“Si parla e si scrive bene, correttamente, quando si parla o si scrive con purezza di linguaggio, con proprietà, con armonia, con eleganza e con chiarezza” richiamando i parametri indicati da Tolomeo Bordi nel suo “Breve sommario di grammatica italiana” edito nel 1927. L’obiettivo è sicuramente impegnativo, più che mai di questi nostri tempi in cui si tende a tollerare gli errori più macroscopici dietro alla poco credibile spiegazione di comodo della nuova “flessibilità della lingua italiana”. Spesso gran parte dei dubbi e degli interrogativi di chi scrive o parla in pubblico magari per professione ruotano intorno al corretto uso dei verbi transitivi ed intransitivi. La distinzione tra queste due categorie di verbi può sembrare scontata, eppure ci sono veri e propri asini vestiti da umani che la ignorano, come faceva notare Marino Moretti in una famosa novella che aveva per protagonista un alunno bravo a vendere il pesce al mercato ma non nel distinguere i verbi che reggono necessariamente il complemento oggetto da quelli intransitivi. “Uscire” per esempio è verbo intransitivo malgrado l’uso distorto che ne fanno taluni meridionali parlando di “uscire la macchina dal garage”.
Vice Prefetto o Viceprefetto? La forma più corretta è quella tutta attaccata. Non c’è invece una regola per la minuscola o la maiuscola delle cariche istituzionali; dipende dalla prassi amministrativa o dall’uso giornalistico.
Nelle lettere formali il pronome di destinazione inserito nel mezzo di una parola (porgerLe, pregarVi, invitarLa) va in maiuscolo o in minuscolo? Anche qui non c’è regola ma la cortesia impone la maiuscola.
Gli acronimi, costituiti dalle lettere iniziali delle parole, sono spesso delle vere e proprie sigle di organismi ed aziende (ONU, UPI, ANCI, CIA etc.) ed in quanto tali vanno indicati con le lettere maiuscole, come si fa anche in francese ed in inglese. A proposito, UPIM, è l’acronimo di Unico Prezzo In Milano. E’ strano come molti acronimi di parole inglesi siano pronunciati correttamente in italiano (FBI si pronuncia EfBiAi) mentre per altri si prescinda da questa impostazione ortodossa. ONU, CIA, IRA per esempio sono spesso pronunciati sulla base delle lettere e vocali italiane.
“Buon fine settimana” è il saluto più gettonato del venerdì sera (o pomeriggio) tra i colleghi delle amministrazioni pubbliche e private. Ebbene la formula corretta è “buona fine settimana” in omaggio alla inderogabile regola della concordanza tra aggettivi e sostantivi. Lo stesso dicasi per “mezzo” che non essendo un avverbio ma un aggettivo va necessariamente concordato con il sostantivo di riferimento. Si va in ferie, quindi, per una settimana e mezza e sono le ore sette e mezza.
I plurali dei composti di “capo” per regola precisa hanno come plurale una parola che vuole al plurale la sola seconda componente. Così avremo caposezioni, capomastri, capodanni e capolavori.
Perché gli dei hanno un articolo che non compete loro in luogo del prevedibile “i” determinativo? Si tratta di una eccezione, forse un omaggio al trascendente.
Due sostantivi diversi in genere e numero con quale aggettivo si concordano? Esempio “vendeva salumi e merce toscani (o toscana ?) . La concordanza con l’ultimo sostantivo non è sbagliata (toscana) ma sembra limitare il concetto (della provenienza regionale) solo al secondo sostantivo. Più corretto è il plurale maschile, che è doveroso anche nel caso in cui i sostantivi siano dello stesso numero ma di genere diverso.
“Salve” è un saluto un po’ ambiguo, intermedio tra il lei ed il tu. Va considerato in ogni caso più vicino al tu, in quanto fondamentalmente confidenziale, ed è impensabile rivolgerlo ad un superiore. Salve viene dal latino ed è la seconda persona dell’imperativo del verbo salvere (stare bene). Si tratta quindi di un saluto beneaugurante in quanto significa “stai bene” e, oltre ad essere l’inizio di una preghiera (Salve, Regina) è uno splendido saluto, lo stesso che in altri termini (stammi bene) Rod Steiger rivolge a Virgil-Sidney Poitier nell’ultima scena della “calda notte dell’ispettore Tibbs”, celebre film di Don Siegel.
L’opposto di “deficit”? Nell’economia sudamericana si usa “superavit” per indicare l’eccesso ma definire questo termine l’ esatto opposto di deficit mi pare troppo.
“Inerente” e “relativo” pretendono il dativo e quindi la preposizione “a”, mentre “riguardante, interessante e concernente” reggono il complemento oggetto.
L’apostrofo è indispensabile nel contatto tra due vocali, quella di una fine articolo e quella di un inizio di sostantivo? L’uso dell’apostrofo in questi casi è consigliato ma non obbligatorio; personalmente ne faccio volentieri a meno.
L’accento, come si sa, è la posa più forte su una sillaba: tronche sono le parole che hanno l’accento sull’ultima sillaba (virtù); piane quelle che lo hanno sulla penultima (collèga); sdrucciole quelle che lo hanno sulla terzultima e bisdrucciole quelle che lo hanno sulla quartultima (parliamone). Qualche errore di accento: si dice zaffìro e non zàffiro, edìle e non èdile, àrdea e non Ardèa, micròbi e non mìcrobi, flògosi e non flogòsi.