

Una narrazione allo specchio di una drammaturga di nuova generazione, regista teatrale, acuta scrittrice ed insegnante di lingue, che racconta il suo faticoso impatto con la diplopia e la convivenza con la destabilizzante sindrome di Stilling-Turk-Duane
Un polpastrello sul vetro della portafinestra, poco a poco premuto, incontra il gelo dell’ultimo giorno di Dicembre. È compresso al punto da lasciare lo stampo dell’impronta digitale, segue la mano intera finché il palmo raggiunge la lastra cristallina, ora imbevuta di tempera notturna.
Dietro di me sagome oscure in uno spazio di colore marciano con la voce: 3, 2, 1.
È mezzanotte.
Un boato è sussulto: fuochi d’artificio si affacciano da ogni piega della notte.
Gli adulti si apprestano a guardare fuori: scie e intermittenze attraversano il cielo, si specchiano nelle mie pupille, un fragore di qua e cento esplosioni di là. Un punto diviene, senza indugio, molti punti di colore e le tonalità precipitano, mischiandosi e combinandosi, sovrapponendosi in un modo che mi fa girare la testa.
È meraviglioso ed è terribile.
Non vedo più origine in queste magiche scintille, tutto è caduta in un oblio stregato, Infinito.
Una curiosa nausea allunga le dita sul mio stomaco e conquista la gola, ora quei fuochi sono spari e sono diretti… proprio a me! Indietreggio. Ogni sfumatura è macchia, la finestra non sta più sui suoi piedi, sta per cadermi addosso! Mi sposto, mi salvo e finisco a terra con una mano sul pavimento di marmo.
Freddo.
Dove vanno i colori quando precipitano?
Quel giorno la finestra non aveva mica perso l’equilibrio. Io sì. Ero una bambina con i capelli legati in codini disuguali: da un lato la mia chioma era più abbondante, dall’altro meno, ma non si notava.
Anche i miei occhi erano differenti l’uno dall’altro: il destro era più grande, il sinistro era più piccolo, ma non si notava, o almeno così diceva la mia mamma.
“Testa dritta!” Comandava l’insegnante di danza
Corressi la postura all’istante per trovare, come consuetudine, la maestra raddoppiata.
No, non fraintendetemi! Non era ingrassata di colpo, ma due figure, anziché una, mi stavano di fronte e così tutto il resto, persino lo stereo! Tutto era due.
I tutù delle mie compagne ora erano molti di più, macchie in movimento, fastidiosissime nuvole. Non mi piaceva stare dritta, non mi piaceva per niente, veniva meno la gravità e mi girava la testa al punto che soffitto e pavimento si cambiavano di posto come due pagine di un libro sfogliato alla rinfusa. Le altre bambine tenevano la posizione senza fiatare.
Con la coda dell’occhio tentai di verificare se la mia posizione fosse la stessa assunta dalle altre, non riuscivo a ruotare l’occhio fino a raggiungere lo specchio, così con il capo mi sporsi avanti. Prontamente ripresa, scoprii la vergogna, un’ombra sulla mia fronte e un nodo alla gola, non riuscivo a respirare. Negligente, una bambina capricciosa, questo ero io.
Io che disobbedivo a tutto e tutti, sempre. Avevo un corpo traditore che non seguiva le regole di questo mondo, forse era la mia punizione, o forse non ero stata sufficientemente punita per essere sempre diversa nel modo di sentire, di esprimermi, di protestare. Avrei voluto piangere.
Sollevavo armoniosamente il braccio, la mano e le dita sopra il capo, con la stessa grazia e disuguale impeto si levava in me un urlo che nessuno avrebbe udito.
Non avrei smesso di ballare, di incidere storie sulla pagina incorporea dell’aria, con le gambe e le braccia, con lo sguardo di chi non ha direzione. Non mi spaventavano le doppie sbarre al muro o i secondi specchi, questi ultimi avevano le sembianze dell’aurea luminosa dei primi.
Sapevo sempre dove mettere i piedi.
Ovunque tra gli specchi incontravo me stessa, duplicata, moltiplicata, amata e respinta dai miei stessi occhi.
