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“Contrattisti”, Lavoratori Socialmente Utili, un problema aperto, una soluzione urgente, una risorsa possibile. Dalla categoria di “precari a vita” potrebbe arrivare nuova linfa alla amministrazione pubblica. In una lettera aperta al Ministro della Funzione Pubblica l’angoscia di un dipendente H 24 (settimanali) che vuole lavorare meglio e di più…


Gentile Ministro,

perdoni se mi permetto di rubarLe un poco del suo tempo prezioso in questo momento così impegnativo per il governo e per la sua attività istituzionale. Le chiedo solo di leggere questa lettera, scritta per raccontarle in breve la storia di un quarantatreenne: sono un ex art.23 (settembre 1991) passato L.S.U. con la provincia regionale di Siracusa (marzo 1996), con un contratto a tempo determinato (dicembre 2006) presso la provincia regionale di Siracusa e sono in prestito “per carenza di personale” presso l’ U.T.G. di Siracusa … e pagato dalla regione Sicilia per 24 ore settimanali, inquadrato come istruttore tecnico cat. C1. Lavorando gomito a gomito con i colleghi di ruolo mi chiedo da anni se “Arriverà il giorno in cui anch’io avrò i loro stessi diritti ed una pari dignità lavorativa oppure la mia condanna è quella di restare per sempre, come ci chiamano, un "precario a vita”. Padre di due bambine, vivo in una città del profondo Sud. La mia storia non è dissimile da quella di altri colleghi: mi alzo ogni mattina alle ore 5 e dopo aver fatto colazione esco di casa e vado a prendere il pullman; mi faccio 60 Km per arrivare al lavoro con tutti i costi ed i disagi possibili e immaginabili. Dopo aver timbrato, solitamente alle 8.10, comincio la mia giornata lavorativa: le mie mansioni grazie a Dio non sono ripetitive perché faccio quello che non compete agl’altri cioè tutto. Nel corso degli anni la sede in cui lavoro si è svuotata di personale che è andato in pensione ed in parte si è riqualificato e non è stato sostituito da nessuno. Pertanto più e più volte ho visto il mio carico di lavoro aumentare, ma a fronte dell’acquisizione di nuove e complesse competenze (soprattutto informatiche, di cui mi sono fatto carico con un impegno personale anche fuori dell’ambito lavorativo) mi si continua a dire che siamo in esubero, che bisogna ridurre l’organico e lavorare di più. Ma com’è possibile? Qualcosa non quadra. Me lo chiedo ma nessuno mi risponde e nessuno si vuole prendere cura di una storia umana e professionale che dovrebbe invece essere affrontata dalle istituzioni e da chi ha a cuore la funzionalità della pubblica amministrazione. Intanto l’arretrato avanza inesorabilmente incidendo in modo esponenziale sul carico di lavoro di ciascuno di noi. Malgrado tali difficoltà continuo a lavorare con quel senso del dovere che mi ha trasmesso mio padre e dal quale non posso prescindere, affinché alla fine del mese possa percepire il mio stipendio pensando di essermelo più che guadagnato.

Pensi Lei, signor Ministro, ogni giorno mi illudo di aver lavorato bene, e nel mio piccolo, di essere stato utile allo Stato compiendo il mio dovere con la serietà e la professionalità che negli anni ho acquisito. Questo mi consente di guardarmi allo specchio ogni mattina e di non vergognarmi di essere un impiegato pubblico, come lei ha di recente sostenuto che molti di noi fanno, ma anzi di esserne orgoglioso. Ma ultimamente qualcosa è cambiato, sa Signor Ministro, comincio a sentirmi demotivato: a che cosa serve che io lavori così tanto se poi comunque di me si dirà sempre che appartengo alla schiera dei “precari”, se la svolta professionale tanto attesa per me non ci sarà mai? Verrebbe la voglia di incrociare le braccia, ma questo significherebbe per me e per tanti altri come me, la resa, la fine della speranza, lo scontro con la mia onestà di sempre. Le dirò signor Ministro, anziché carnefice come impiegato pubblico e vittima come cittadino, oggi mi sento piu volte vittima: come cittadino, come lavoratore, come padre, come italiano, come precario. Sulla mia fronte il tempo ha di recente disegnato una ruga, alla quale mi sto affezionando perché e il segno del tempo che passa, dell’impegno profuso nel mio lavoro, dell’attività svolta per dare alla mia famiglia una esistenza dignitosa, della esigenza che qualcuno in questo Governo si occupi della nostra condizione di lavoratori H 24, del nostro stipendio senza accessori, del nostro divieto a lavorare di più. Io ho l’obbligo di non demordere mai, anche se la lotta sarà dura, perché i miei figli, interrogati sulla professione del genitore, non abbiano da vergognarsi a dire che è un impiegato pubblico e non si debbano vergognare una seconda volta a specificare che il padre e un “precario a vita”. Non ho alcuna vergogna a dire che in famiglia non si arriva alla fine del mese; mi vergognerei sul serio se arrivassero nella mia famiglia denari provenienti dalla corruzione, da tangenti, da forme di peculato, da una esistenza immorale.

Da ultimo volevo dirLe, signor Ministro, della mia stanchezza, che non è una malattia, né un atteggiamento, ma è un preoccupante segnale della fine di ogni entusiasmo, di ogni speranza, della voglia di fare bene il mio mestiere. Dopo tanto silenzio è necessario, è urgente, che qualcuno, in questo Governo, si occupi di me e di noi, Lavoratori Socialmente Utili, contrattisti e chissà cos’altro ancora, con uno stipendio rapportato a 24 ore settimanali. Ogni tanto, anzi spesso, quasi sempre, mi sento schiacciato da eventi più grandi di me, da un’immagine di me che annulla la mia dignità di lavoratore, trattato come un ragazzo di bottega, un apprendista ed allora è il momento di passare la mano su quella mia ruga sulla fronte… per fare qualcosa, per chiedere, per ottenere, per aver il diritto di lavorare di più e meglio per lo Stato, per le istituzioni, per la società, per la mia famiglia, per me stesso.

Signor Ministro, senza clamore e senza cerimonie, chiediamo un suo intervento per affrontare la nostra condizione di lavoratori a precariato infinito. Grazie.

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