Comirap

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home Arte cultura e tempo libero UN’INSOLITA FUGA. Racconto di Paolo Molinaro

UN’INSOLITA FUGA. Racconto di Paolo Molinaro

E-mail Stampa PDF


 

E’ sparito, è fuggito…si tratta di un facoltoso imprenditore, un agente segreto oppure un politico rampante?  Si parla di Sandro, avvistato l’ultima volta in chiesa…

 

Che ore sono? Si chiese Rocco con impazienza guardando l’orologio da polso. Non erano ancora le cinque del mattino, come al solito era lui quello che arrivava sempre in anticipo. Dopo qualche minuto, infatti, giunse il furgone che parcheggiò proprio a lato della chiesa. Dall’abitacolo scesero Pietro, Fulvio e Marta: nessuno disse una parola, solo un cenno di saluto, non bisognava perdere tempo.

La porticina laterale della chiesa che dava sul corridoio che portava alla sacrestia si aprì con fin troppa facilità: il sacrestano, come tutti sapevano, soprattutto di sera di solito era alticcio e quasi sempre dimenticava di chiudere a chiave. Del resto la chiesa era stata costruita pochi anni prima, non conteneva opere d’arte o altri oggetti di particolare valore e nessuno aveva pensato di installare un antifurto. I quattro entrarono con circospezione, percorsero lo stretto corridoio fino alla sacrestia e da lì penetrarono nella navata centrale della chiesa. Li accolse un vuoto quasi irreale, ma non quello solenne delle cerimonie finite ma quello sospeso delle ore prima, quando tutto è già pronto e ancora nessuno è arrivato. I banchi allineati, i fiori troppo freschi, solo qualche fioca luce accesa, odore d’incenso misto a quello leggero della cera. E, davanti all’altare, la bara, lucida, inappropriata.

Per consolare la moglie Maria, il parroco aveva consentito che si svolgesse una breve funzione religiosa, anche se Sandro in chiesa non l’aveva mai visto. Sapeva però che era un brav’uomo, che aveva delegato l’educazione dei figli alla moglie, lasciando che fossero battezzati e che facessero la comunione. Don Sergio, inoltre, ricordava che Sandro, una delle poche volte in cui lo aveva incontrato, gli aveva detto che, a suo avviso, Gesù Cristo era stato il primo socialista della storia.

Sandro aveva lavorato per tutta la vita come muratore, anzi si era ammalato proprio perché aveva respirato l’amianto che il suo datore di lavoro sosteneva fosse innocuo. Aveva costruito centinaia di case per gli altri ma lui non era mai riuscito a comprare la sua: si era iscritto ad una cooperativa edilizia che però dopo un anno era fallita, chi aveva acquistato le quote aveva perso i risparmi di una vita e il cantiere, alla periferia della città, era ancora lì. Si potevano ammirare blocchi di calcestruzzo, attrezzi da lavoro arrugginiti, buche profonde nelle viscere della terra, era divenuto insomma il luogo di ritrovo ideale per gli spacciatori e i tossicodipendenti della città.

«Ci siamo» sussurrò Fulvio: si avvicinarono al feretro uno alla volta, senza fretta. Nessuno parlava davvero: si muovevano come se quel silenzio irreale fosse un oggetto fragile da attraversare senza romperlo. Marta fu la prima a toccare il legno lucido. Rimase un attimo ferma, guardando la bara. «Non ci eri mai entrato, da vivo» disse piano. Pietro tornò indietro a chiudere accuratamente la porta alle loro spalle, non voleva che dall’esterno qualcuno scorgesse una luce e cogliesse qualche rumore.

« Forza, abbiamo poco tempo» disse Rocco: in realtà nessuno li stava aspettando e tutta l’operazione avrebbe richiesto solo pochi minuti ma quella decisione, presa in tutta fretta quando era ancora viva l’emozione e il dolore per la notizia troppo imprevista, avrebbe potuto non reggere alla luce del giorno. Meglio farlo in fretta, prima che la riflessione potesse rimettere tutto in discussione.