[Coreografia]
Di tanto in tanto sentivo i miei familiari parlare di un insolito problema, una certa sindrome che dovevo avere, la Stilling-Turk-Duane, sarà stato anche vero, ma non mi sembrava ci fosse molto da dire, o da preoccuparsi, io ero come tutti gli altri bambini, solo più stravagante.
Si rabbuia, così le luci del palco.
Oscura, enigmatica come le streghe delle favole. La sindrome non c’entrava nulla.
Torna la luce
Facevo di tutto per dimenticare le ombre vive sotto la mia pelle ed era facile quando incontravo il viso della mia amica Aurora, i suoi occhi azzurri mi riportavano a galla, mi sentivo di nuovo buona e con così tanto da dare.
“Che hai fatto?” Mi chiese un giorno un mio coetaneo a scuola, in giardino.
“Niente, perché?”
“Sei arrabbiata?”
“No”
“Triste?”
“No”
“E allora perché mi guardi così? Ti sei fatta male?”
“No!”
In momenti come questo era forte il dubbio che quella storia, quella malattia di cui avevo sentito parlare, avesse un senso, eppure quando mi guardavo allo specchio non vedevo nulla di strano. Mi trovavo carina invero e mi sorridevo mostrando i denti, a volte la lingua, felice di essere al mondo così com’ero con i miei occhi nocciola, uno più grande ed uno più piccolo. C’è chi ha un neo sul naso, chi una voglia color fragola sul braccio, io avevo la mia particolarità, d’altra parte avevo sempre pensato di essere speciale.
Per la befana ricevetti tre libri di Sergio Bambarén e portai avanti la lettura fino a sera, dopo di che la nausea mi colse impietosa e non trattenni la cena. Io che mangiavo così poco non dovevo ridurmi così: non stavo bene, avevo letto troppo, come mai ero stata così stupida? Mi coricai presto, ma non fu sufficiente a evitare di saltare il primo giorno di scuola dopo le vacanze. Un pensiero, rapido come Ermes, traversò la notte: qualcosa non andava in me.
Sebbene non tutto scorresse liscio, non veniva meno il bisogno di ridere e inventare storie da inscenare per gioco con le amiche, di tanto in tanto sfilavamo le cinte dagli accappatoi dei nostri genitori per usarle come guinzaglio, camminare a quattro zampe non era sufficiente per interpretare il ruolo del cane. Fu esilarante quando il padre di Valentina uscì dalla doccia chiamando la moglie in cerca della cintura perduta.
Assaporavo il passaggio delle stagioni con le loro peculiarità: le castagne e le foglie a terra nel cortile della scuola rossa erano un tappeto su cui ci gettavamo l’un l’altra, o insieme con un salto. L’inverno e i lavoretti di Natale, le canzoncine e i biscotti alla cannella, la prima margherita e finalmente la primavera! La mia festa di compleanno e infine le vacanze estive durante le quali, per qualche tempo, dovevamo separarci. Il tempo vola quando si gioca ad acchiappa fulmine.
La penna sul foglio misurava l’inclinazione del sole di Luglio. Se la mia testa e il mio corpo non ne volevano sapere di seguire le regole di questo mondo non aveva importanza, un altro pianeta era a mia disposizione, senza bisogno di permessi e giudizi: era proprio verso quel mondo che il mio occhio sinistro, piccolo e ribelle, era sempre rivolto.
Avevo bisogno di credere che ci fosse un luogo accessibile, vivibile, in cui riversare la meraviglia che avevo nel cuore: fu così che cominciai a scrivere il mio primo diario.
Trascorsi le sere d’estate a scrivere in balcone, non una rassegna dei miei sogni, bensì una collezione di racconti: la protagonista volava di pagina in pagina con ali da farfalla, si chiamava Stella ed era regina di un mondo fatato.
Sulla pagina l’oscurità non era condanna, ma luce soffusa, poetica, vagamente rischiarata dalla luna.
Il primo giorno di prima media eravamo tutti in cortile.
Il preside chiamava all’appello classe per classe, nome per nome ed io ero la seconda sul registro scolastico della IG. Il cuore impazzii quando udii: “Buccia Alice”, mi affrettai e inciampai sul gradino, mi era sembrato poco più su di dove lo avevo visto.
