Il direttore della Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno, prefetto Mauro Zampini, in più di un’occasione aveva manifestato il desiderio che uno degli incontri in programma presso la SSAI con personalità delle istituzioni, dell’economia e del mondo universitario, vedesse protagonisti alcuni sindaci delle grandi città italiane. Ebbene il desiderio del direttore della Scuola del ministero dell’Interno è stato coronato con la presenza, sul palco dell’aula magna “Aldo Camporota” della SSAI, del sindaco di Milano, Letizia Moratti, e di quello di Torino, Sergio Chiamparino, degnamente accompagnati dal sottosegretario di Stato all’Interno con delega agli enti locali, Alessandro Pajno.
“Perché due sindaci incontrano i dirigenti prefettizi?” Il direttore della SSAI, dopo aver portato il saluto del ministro dell’Interno Giuliano Amato ai presenti, ha aperto i lavori della conferenza con un interrogativo certamente intrigante al quale lui stesso ha voluto fornire una prima risposta: “perché il prefetto è in fase di trasformazione e costituisce ora un raccordo istituzionale pieno lavorando su tutti problemi della società, mentre il ruolo del sindaco, in passato instabile, costituisce, soprattutto dopo la legge di diretta investitura da parte dei cittadini, il livello di governo più forte e più stabile”. “E non a caso – ha aggiunto - i leaders politici escono sempre più frequentemente dal novero dei primi cittadini”. Prima di cedere la parola agli illustri ospiti della Scuola Veientana il prefetto Zampini, prossimo a nuovo incarico, ha voluto leggere il messaggio inviato dal terzo sindaco invitato, Walter Veltroni, impossibilitato da impegni istituzionali a partecipare, ma che ha voluto sottolineare per via epistolare l’importanza del tema dell’incontro, manifestando la propria convinzione che il governo delle grandi città imponga prove sempre più difficili, sfide e nuove modernità, con la correlata necessità di risorse più adeguate, delle quali alcune città hanno beneficiato con aiuti straordinari. Le ultime righe del messaggio del primo cittadino della capitale hanno riguardato la nuova stagione aperta dalla cooperazione istituzionale in tema di sicurezza ed il dialogo interreligioso e l’integrazione come tappe obbligate per una reale crescita di civiltà della nostra società, concludendo con un lapidario ma significativo“c’è bisogno di stare insieme nelle piazze”.
Il sottosegretario all’Interno Pajno ha indicato subito il governo delle grandi aree urbane del nostro Paese come tema centrale della storia istituzionale italiana, reso in tempi recenti ancora più rilevante dalla storia europea e, a livello di diritto positivo, dalla riforma del Titolo V della Costituzione operata con la Legge costituzionale 3 del 2001. Nel ripercorrere la storia delle nostre aree urbane il sottosegretario ha posto alla attenzione della platea presente come esse abbiano sempre rappresentato il crocevia per lo sviluppo, il luogo delle sperimentazioni innovative, e come tali aree siano state costantemente caratterizzate da un dinamismo foriero di progresso, registrando inoltre quelle trasformazioni sociali alle quali hanno spesso dato un rilevante contributo per la loro stessa determinazione. “C’è un rapporto forte tra sviluppo delle aree urbane e trasformazioni sociali” ha continuato Pajno, prima di passare ad una panoramica a tutto campo sul governo delle aree urbane nei vari Paesi europei, soffermandosi sui vari modelli metropolitani utilizzati (in Inghilterra presenti 7 grossi centri urbani contro i 15 della Francia e l’unico del Portogallo), che hanno come denominatore comune la differenziazione al loro interno, citando al riguardo Parigi, che è comune e dipartimento, Berlino, che è città e regione (Lander) al tempo stesso, e Londra ove i poteri del major poggiano fortemente sulla elezione diretta. L’excursus storico-istituzionale sulle aree urbane si sposta poi in Italia, sulla riforma legislativa iniziata negli anni novanta con la legge 142, che ha trovato il suo completamento con la legge costituzionale 3 del 2001.
