Il lavoro tra abusi e ricatti: recensione del film “Mi piace
lavorare, mobbing” di Francesca Comencini con Nicoletta
Braschi
Anna,
una scrupolosa impiegata d’azienda,viene sottoposta ad ogni
tipo vessazione ed umiliazione da parte dei suoi superiori.
Anche le sue colleghe, tranne rarissime eccezioni, la evitano,
le sottraggono il materiale per lavorare, la isolano. Lei,
gia provata da una situazione familiare molto difficile
- senza un compagno, con una figlia da educare ed un padre
anziano da assistere - cerca di reagire ad ogni sopruso,
ma la situazione diventa insostenibile. Ne risente molto
psicologicamente, le discussioni diventano sempre piu frequenti
ed animate, si rifiuta di firmare la lettera di dimissioni
proposta dai superiori per la sua “inadeguatezza”. Sono
questi sussulti di vita che la spingono a denunciare ogni
cosa al sindacato. Piuttosto rapidamente ottiene giustizia,
viene risarcita, intraprende una nuova professione, si accorge
di esistere. Il film, intenso e a tratti drammatico, affronta
coraggiosamente il fenomeno dilagante del mobbing negli
ambienti di lavoro. A questo tipo di martellamento psicologico
protratto nel tempo, vengono sottoposti tutti coloro che
risultano sgraditi ai superiori, ai dirigenti d’azienda,
ai padroni, a colleghi invidiosi e quindi ostili. Il fine
e quello di costringere il “prescelto” a rinunciare al lavoro,
facendolo sentire indiscutibilmente inutile e dannoso per
l’azienda stessa. Quasi nessuno riesce pero a denunciare
quanto subito soprattutto per paura delle conseguenze e
nel timore di precludersi altre possibilita di lavoro. Lo
spettatore si aspetterebbe un aspro scontro tra le parti
in causa nelle aule di un tribunale, tra perizie e testimonianze
difficili da ottenere, la quantificazione del danno morale
ed economico, le ripercussioni che tutto questo ha avuto
sulla parte lesa, la lettura di una sentenza “innovativa”,
di giustizia. Questa parte manca completamente nel film,
forse per scelta. Nella realta le cose sono molto diverse,
e difficile far emergere tutto questo, c’e una grande omerta.
Eugenio Maria Laviola