Incontrai uno ad uno i volti dei miei compagni, erano buffi: chi con le labbra pronunciate, chi con le orecchie a sventola e qualcuno infilava le mani nel naso. Tra tutti questi ragazzi c’era Raffaele, lo avevo già incontrato in passato, lo trovavo carino dalla prima volta che avevamo giocato insieme al parco: aveva la pelle scura e occhi dal taglio orientale.
Non vedevo l’ora di fare amicizia e non persi tempo, mi presentai.
“Ciao, io sono Alice!” offrii la mia mano entusiasta a una delle nuove facce
“E chi se ne frega!” tagliò corto il ragazzo con le labbra carnose
La mia mano cadde nel vuoto, come farfalla in volo, colpita da una raffica improvvisa.
Non mi diedi per vinta.
“Qualcosa non va?” chiesi confusa
“Ma dici a me?”
“A chi sennò?”
“Allora perché guardi da quella parte?”
Schioccò le dita: “Io sono qua” aggiunse
Il ragazzino e i due amici sogghignarono.
Senza più niente da dire, volai via. Trattenni le lacrime, non potevo credere di esser stata umiliata di fronte a Raffaele.
Non è impedimento per il tempo disporre di una gamba più lunga ed una più corta sul quadrante dell’orologio e, senza capogiri, continuare a piroettare; così Persefone aveva fatto ritorno agli Inferi lasciando foglie di fuoco sulla via. Avevo tentato di stringere nuove amicizie e solo in parte ero riuscita nell’intento. Rassegnata, raccolta in me stessa, spiegai le mie ali di carta nell’unico luogo dove mi fosse possibile, invisibile, impalpabile a chiunque fuorché me.
Nel frattempo ero diventata la ragazzina con l’occhio storto, o semplicemente storta, cosa farne di un’antenna divelta che avverte il segnale di un altro mondo, un mondo che non esiste?
Si chiamava Tommaso il ragazzo dalle labbra pronunciate: un giorno come un altro nella palestra della scuola chiese a Raffaele di distrarmi, mi chiese come facessi a essere tanto brava a scrivere i temi, mi sentii accendere, ma ancor prima di rispondere una palla mi colpì violenta sullo stomaco.
I miei compagni di classe avevano individuato il mio punto cieco e così da sinistra era giunto quel dolore, tuttavia per un’adolescente non è mai tragedia la ferita accidentale, è angoscia la derisione. Riversa a terra, come un calice di vergogna, mi affrettai a rialzarmi, ingannandomi di essere intera. Quel segno rosso, stampato sulla mia pelle era loquace, traccia desemantizzata, l’unico vero significato era il disprezzo.
Il tempo non accennava a fermarsi e ripeteva gli stessi passi uno di seguito all’altro, meccanicamente. Nessuna nuova coreografia. Abbandonai gli specchi, le sbarre e le compagne di danza, ma non i miei tanti riflessi. Studiare era sempre più difficile, mi stancavo presto, un dolore martellante sopraggiungeva alla testa, il passo del tempo aveva in serbo per me un nuovo senso di nausea ogni giorno che passava.
Non ero mai una, ma da qualunque prospettiva mi guardassi ero storta, una perdente.
Avevano ragione: non studiavo abbastanza. Era anche vero che non mi ero impegnata a dovere a danza, era vero che ero capricciosa ed era vero che non ero bella: appassivo dove le altre fiorivano, mi rannicchiavo a terra, mentre le altre si slanciavano verso il futuro.
A scuola era tutto sempre più difficile e lo zaino ero in bilico sul carrellino perché era stato riempito di calci e, nonostante questo, era ancora preferibile per me evitare di portare tanto peso sulle spalle perché la mia schiena, come tutto il resto, non era come avrebbe dovuto essere.
Di fronte alle mie dodici candeline avrei voluto morire pur di non sentire un’altra parola sul mio conto, calare il sipario sulla mia vita a patto di non provare più il terrore della solitudine, la minaccia dei pugni e il sottofondo di risatine delle ragazze belle e inviolabili.