La presero ai lati, con cautela. Il legno era freddo ma il peso era reale. «Pronti?» chiese Rocco: nessuno di loro rispose, ci fu solo un cenno.

Sollevare la bara dentro una chiesa vuota aveva qualcosa d'irreale. Nessuno avrebbe chiesto spiegazioni, nessuno li avrebbe fermati. Non si avvertiva nessun rumore, solo quello appena percettibile dei passi sul pavimento e il respiro trattenuto. Attraversarono la navata senza guardarsi intorno, come un improbabile corteo funebre, quasi convinti della loro invisibilità.

La porta laterale si aprì ancora una volta senza offrire alcuna resistenza: i quattro erano quasi sorpresi della facilità dell’impresa. Fuori, li accolse l’aria ancora fresca del mattino: fu quasi un sollievo per i loro corpi accaldati per lo sforzo.

Il furgone era lì, parcheggiato poco distante. Caricarono la bara con più difficoltà del previsto. Un angolo urtò contro il bordo, producendo un colpo secco. Tutti si fermarono, trattennero il respiro ma niente, nessun movimento, nessuna voce. «Andiamo» disse Marta.

Salirono. Il motore si accese. La chiesa rimase alle loro spalle, immobile, come se nulla fosse successo.

Pietro guidava e nessuno parlava, ognuno assorto nel proprio dolore per un amico che era andato via troppo presto e senza un preavviso che consentisse loro di abituarsi all’idea.

Quando arrivarono al cantiere all’estrema periferia della città, il sole era ancora basso. Avrebbe dovuto divenire una sorta di quartiere modello con edifici moderni e funzionali, negozi e strutture sportive ma questo sogno era stato interrotto dalla disonestà di qualcuno e ora i quattro avevano davanti a loro solo uno spazio quasi irreale: pilastri senza muri, ferri piegati, erba alta che aveva preso possesso di tutto e che nascondeva l’insidia di siringhe usate.

«Siamo arrivati, Sandro» disse Pietro come se potesse sentirlo. Scaricarono la bara e la portarono al centro, dove il cemento lasciava spazio alla terra. «Questo mi sembra il punto ideale» indicò Marta.

Si misero a lavorare alacremente, scavarono a turno. La terra era dura all’inizio, poi più cedevole. Il lavoro li fece sudare, sporcare, imprecare, rallentare i pensieri.

Quando la buca fu abbastanza profonda, si fermarono. Marta si chinò, appoggiando la mano sul legno «Così è meglio» disse. «Niente sceneggiate.» Calarono la bara dentro la fossa che avevano creato con grande fatica, utilizzando delle corde robuste come ognuno di loro aveva già visto fare nei funerali ufficiali. Pietro raccolse una manciata di terra e la lasciò cadere, poi disse: “la cerimonia funebre ce la facciamo da soli” Gli altri a turno lo imitarono.

Richiusero la fossa lentamente. Il suono della terra che cadeva copriva tutto il resto e quando finirono, sistemarono sopra un bel po’ di detriti: pezzi di cemento, ferri, erbacce e nessun segno visibile.

«E’ quasi ora della cerimonia, sarà una bella sorpresa per tutti, chissà cosa penseranno?» si chiese Rocco ad alta voce «Penseranno che è fuggito o che è sparito, forse per una magia» rispose Fulvio «E non sarà nemmeno una bugia.»

Marta si alzò e andò a sedersi nel furgone perché ormai era distrutta: aveva lavorato come gli altri e ora guardava il punto dove avevano spalato fino a poco prima che era ormai indistinguibile da quei resti frantumati di un sogno metropolitano.

Rimasero ancora un attimo, poi anche gli altri tre tornarono al furgone. Quando se ne andarono, il cantiere restò lì, come sempre: incompleto, dimenticato e sotto quella terra un uomo era finalmente arrivato a casa sua.

 

Fine modulo

 

Seleziona la lingua

Italian English French German Greek Portuguese Spanish