Proprio nel passaggio e nel confronto tra questi due impianti normativi è possibile cogliere il profondo mutamento di assetto della città metropolitana nel nostro ordinamento. Nella riforma del novanta il legislatore ne rendeva “possibile” la costituzione, ma in realtà si è pervenuti solo a talune delimitazioni dei confini metropolitani da parte di qualche regione, ma senza un effettivo decollo di questi nuovi soggetti istituzionali, mentre nuovi processi, come l’elezione diretta del sindaco del 1993 si innestavano sulla tematica in divenire. Intanto, nel lasso temporale considerato, il dibattito su i due concetti non coincidenti di città metropolitane e aree metropolitane (citate per la prima volta nella legge di riforma sugli affitti n.431 del 1998), alterna fasi di quiete ad impennate di grande attenzione, mentre può dirsi costante l’interesse dei sindaci delle grandi città italiane ad ottenere poteri speciali in ragione di una responsabilità del tutto particolare riferita a sistemi particolarmente complessi. Dopo una rapida indicazione dei ruoli e dei modelli di città metropolitana, con particolare attenzione alla bipartizione tra quello ancorato al capoluogo e quello invece che tende a prendere il posto dell’ “area vasta” della provincia, il sottosegretario ha focalizzato l’attenzione sulle tre disposizioni della riforma costituzionale che hanno inciso più profondamente sul nuovo assetto ordinamentale: l’articolo 114, che ha introdotto il principio dell’equiordinazione e della pari dignità istituzionale di Stato, Regioni, Province, Comuni e Città Metropolitane quali componenti della Repubblica italiana; l’articolo 117, II comma lettera p), che attribuisce allo Stato le funzioni fondamentali in tema di città metropolitane; l’articolo 118 che coniuga la sussidiarietà con la differenziazione e l’adeguatezza.
Le ultime battute dell’intervento non potevano non richiamare il disegno di legge sulle città metropolitane che, oltre a delegare il governo per l’individuazione delle funzioni da attribuire ad esse, prevede i modelli di governi possibili, sostanzialmente già indicati dalla legge 142 e dalle leggi delle regioni a statuto speciale; “il processo non appare più differibile, la realtà è più forte del dibattito politico, il Ministero dell’Interno ha intrapreso la politica della condivisione degli spazi secondo il modello tracciato dall’articolo 118 della Costituzione”.
Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, fin dalle prime parole, ha affrontato il tema della conferenza con un approccio tutta concretezza e numeri, citando due dati eloquenti circa le tendenze in atto: il 70% dello sviluppo e degli investimenti passa per il territorio, ossia non passa attraverso lo Stato come avviene per gli altri Paesi dove c’è sempre massima attenzione per le politiche dello sviluppo. Una seconda valutazione riguarda sia il trend alla concentrazione nelle città e sia la grande attenzione delle organizzazioni internazionali per le sorti delle grandi città, in particolare da parte dell’OCSE, che effettua un monitoraggio sui grandi temi comuni delle città metropolitane, dalla mobilità all’ambiente, dal traffico alla governance, dall’inquinamento alla sicurezza. Il suggerimento che espone il primo cittadino milanese è di capire qual è l’assetto migliore, di confrontarci a livello internazionale secondo i parametri fondamentali dello sviluppo, della ricchezza e della coesione sociale. Tra le città italiane e le altre città estere c’è una diversa capacità di rispondere in termini di velocità, capacità e poteri. Emblematico il caso del tunnel sotterraneo con strada a sei corsie necessario per riqualificare una zona di Madrid e realizzato in 22 mesi, tanti quanti ne occorrono in una metropoli italiana per fare approvare l’iniziativa in consiglio comunale! “Le città devono competere tra di loro, devono collaborare tra di loro, Milano e Torino ne sono un valido esempio, devono avere la capacità di attrarre investimenti; la risposta legislativa deve essere in questi termini. Torino e Milano erano tra le prime trenta città del mondo, ora sono oltre la ottantesima posizione! E la Moratti guarda ancora allo scenario internazionale: “il sindaco di New York decide le misure sulla salute: A Milano il sindaco, che ha urgente necessità di 35 pediatri si rivolge alla Regione ma dopo una lunga trafila non ottiene risultati ed è costretta a fare una convenzione con 35 pediatri privati. Le funzioni fondamentali vanno attribuite a chi dialoga direttamente con la popolazione. Il comune di Milano non ha i poteri per pulire i graffiti che deturpano le pareti degli edifici e gli amministratori di condominio hanno il potere di ostacolare tale attività di pubblica utilità e decoro! Ecco perché servono poteri speciali. Ancora, con pacifica determinazione che le è propria, la prima cittadina della metropoli lombarda parla dei recenti patti per la sicurezza urbana, commentati con un eloquente “non basta”. Non è possibile, infatti, incidere sul degrado che porta a comportamenti illeciti. I Rom, ad esempio, hanno firmato un patto per la legalità (rispetto delle norme igienico-sanitarie per i figli e obbligo della scuola per i minori invece della costrizione all’accattonaggio) ma intanto che risposte si possono dare ad un Rom preso 17 volte a rubare? E poi si apre il capitolo della nuova legge sulle autonomie che definisce troppo verticistico, troppo rigido, troppo centralistico; il disegno di legge Lanzillotta appare troppo vago, mancano indicazioni precise, mentre i sindaci chiedono la possibilità di istituite tributi di scopo. E’ necessario un “grande patto tra le istituzioni” ed intanto la competitività si è fatta più dura ed anche i piccoli Paesi riescono ad attrarre più investimenti di noi. Il messaggio è chiaro, concreto, diretto, secondo lo stile Moratti.