Non ce la facevo più. Spensi le candeline e con queste qualunque fiamma fosse accesa in me, non una sola farfalla si sollevò dalle mie pagine o dalle mie labbra, intirizzite come le mie dita.
Avevo freddo, sempre freddo, sempre di più.
“Che hai fatto?” Chiesi un giorno a una mia coetanea, in giardino.
“Nulla” rispose lei agitando le braccia “sono questi moscerini, che fastidio!”
Non lo sapevo, ma avevo appena trovato un’amica, si chiamava Emma, era di un’altra classe ed era sola quanto me. Quel giorno parlammo a lungo, una farfalla volò libera sulla carta e tante altre la seguirono. Fu l’estate più bella mai vissuta fino ad allora: abitavamo a pochi metri di distanza io ed Emma, passeggiavamo, mangiavamo il gelato e parlavamo dei ragazzini per i quali avevamo una cotta, ballavamo sui tronchi tagliati e ci stendevamo sul prato della parrocchia vicina.
Tutto era eternità e il tramonto solo un cambio di scenografia.
Una decina di ruote di bicicletta spezzarono la quiete.
Labbra pronunciate, orecchie a sventola, dietro di loro altri tre ragazzi: i nostri compagni di scuola. Le mani mi si gelarono sotto il sole e la gola divenne improvviso deserto di parole, uno di loro aveva l’aria familiare, lo vedevo spesso per il quartiere, ma non mi aveva mai rivolto la parola finché: “Io lo so chi sei”
Non risposi né domandai nulla, lui proseguì: “Sei la ragazza a cui interessa Raf!” ridacchiò “Non gli piacerai mai” dichiarò
“M-A-I” Articolò Tommaso
Un girotondo di epiteti maligni proiettò ombre su di me, ma l’unica parola che riuscii a scivolare nel mio cuore senza passare per le orecchie era: storta. Sei storta, Alice.
Fuggii, fuggimmo.
Piansi a lungo, piansi intensamente nascosta dietro un cespuglio. A malapena compresi le parole di conforto di Emma tra un singhiozzo e l’altro.
“Non sono tutte le cose che dicono quelli là” balbettavo mentre mi convincevo di essere sul serio tutto ciò che da un anno a quella parte mi era stato detto.
“Perché non glielo dici?”
L’idea di Emma mi parve folle, nondimeno dopo qualche minuto mi parve ragionevole.
“Continueranno a dire quel che vogliono, ma tu gli farai vedere che sai perfettamente chi sei”
Mi alzai di colpo asciugandomi le lacrime con il polso, li cercai, li trovai.
“Siete voi quelli storti!”
“Ah-ah-ah!” risero come iene.
“Non avete niente da dire, non sapete nulla. L’unica cosa che sapete è come far del male agli altri”
“Adesso vedi quanto ti faccio male!” minacciò Tom abbandonando la bicicletta al marciapiede e raccogliendo prontamente un sasso; vigliacco scelse nuovamente la direzione del mio punto cieco, ma stavolta ero preparata: schiavi il colpo.
Quel giorno i ragazzini ci rincorsero e lanciarono sassi e pietre per la via.
Tornai a casa contusa, tuttavia non ero ferita.
Avevo scoperto il coraggio nelle diverse tonalità dei miei lividi.
Lo scontro non si esaurì quel giorno, anzi divenne gioco, un gioco pericoloso, perlomeno la ragazza storta aveva alzato la testa e con gli occhi non più a terra poteva osservare le api a lavoro, le farfalle e le cavallette di cui Emma aveva tanta paura. Ogni lotta mi faceva sentire meglio, coraggiosa e capace di tutto, sebbene portassi sempre sulla mia pelle qualche segno di guerra.
A scuola suonò la prima campanella di Settembre e un giorno la professoressa mi convocò in presidenza; con il cuore in gola raggiunsi l’ufficio e lì trovai Emma già comoda su una sedia. Perché avevamo quei segni sulle braccia? Come era successo? Chi era stato? I nostri nemici furono sospesi per una settimana, notizia che non li scoraggiò minimamente, tutt’altro: “grazie” ci benedirono con sarcasmo quando li incontrammo sulla solita via. “Niente scuola per una settimana!” Gridarono quasi pestandoci i piedi con le ruote della bicicletta.
