornare nei luoghi della sua infanzia e della memoria a cercare testimonianze, fino a ritrovare se stesso bambino all’altro capo di un vecchio telefono di bachelite. Da quel momento potrà seguire le ultime ore che separano la sua fanciullezza dal suo dramma, dal mistero.

La struttura tripartita del romanzo, che da un’iniziale connotazione intimistica vira verso una dimensione visionaria e si conclude in un “giallo”, si serve di un ritmo narrativo dapprima pacato che diventa più concitato man mano che si entra nel viaggio che dal sogno conduce alla realtà.
Veltroni, appassionato cinefilo, non tradisce la propria passione per quest’arte e tesse una storia con un andamento filmico che abbraccia i tre stili classici , assegnando a quello fantastico la parte del leone.
Il Veltroni politico si riconosce nella scelta della cornice del romanzo, ambientato in quegli anni di piombo che egli stesso ha vissuto da giovane attivista, segnati da sanguinose vicende facilmente riconducibili dal libro alla cronaca.
Infine l’uomo, con la sua storia personale che trova una soluzione impossibile ma augurabile nel potere consolatorio dell’immaginazione e del ricordo, ma anche della scrittura il cui compito consiste nel recuperare emozioni e storie personali riportandole in superficie e conservandole a beneficio di chi un giorno le leggerà.
E certo, però, bisogna essere pronti a tutto….qualche volta.

“Angkor, mi venne in mente questa parola. E mi venne in mente il diario di un archeologo italiano
che aveva lavorato in quel luogo magico, nella foresta cambogiana. Una città che era stata il centro di un impero potente, edificata attraverso un ingegnoso sistemi di canali artificiali che le consentivano di avere l’acqua per le risaie e gli orti. Una città costruita secondo una logica cosmogonica, cinta d mura che disegnavano i confini del mondo. Angkor Wat era un palazzo maestoso costruito su 208 ettari, con torri che si alzavano fino a 213 metri, con chilometri di pareti decorate. Il palazzo finì con la civiltà che lo aveva espresso, a metà del quindicesimo secolo. E, da allora, la foresta lo aveva coperto e per centinaia di anni era diventato invisibile a occhi umani. E’ restato così, nel silenzio, sotto la pioggia e nella nebbia. La foresta cresceva, copriva, nascondeva. Finchè, nel 1860, un giovane francese, Henri Mouhot, giunse fin lì. L’archeologo cita, a sua volta, il diario di quel viaggio fantastico dell’Ottocento. “ Infine , dopo tre ore di cammino in un sentiero coperto da un letto profondo di polvere e di sabbia fine che attraversa un a folta foresta…..spossati dal calore e da una marcia durissima in una sabbia mobile, ci siamo messi a riposare all’ombra dei grandi alberi, quando, gettando lo sguardo verso est, restai basito per la sorpresa e l’incanto di ciò che vedevo.” Era Angkor che riaffiorava dopo quattrocento anni. Sopravvissuta al tempo, resa eterna dalla sua solitudine. La città con il suo palazzo appariva dentro e oltre la foresta. O scopritore stupefatto raccontava: “Non si può immaginare niente di più bello di questa architettura, trasportata nella profondità della foresta, in uno dei paesi più remoti del mondo, selvaggio, sconosciuto, deserto, dove le tracce degli animali selvatici hanno cancellato quelle dell’uomo, dove non risuona null’altro che il ruggito delle tigri, il grido rauco degli elefanti e il bramire dei cervi:” Avrei voluto essere quell’uomo, vivere quella meraviglia. Ora sono qui, nella mia piccola Angkor. C’era da qualche parte un albero sul quale zio Giorgio segnava la misura della mia crescita. Mi faceva mettere lì, una mano sulla testa. E poi era il momento più bello, dovevo sottrarmi a quella piccola pressione e assistere alla fase della misura e della fissazione, con un taglierino, delle cifre sulla corteccia dell’albero. Da qualche parte doveva essere. Procedevo a passi lenti, per non perdere nulla della sensazione fisica di un tempo ritrovato che stavo vivendo. Un passo, una sosta. Mentre i flash della memori ami inebetivano e mi sentivo, insieme, bambino e vecchio. Eccolo , l’albero. Era sulla sinistra della casa. I rami, infinità, sembrava lo piegassero. Ed era, come tutto, assai più piccolo di quanto la memoria ricordasse. Trovai le iscrizioni, ancora leggibili. Cominciavano dal marzo 1968 quando avevo quattro anni e finivano, annunciando uno stentoreo metro e cinquanta, nel febbraio del 1977. Un mese prima. E l’albero, in fondo , aveva ragione. Anche la mia normale crescita si era fermata lì, e quel segno sull’albero indicata l’ultima nostra visita, tutti insieme, alla “casa del sertao”.