E’ difficile non avere uno scatto d’ira sul posto di lavoro, soprattutto quando sorgono delle incomprensioni con il datore di lavoro, col superiore o con i colleghi. In quel momento può capitare di fare e dire di tutto, ma bisogna davvero stare attenti perchè le conseguenze potrebbero essere gravi. Meglio contare fino a cento ed essere più riflessivi e ponderati sul da farsi.
Fa pensare infatti quello che è capitato ad un dipendente di una azienda emiliana, che, risentendosi per i rimproveri dei colleghi, ha perso le staffe e si è allontanato dal posto di lavoro dopo aver pronunciato un lapidario “me ne vado”, ho trovato un altro impiego”.
La frase è stata interpretata dalla dirigenza della azienda come una chiara volontà di dimissioni ed ha proceduto di conseguenza. L’interessato si è rivolto al Tribunale di Modena che gli ha dato ragione considerando l’esclamazione come uno sfogo dettato dall’ira. La vicenda pero è andata avanti ed è arrivata alla Suprema Corte che si è pronunciata a favore del datore di lavoro, prendendo alla lettera le parole dell’operaio, al quale non è restato altro da fare che cercarsi un altro posto di lavoro. La decisione degli ermellini a dire il vero desta perplessità, ma probabilmente il quadro complessivo della vicenda lascia pensare che le parole pronunciate in un momento di rabbia e correlate al comportamento di abbandono del posto di lavoro, fossero chiara espressione di una determinata volontà di interrompere il rapporto di lavoro instaurato, anche se nel caso di specie dovrebbero essere stati presi in considerazione anche le manifestazioni di volontà conseguenti al momento di alterazione emotiva nel quale sarebbe stato pronunciato il famoso “me ne vado”. Una frase, questa, che è pronunciata in ambienti di lavoro pubblici e privati quasi quotidianamente, da dirigenti, funzionari, impiegati di ogni ordine e grado... e senza conseguenze così gravi.........