Una piccola torcia si accendeva a destra e si spostava a sinistra, dove non potevo seguirla.
Ora un righello e di seguito immagini in sovraimpressione su un cartoncino.
Uno schermo lontano: “Quali lettere vedi?”
Ne vedevo moltissime, troppe, le une sulle altre. Si univano e si separavano, come note musicali che tentavano di comporre un suono, divenivano in realtà tumulto silenzioso.
L’oculista non parlò per mezze misure: dovevo essere operata, presto o tardi sarebbe stato necessario, e quel momento era vicino. Dopo la visita non feci in tempo a tornare a casa che subito uscii subito in strada con Emma, le parlai di quanto mi era stato diagnosticato, senza capirlo a pieno, intanto mia madre allontanava da sé il pensiero della sala operatoria, almeno per il momento.
Il tempo eseguì il proprio salto colpendo gli alberi con la punta del piede, ruzzolarono foglie e castagne in un abbraccio di aculei. Ad Halloween volava il mio mantello nero da strega mentre correvo con gli amici per la via: “Dolcetto o scherzetto?”
Il primo Novembre la festa era finita, il sole assopito già a metà pomeriggio e il quaderno di geometria aperto sotto l’occhio giallo della lampadina da tavolo. Nausea. Nessuna novità.
I quadretti del quaderno persero i loro contorni, come non potessero essere più trattenuti nello spazio delineato dalle righe orizzontali e da quelle verticali; lettere e numeri non erano più riconoscibili se non con uno sforzo, un movimento.
Ragnetti minuscoli e impazziti quei caratteri illeggibili.
Sollevai lo sguardo: nemmeno i libri sembravano voler restare al proprio posto, la tv, o i vetri delle finestre. Poco contava che tenessi la testa dritta o meno, tutto si scomponeva, non potevo impedirlo né resistere alla realtà in pezzi.
Mi sollevai dalla sedia, una porta colpì la spalla e un muro il gomito, ma raggiunsi il letto e spensi la luce. Un’ombra accese nuovamente l’interruttore. Rimproverata per non aver finito i compiti di geometria, non potevo sperare che sarei mai uscita dal mio letto. Una barca, questo ero io, dispersa tra cielo e oceano, entrambi cuciti sulla mia bocca circondata di lacrime. Non ci credeva nessuno che stessi male, che non ci vedessi addirittura! Quale bugiarda, fragile ragazzina! Si fulminò la luna e il buio ritagliò per sé nuove strade, prese a strisciare in tutte le direzioni, ma soprattutto a tacere.
Era sempre più freddo.
“Quante figure vedi? Quali? Che lettere sono queste? Quante sono?”
L’oculista aveva in serbo le domande di sempre con lo stesso righello davanti al mio naso e, mentre mi impegnavo a trovare le risposte, capivo da me che qualcosa era cambiato.
“Gli occhi sono scompensati. È arrivato il momento di operarla”
Due mesi stillati in gocce di sangue, dal polpastrello al braccio. Il mio corpo, sottoposto a una serie di analisi, danzava tra brandelli di realtà. Scrivevo con gli stivali sulla brina delle 8:00 quando entravo a scuola, attesa da due compagni al principio della scalinata per poter raggiungere la classe.
Nessuno osò più lanciarmi sassi.
L’attenzione si spostò su Raffaele, sebbene lui stesso fosse stato fra i bulli, venne additato come immigrato, intimato di tornarsene a casa sua da coloro che erano stati i suoi amici.
Considerai che i miei compagni avessero un problema più grave del mio con i loro occhi e che non fossero in grado di vedere chi gli stava di fronte: ovunque incontravano l’odiatissimo riflesso di quel che erano diventati.
Di pomeriggio mi aspettava il cortisone, necessario ad assicurare che lo scompenso non derivasse da una banale infezione. Un momento! Se tutto questo avesse avuto origine nel mio cervello? Per scoprirlo mi sdraiai su un lettino che mi risucchiò chiassoso in un’oscurità robotica.
Si trattava della risonanza magnetica.
