Se ne parla sempre di più nelle stanze e nei corridoi di prefetture e ministero dell’Interno; circolano cifre interessanti sull’entità dei “ristori giudiziari”, ma l’entusiasmo per un inaspettato introito deciso dalla Corte d’Appello per violazione del “giusto processo” lascia per molti colleghi il posto all’ amletico interrogativo “ma io l’ho fatto quel ricorso?”
Da qui scatta inevitabilmente un giro di consultazioni frenetiche tra colleghi, una richiesta di lumi al sindacato, dal quale ci si è magari cancellati, e poi le telefonate all’avvocato che qualcuno ricorda aver patrocinato quel famoso ricorso, che c’è il rischio di confondere con qualcun altro gravame presentato al TAR……
Ricordiamo sul punto come negli ultimi anni novanta quasi tutti i sindacati abbiano promosso ed organizzato tanti ricorsi al Tar per vedere riconosciuto il diritto alla corresponsione della indennità di Pubblica Sicurezza, che veniva attribuita a colleghi di stanza, di ufficio, che però avevano la prerogativa di appartenere alla Polizia di Stato. L’obiettivo sembrava pienamente legittimo ed anche raggiungibile sulla scorta delle tante e forti motivazioni addotte come causae petendi. Le aspettative di tutto il personale “civile” andarono però deluse dalle decisioni del Tar prima, e del Consiglio di Stato poi. Tra queste ultime citiamo le decisioni dei magistrati di Palazzo Spada nn.1793/06, 1794/06, 1795/06, 1796/06, 1797/06 e 1798/06, che confermavano le correlate sentenze del TAR del Lazio che avevano respinto in prima istanza ngevano i ricorsi proposti.
In considerazione del lunghissimo tempo trascorso dalla proposizione di tali ricorsi alla sentenza definitiva (circa 11 anni) era possibile, sulla base di indicazioni in tal senso della Corte di Giustizia Europea, recepite dalla Legge del 24 marzo 2001 n. 89 - meglio nota come legge Pinto –, richiedere una equa riparazione per la ritardata decisione definitiva.
Un avvocato di Orte Scalo (Terni), con una non comune e di certo lungimirante genialità giuridica, si dichiarava disposto a proporre tale ricorso gratuitamente, pattuendo, in caso di eventuale esito favorevole, la corresponsione, per onorare le spese, di un importo pari al 10% del risarcimento ottenuto. A suo tempo furono chiesti documenti in fotocopia e firme per la procura e la causa partì, non senza uno scetticismo diffuso dai più.
Era il settembre 2006 e, a distanza di due anni, il giudice adito si è pronunciato, con una decisione favorevole ai ricorrenti, che risultano ora destinatari di “una equa riparazione” che va dai 3000 ai 7000 euro per ogni ricorrente. Pare che una prima sentenza, con una elencazione di ricorrenti quanto mai corposa, sia consultabile presso la segreteria Uil del Ministero dell’Interno, sindacato al quale l’avvocato in parola si era affiancato per tale iniziativa, ma sul sito del sindacato non c’è traccia alcuna della sentenza. Sembra inoltre che siano sul punto di essere emanate altre decisioni su analoga questione e che quindi altre “eque riparazioni” abbastanza sostanziose siano in arrivo. Insomma la situazione è dinamica e potrebbe esserci qualche novità positiva per chi non si ricorda nulla, ma proprio nulla, di questo ricorso……….