Per molti la politica equivale alla definizione di linee programmatiche di un Paese, per altri è la gestione del potere pubblico in grado di mettere in accordo potere legislativo, giudiziario ed amministrativo di illuministica memoria. Per altri ancora, come per chi scrive, bisogna partire dalla radice etimologica di polites, in greco “cittadino”, fulcro e primo destinatario della politica. Proprio sul cittadino infatti i detentori del potere pubblico possono incidere in vario modo, nei contesti più disparati, dai comportamenti sociali, all’economia, dalla salute al lavoro, alla casa, praticamente su tutte le componenti fondamentali dell’esistenza umana. E fonte di questo enorme potere è un gesto che solo apparentemente può sembrare inutile, ma che tale non potrà mai essere, ed è l’atto della scelta, il momento del voto.
Anche il voto ha la sua storia, una storia lunga e tormentata, che nel passato ha visto esclusi da tale diritto quanti non godevano di una certa posizione sociale, oppure non appartenevano ad una casta privilegiata o, ancora, non disponevano di un determinato censo. Ma il motivo della esclusione poteva essere anche il colore della pelle, il credo religioso o l’appartenenza ad una etnia piuttosto che ad un’altra. Pure le donne, considerazione che oggi ci appare paradossale, in tempi non lontanissimi, sono state discriminate sotto questo aspetto, ma c’e ancora di peggio, se si pensa a quei Paesi dove per anni alla gran parte della popolazione, senza alcuna motivazione plausibile, forse in virtù del mero principio della sopraffazione, è stato negato questo diritto, al tempo stesso simbolo e strumento della democrazia. Ed ancora oggi in molte parti del mondo la barbarie della dittatura e della oppressione, comunque denominata, ha come componente o conseguenza, la negazione del voto. In Italia, dove fortunatamente, ma non a caso, tutti i cittadini (il famoso suffragio universale), uomini e donne, hanno diritto al voto, come componente indefettibile legata alla persona umana ed allo status di cittadino, l’unico spartiacque esistente tra chi vota e chi non vota è rappresentato dall’età, o meglio, dalla maggiore età, quale requisito richiesto dall’articolo 48 della Costituzione per esercitare tale diritto. In realtà, con una legge del 1975 anche la maggiore età ha subito una radicale trasformazione, passando dall’originario compimento del 21° anno ai 18 anni, ritenuti dal legislatore quale garanzia di maturità. Invero non sono mancati tentativi piu arditi, che, sotto forma di disegni di legge, a tutt’oggi non perfezionati, intendevano abbinare il concetto di maturità “politica” al compimento del 16° anno di età, proprio in considerazione di un mutamento generalizzato dei tempi e dei comportamenti che avrebbe condotto ad un più precoce senso di responsabilità al voto.
Votare, per un giovane diciottenne, significa indubbiamente occuparsi di qualcosa di nuovo e di importante, anche se l’evento non è festeggiato con particolari cerimonie o investiture; si tratta di un passaggio sottile, silenzioso, che comunque lascia il segno. Certo, non vogliamo dire che il primo voto non si scorda mai, come si dice del primo amore, ma è innegabile che nella legittimazione al voto è insita la convinzione di contare di più, di partecipare, finalmente, alla vita degli adulti; nella tessera elettorale che ti viene consegnata a domicilio, puoi trovare significati non scritti, come quello dell’affrancarsi da un sistema che ti costringeva a subire passivamente il potere decisionale degli altri. Il voto ha in sé la magia di farti sentire protagonista, anche se in una piccola, infinitesimale, quota, delle decisioni che riguardano aspetti fondamentali della vita dell’individuo e della società. Ed è cosi che si diventa improvvisamente attenti a taluni temi della nostra realtà, prima ritenuti irrilevanti o addirittura fastidiosi: si prende confidenza con le “candidature”, si cominciano a seguire le vicende legate alle elezioni delle figure che andranno a gestire non solo lo Stato, ma anche regioni ed enti locali, sempre più protagonisti; si presta una attenzione tutta nuova agli esiti di un referendum o alle consultazioni circoscrizionali; ci si riconosce nelle parole o nel programma di un politico, si critica l’atteggiamento di un uomo di governo o di uno statista.
Votare è quindi una specie di ingresso in società, ma votare, per un giovane elettore, significa anche canalizzare la propria fiducia verso iniziative e programmi, dai quali si aspettano risposte concrete sulla scuola, sul lavoro, sulla sanità, sulla giustizia, insomma sui grandi temi. Eppure l’interesse cresce a dismisura anche su questioni apparentemente minori, ma più vicine al mondo giovanile, come la disciplina del servizio militare, l’assicurazione sui motorini, le tasse universitarie, gli orari delle discoteche, i divieti di fumo, i corsi di informatica, i controlli negli accessi agli stadi di calcio, i concorsi pubblici ed altro ancora.
Il voto si presenta pertanto come immagine e quintessenza della democrazia, come attestato di una maturità raggiunta, come partecipazione reale alla vita del Paese, come scelta di uomini e programmi, come segnale di libertà, tutti aspetti fondamentali ed irrinunciabili, ma il voto va considerato anche quale dovere civico, come ci rammenta la nostra Costituzione.
Tuttavia quel segno di matita, quell’atto di inserire la scheda nell’urna, lontani dai clamori e dalle promesse, talora fiabesche, delle campagne elettorali, è in realtà qualcosa di più della componente civica e giuridica; esso costituisce un atto di fiducia per un futuro migliore, e l’espressione di una libertà che in altri tempi ed in altri luoghi, si è dovuta conquistare con grande fatica, talora anche con il prezzo della vita. Un bene prezioso che dobbiamo tenerci stretto.