Non potevo muovermi, all’infuori delle mie labbra, queste ultime potevano danzare ancora, produrre note stonate, scrivere, comunicare. Tentai di rispondere a quei suoni metallici, che martellavano ogni pensiero di passaggio, adeguandomi al loro codice.
Imitazione comica dei suoni metallici
Uscii con il viso rosso, affatto lucida.
Al termine di attese, scale, immagini reversibili ed esami clinici arrivò il 18 Dicembre, data prevista per l’intervento.
Nella camera della clinica entrava il sole senza bisogno di chiedere il permesso, c’era anche una tv, selezionai MTV, come fossi a casa mia. La somministrazione della morfina non fu sufficiente a distogliermi dallo schermo finché non mi colse il suo saporaccio, seguito da quello dello zucchero. “Buono eh?”
“Intendi lo zucchero?” Ironizzai
Alcune suore, che mi parvero tende sospese su finestre immaginarie, mi condussero alla sala operatoria e quando mi fecero i complimenti per la vestaglia rosa con i bottoni a forma di cuore risposi che io ero Britney Spears.
“Un’anestesia per bambine belle” fu l’ultima cosa che udii prima di morire.
Certo che morii! Come avrei potuto nascere una volta ancora? Come riaprire gli occhi senza chiuderli?
Dire addio alla mia vita non fu semplice.
Quando mi risvegliai sagome di grafite si muovevano nella camera, erano i miei genitori, mio fratello e i miei zii. Sul mio occhio sfortunato sembrava fosse franata una montagna, o che un terremoto avesse scosso il mio volto e tanti piccoli sassi colmassero l’orbita; quando tentai di ripulirlo mia madre arrestò il movimento con la sua mano.
Sulla ferita era salda una benda bianca, pagina spoglia, farfalla in attesa.
Tutto diventò uno.
L’autostrada aveva tre carreggiate, non sei. Uno era spaventoso. Uno era immenso, non avevo orientamento sufficiente a riconoscere aree diverse e a muovermi in uno spazio tanto vasto quale era il mondo.
***
Qualche giorno fa sono andata dall’oculista:
“Quante figure vedi? Quali? Che lettere sono queste? Quante sono?”
Il solito righello davanti al mio naso.
“Hai per caso accusato dolori al collo o alla schiena?”
“Sì, ne soffro da un bel po’”
Ha preso nota, io ho preso atto: chi nasce, come me, con un occhio sfortunato, assume per anni una positura tutt’altro che idonea. Il mio collo non ha curve, è verticalizzato.
Ho spesso pensato alla mia vita come al lancio rabbioso di un colore sulla tela.
Non c’era forma, solo follia.
“Cosa fai ora?” domanda l’oculista
“Scrivo la mia storia”
Quando il mondo è diventato uno, ho disperatamente cercato il mio posto tra le sue contraddizioni, non sono sicura di averlo trovato, ma so dove andare quando ho bisogno di incontrare me stessa.
Tra gabbiani, turisti e lucchetti cammino sul ponte più famoso di Colonia poiché nel corso degli sono giunta più lontano di dove mi portasse lo sguardo: c’è molto in ciò che possiamo vedere, ma molto di più in ciò che è precluso ai nostri occhi.
Cammino, io cammino sempre. Attraverso il ponte e i tacchi delle mie scarpe battono il ritmo dei secondi mentre il Reno richiama a sé il mio sguardo, mi accosto al parapetto, è lì che il mio riflesso mi attende, nell’acqua.
Quel 18 Dicembre ha tagliato via metà del mio mondo.
Nessuno sapeva che, mentre il mondo diventava uno, io ero ancora due.
Tra i passi di chi mi sfiora e le voci delle città, sono ancora due.
Una farfalla sosta fra le mie dita sul parapetto, sembra mia ed è di nuovo libera fra nuvole.
Riprendo a camminare sotto il sole splendente, una corona a impreziosire i pinnacoli del Duomo, il treno sfreccia sulla sinistra e la tramontana si intreccia ai miei capelli. Un gelido sussulto, cui non so che nome dare, si innesta nelle mie ossa e voi come lo chiamereste?