“Raccontare le esperienze è proficuo per capire la realtà”, il sindaco Chiamparino risponde ai fatti con i fatti ed individua le differenze tra le grandi città “direzionaliste” del nostro Paese, ossia Milano, Roma e la sua Torino, fino alla fine del secolo scorso ancorata saldamente alla manifattura che decide poi di investire sulla famosa “tripla elica” di pubblica amministrazione, università e finanza, ma quest’ultima, a conti fatti, non riesce a decollare. Viene poi affrontato il tema della coesione sociale: ad avviso del sindaco della città della Mole, gli “ultimi” della società sono tutelati, ma non ci sono opportunità di risalita e non c’è neppure la tutela per le fasce sociali immediatamente superiori, a rischio di caduta in basso, per cui il sistema non può tenere; in altri termini “va ripensato il welfare”.
Il discorso si sposta poi sul caso Fiat, un’industria destinata alla chiusura (emblematica l’erba cresciuta sugli stabilimenti di Mirafiori) e recuperata grazie ai privati, all’imprenditoria, agli enti locali, in una logica di rinegoziazione. Non manca un accenno alle Olimpiadi, ai fondi speciali che hanno permesso di pulire 15 chilometri di portici a Torino, e si parla pure della spina della TAV, ove ci sono stati errori normativi ed incapacità degli amministratori a far comprendere il valore dell’iniziativa ai valligiani; ora l’idea dell’Osservatorio sembra produrre effetti positivi e qui il ruolo della prefettura è stato fondamentale per mettere insieme le parti. Sui Patti per la sicurezza urbana, Chiamparino cita a memoria gli investimenti degli enti locali, esalta la logica concertativa ma al tempo stesso chiede che per i sindaci sia formalizzato un ruolo di maggior rilevanza non solo istituzionale ma di profilo economico-sociale, invocando a chiare note la necessità di “una corsia preferenziale tra amministrazioni centrali e grandi città. Il disegno di legge sulle autonomie viene poi aggettivato come “regionalcentrico” mentre nell’ottica di una nuova finanza locale si ipotizza una fiscalità immobiliare tutta riconducibile all’ente locale (tranne che per una parte riservata allo Stato) che, a quel punto, sarebbe in grado di realizzare una efficace politica della casa. Al termine degli interventi dei sindaci di Milano e Torino, peraltro molto applauditi, si è aperto un dibattito tra i primi cittadini ed i dirigenti prefettizi in sala. Tra gli altri, il Prefetto di Torino, Goffredo Sottile, dopo aver ribadito che l’ordine e la sicurezza pubblica non possono che restare attribuzioni del ministero dell’interno e dei Prefetti, ha chiesto l’avviso degli illustri amministratori intervenuti sulle “criticità del sistema prefettizio ravvisabili sul territorio”. Il prefetto di Arezzo, Francesca Garufi ha ripresa il tema degli interventi speciali per le grandi realtà urbane, ricordando che in Italia, Paese dai mille campanili, anche i piccoli centri necessitano di sostegni speciali, non avendo essi a disposizione le opportunità delle grandi città metropolitane. Un ‘ultima domanda, piuttosto specifica in verità, è stata formulata da un dirigente del dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione sui minori stranieri non accompagnati presenti sul nostro territorio. Rispondendo alle domande, il sindaco Moratti, dopo aver sottolineato la assoluta convinzione che la materia sicurezza debba rimanere nell’alveo statale, ha tuttavia ribadito la necessità di una “codifica della collaborazione in materia” che prescinda dalla sensibilità dei prefetti o dei sindaci in carica. Anche Chiamparino, sulla stessa linea d’onda della collega milanese, ha ribadito la piena fiducia negli apparati statali che si occupano di sicurezza, pur auspicando che la concertazione in materia debba valere per tutti, prescindendo dalla soggettività degli interlocutori ed aggiungendo che “le grandi città hanno bisogno di risposte più veloci, essendo queste pari grado delle Regioni”.