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Eva Bellacicco ci presenta Riccardo Bacchelli ed il suo Mulino del Po, un “poema molinaresco” dal ritmo lento come lo scorrere del grande fiume ed incentrato sulle vicende di una famiglia di mugnai ferraresi ai primi del ‘900


Riccardo Bacchelli
Riccardo Bacchelli (1891-1985), scrittore italiano. Animatore del dibattito culturale del primo ‘900, fu redattore della rivista letteraria “la Ronda”.
Tra il 1938 e il 1940, scrisse la trilogia “ Il mulino del Po”, “romanzo – poema” tra meditazione storica e indagine psicologica, caratterizzato da un linguaggio essenziale non privo d’immagini suggestive e poetiche.
Questo “poema molinaresco” , come l’autore stesso lo definì, frutto di uno scrupoloso lavoro di ricerca nella cultura e nella storia locale, racconta la lunga vicenda di una famiglia di mugnai ferraresi , gli Scarceni, la cui vita si svolge tra le rive del Po e i grandi eventi storici tra il 1800 e l’inizio del 1900.
Il ritmo narrativo lento, come lo scorrere del fiume, si impenna o accelera in qualche improvvisa occasione , così come il fiume stesso sa fare, e racconta vicende di amore e morte, ricchezza e povertà , saggezza e pazzia, lasciando sullo sfondo la grande storia a fare da cornice all’eterna e dura lotta dell’uomo per la sopravvivenza.

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“Il fiume era già pieno, agitato e maestoso. Fiati e rigurgiti e mulinelli d’aria, sommossi e agitati e raggirati da quell’irruzione d’acqua più fredda nell’afa stagnante poc’anzi sul fiume, e sulla campagna e sulla pianura tuttavia, suscitavano moti strani e confusi fra boscaglie e macchie e giuncheti delle sponde; soltanto lungo il fiume, chè d’intorno fino all’orizzonte durava l’afa immota. Intanto l’altro mulino, il San Michele, dopo qualche forte beccata di prua, spezzava le funi dello scaletto, e il San Michele flottava libero e scapricciato a fior d’acqua, balzando e beccheggiando sul rigurgito forte dello scaletto piantato sott’acqua, a rischio, se lo toccava, di restarci sfondato. Nello strattone, era caduta la passerella fra un mulino e l’altro: la distanza non era tale da vietare il salto, ma lo faceva pericoloso e difficile il moto violento del San Michele e l’inclinazione del Paneperso appruato.
“ Mollate!” comandò Cecilia.
Il mulinello, abbandonato, girò a ritroso, le corde si allentarono, e il Paneperso rialzò le prue, e fiottò come l’altro, ma con beccheggio minore, dato c’era più largo,in maggior fondo, e che perciò il rigurgito, la briccola della corrente contro l’ostacolo sul fondo, era meno risentita sul pelo dell’acqua. Il pericolo era più urgente sull’altro mulino:
“ Chi salta?” domandò Cecilia risoluta.
Vogliam dire che il vecchio innamorato d’una volta, lo Schiavetto, non l’aveva ai vista così bella, accesa in volto, l’occhio scuro, la persona fremente, e i lunghi capelli neri, poiché il fazzoletto le era caduto dal capo, sciolti al capriccio delle raffiche suscitate dalla piena improvvisa? Con atto da far pensare, vezzosamente , a donna che sorge dal letto e forse dall’amore rassettandosi, lei si cercò in capo se v’era qualche forcina rimasta; ve la trovò, li attortigliò rapidamente in due filze, che riannodò sul capo e fermò colla forcina, ripetendo:
“Chi salta sul San Michele a scorciar la fune alle ancore?”
Questo conveniva fare per ovviare al pericolo più urgente, ma il Barababàgul era corto di gambe, lo Slanà non si fidava delle sue, e quelle dell’altro, il lavorante, una mano la dava volentieri, ma un secondo tuffo nel fiume rabbioso non lo arrischiava di certo. Schiavetto fece pure l’atto di muoversi. Cecilia gli disse fermandolo: “Restate qui voi: se no chi resta sul Paneperso, con questi due ragazzi?”
E glielo disse amorevolmente e filiale , ma in tono di comando. Poi, senz’esitare, la franca donna si scalzò degli zoccoli di mugnaia, impugnò la sottana e l’alzò fin oltre il ginocchio schietto e lucente, snudò le gambe nervose ed agili e robuste, un po’ inflesse con garbo caprino e, per dir tutto, degne dell’estro amoroso e canoro d’un buon pastore della pastorale antica. Occorre aggiungere che ai tempi di Cecilia era raro veder gambe nude alle donne?
I due garzonacci le fissavano con tanto d’occhi, onde lo Schiavetto sentì il morso d’una gelosia tardiva, e sgridò inviperito: “Al lavoro, carognoni!”
Lei prese la rincorsa, tre passi sull’andialetto, e balzò, cogliendo il tempo, con piede leggiero e marino, sul San Michele flottante.

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