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La storia del pentitismo in Italia: resa dello Stato alla mafia o strategia vincente contro la criminalità organizzata?
di Rita Calvo
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Le mafie sono da sempre organizzazioni strutturate in modo rigoroso sulla segretezza, il vero baluardo di fronte agli attacchi investigativi da parte dello Stato, il quale, soltanto attraverso l’apertura di una breccia sul fronte omertoso è in grado di conoscere ed incidere su un mondo altrimenti imperscrutabile. Questo il sillogismo elementare alla base del pentitismo moderno, ossia della tutela garantita dallo Stato ad (ex) appartenenti a cosche mafiose in cambio di una collaborazione “verificata” su personaggi, fatti e notizie sull’organizzazione.
Si comincia a parlare di pentiti alla fine degli anni Settanta - inizio anni Ottanta, quando alcuni terroristi rossi cominciano a dissociarsi e a collaborare con i giudici. Da lì il termine passerà poi anche a definire i mafiosi che lasciano l’organizzazione criminale, tra i quali spicca il nome di Tommaso Buscetta, uno dei primi boss a “parlare”, ma in realtà già prima esistevano già figure assimilabili al genere collaboratore, anche se di norma non si può parlare di un pentito nel senso morale del termine. In alcune sentenze della metà dell’Ottocento si riscontrano elementi di prova che non potevano che emergere da fonti interne alle organizzazioni mafiose. Fin dal 1878 è possibile individuare il primo pentito di mafia, tal D’Amico, il quale non arrivò a testimoniare al processo perché ucciso prima. Tale epilogo costituisce l’incubo e la spada di Damocle di ogni protagonista della scelta collaborativa. Eventi analoghi hanno segnato anche la storia di altre organizzazioni criminali, come le esternazioni di Gennaro Abbatemaggio, che nel 1911 con le sue dichiarazioni dà il via al processo Cuocolo, uno dei più grandi processi di camorra del secolo. Potremmo azzardare che i pentiti ci sono sempre stati, solo che prima o erano confidenti o erano testimoni (quindi non appartenenti all’organizzazione mafiosa) e le motivazioni erano diverse. Qualcuno parlava per vendetta, qualcun altro per ottenere il passaporto ed espatriare in America. Quindi non si può affermare che i pentiti nascono con Buscetta, ma si può dire che negli anni Ottanta nasce il pentitismo moderno.
Questo coincide con la realizzazione di un impianto normativo, in particolare la legge 82 del 1991, capace di supportare i collaboratori. Nei primi anni Ottanta sono maturate anche alcune condizioni fondamentali che prima non c’erano. In questo è emblematica la vicenda di Leonardo Vitale, quando, nel 1973, quest’uomo si presenta all’autorità di polizia e rende dichiarazioni su una serie di episodi che conosceva, su fatti di sangue di cui lui stesso si era macchiato e su alcuni aspetti di Cosa nostra, ma nessuno gli crede. Vitale fu dichiarato seminfermo di mente, fu l’unico ad essere condannato e le persone che accusò furono prosciolte. Dieci anni dopo le sue dichiarazioni furono però confermate da pentiti come Buscetta e Contorno, e questo perché sul palcoscenico della giustizia erano arrivati magistrati attenti, come Falcone e Borsellino, che hanno creduto nell’uso di questo strumento processuale. Vitale fu comunque ucciso dalla mafia, anche se a dieci anni di distanza, nel 1984, quando uscì dal manicomio. Cosa Nostra aveva compreso fin d’allora le potenzialità distruttive di questo fenomeno. Per la mafia il silenzio e la segretezza sono sacri ed ogni violazione a queste regole fondamentali va sanzionata in modo esemplare, per non creare conseguenze dannose al clan e come monito per gli altri. Tra le motivazioni che spingono un mafioso a chiudere con il suo passato raramente c’è il pentimento morale, più spesso la motivazione dominante è un tornaconto personale, e prima di tutto un futuro diverso per la propria famiglia. In questo quadro il 41 bis (della legge carceraria n. 354 del 26/7/75 introdotto con la legge 10/10/86 n. 663), il carcere duro, è stato sicuramente per molti un elemento scatenante, ma se esiste una linea comune alle varie storie di pentiti questa sembra essere individuabile nella ricerca di un’altra possibilità con lo Stato ed una prospettiva “non mafiosa” per i figli.
Le stragi del 1992, con le morti di Falcone e Borsellino hanno poi avuto un peso notevole sulle scelte di collaborazionismo, infatti, dopo quelle stragi il quadro cambia fortemente: c’è il dissenso rispetto all’efferatezza di quegli attentati e per alcuni è stato un momento di riflessione, anche per le parole di Rosaria Schifani, la vedova di uno dei ragazzi della scorta di Falcone, pronunciate nel corso dei funerali e dominate da un monito ed un invito forte e ripetuto “pentitevi, pentitevi”. Ma soprattutto lo Stato mette in atto tutte le risposte possibili alla mafia e diventa credibile agli occhi dei pentiti, molto di più di una mafia che ammazza. Quindi all’indomani delle stragi del 1992 molti “uomini d’onore” decidono di passare dalla parte dello Stato.
Come vengono gestite le dichiarazioni dei pentiti e come si giudica la loro attendibilità?
Sono gli operatori della giustizia, e soprattutto il magistrato, che valutano passo dopo passo le dichiarazioni che il collaboratore rende. Non esiste però un pentito attendibile, esistono delle dichiarazioni che il pentito rende in un processo e che si ritengono attendibili. Secondo il metodo istituito da Falcone stesso, solo dopo la valutazione di tutti gli elementi, la ricerca dei riscontri, il vaglio critico delle dichiarazioni si può giudicare se un pentito è attendibile in un determinato contesto.
Nello scenario attuale del pentitismo ci sono alcune situazioni critiche, perché i collaboratori di giustizia avrebbero bisogno di un maggiore supporto, soprattutto dal punto di vista “culturale” e psicologico, visto che per loro è come aver vissuto in un universo contrario a quello dello Stato e così si trovano a dover imparare da zero l’Abc della legalità. In tempi recenti è poi mutata tutta una serie di circostanze e anche le organizzazioni mafiose, in particolare Cosa nostra, hanno scelto un atteggiamento diverso. Poiché il danno che il pentito può recare loro risulta così alto, Cosa Nostra sembra avere un atteggiamento più morbido, nel senso di apparire più disponibile ad accettare il rientro nell’organizzazione, cosa che prima era assolutamente impossibile. Si tratta però solo di una tendenza e bisogna essere prudenti perché organizzazioni mafiose di origini secolari non sono inclini a cambiare le proprie regole così repentinamente.
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