
Il furto del tortellino d’oro ha l’effetto di una bomba ed alla omonima Confraternita modenese c’è un disorientamento totale ma per fortuna ad indagare sul misfatto c’è il maresciallo Esposito, anche se con i tortellini non ha un gran feeling…
“Che ore sono?” il Maresciallo Vincenzo Esposito guardò lo schermo del computer sulla scrivania “le 12, 05” disse tra sé mentre, come ogni giorno a quell’ora, veniva colto da un malessere indefinito che lo costrinse ad alzarsi e a dirigersi verso la finestra del suo Ufficio. La nebbia, che a prima mattina aveva avvolto la città, si andava progressivamente diradando e sullo sfondo, tra le case, Vincenzo poteva intravedere ormai distintamente la Ghirlandina. Il suo umore però non accennò a migliorare: a quell’ora, infatti, i suoi concittadini, come tutti sanno, per quel giorno avevano già terminato di lavorare e sciamavano tra i vicoli e per le strade, diretti verso Mergellina o Posillipo, addentando pizze a portafoglio, assaporando piatti di salsicce e friarielli, mentre centinaia di mandolini suonavano all’unisono.
A Modena, invece, alle ore 12 si produceva ancora: un silenzio operoso e monacale avvolgeva capannoni industriali e uffici open space, interrotto soltanto dal ronzio delle ventole dei computer, dal rumore sommesso dei rendiconti e dei bilanci aziendali che dovevano quadrare al centesimo e da un’impalpabile, persistente odore di impegno e di fatturato. Si trattava chiaramente di un’abitudine disumana, decisamente contraria al diritto internazionale (che però, come è noto, vale sì … ma fino a un certo punto) e alla Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo.
Mentre meditava sulla vita spensierata che aveva trascorso fino alla promozione e al conseguente trasferimento, il telefono sul suo tavolo prese improvvisamente a squillare, rompendo il silenzio della stanza e riportando Vincenzo alla realtà.
«Maresciallo! Corra subito alla Confraternita del Tortellino, qui in centro storico! Hanno rubato il Tortellino d’Oro!» gli annunciò una voce concitata.
Il Tortellino d’Oro era un prestigioso gioiello in oro massiccio che poteva tranquillamente definirsi l’equivalente emiliano del sangue di San Gennaro, ma fuso in metallo prezioso e con una percentuale di grassi saturi notevolmente superiore. Esposito radunò subito la sua pattuglia, saltò nella gazzella d'ordinanza e coprì la breve distanza, a sirene spiegate, in pochissimi minuti, rischiando di travolgere tre pensionati in bicicletta, muniti di borsa della spesa e provenienti dal vicino mercato Albinelli.
Sul luogo del delitto la scena era decisamente apocalittica: il Presidente della Confraternita del Tortellino, l’Ingegner Malavasi – un uomo la cui pressione arteriosa sfidava le leggi della medicina – si strappava gli ormai pochissimi capelli residui senza distogliere lo sguardo dai resti di una teca infranta, mentre la Sindaca in persona, la Dottoressa Emilia Pini, era in preda a un vero e proprio attacco di panico che nemmeno abbondanti dosi di ansiolitico riuscivano a placare.
«Un disastro, Maresciallo, un disastro di proporzioni cosmiche!» urlava Malavasi, sventolando le mani callose che tutta la vita avevano utilizzato lo speciale mattarello per stendere la mitica sfoglia. «Mancano solo tre giorni alla Fiera Gastronomica Mondiale! Come ci presentiamo davanti alle delegazioni straniere? Come un secchio di brodo intiepidito senza cappone? Che figura: i bolognesi ci derideranno per il resto della nostra vita! Ormai siamo finiti!»
«Calma, Ingegné, andiamo con ordine», interruppe Esposito che, con la sua flemma partenopea, estrasse dalla tasca della divisa un taccuino molto simile a quello utilizzato dal suo famoso collega, il Tenente Colombo «Spiegatemi bene i fatti: il gioiello era protetto da una teca in cristallo antiproiettile, il sofisticatissimo sistema d'allarme era stato acquistato solo pochi mesi fa: com'è stato possibile un furto del genere?»
«Il ladro ha usato uno strumento ultramoderno! Un sega elettronica dotata di raggio laser al plasma ad altissima precisione per tagliare il cristallo!» spiegò la Sindaca, con la voce che tremava come una gelatina di maiale. «E per bypassare il firewall dell'allarme da un milione di euro... ha semplicemente inserito la password di accesso!»
Esposito bloccò la penna a mezz'aria, sollevando un sopracciglio. «E qual era, se posso chiederlo, la password per accedere al sistema informatico di vigilanza?» «Tortellino», sussurrò Malavasi, abbassando lo sguardo verso le sue scarpe stringate con profonda, cosmica vergogna. «Con la T maiuscola, però.»
Esposito trattenne a stento un sospiro contemplativo verso il soffitto, riflettendo però sul fatto che i manigoldi si erano sicuramente giovati del supporto di un abilissimo hacker, come era accaduto nel furto recentemente perpetrato ai danni del Louvre di Parigi!
La prima pista investigativa portò il Maresciallo dritto da Ermete, noto ristoratore locale dal carattere che definire "irascibile" era un cortese eufemismo da manuale diplomatico. Ermete era stato espulso dalla Confraternita, alcuni mesi prima, dopo un'epica rissa finita a colpi di matterello in faggio evaporato: il noto cuoco modenese sosteneva, con fanatismo quasi religioso, che lo spessore della sfoglia non dovesse tassativamente superare 0,6 millimetri mentre gli altri esperti, radunati per la stesura del disciplinare, ritenevano che si potesse arrivare fino a 0,8 millimetri. Un altro gravissimo motivo di attrito fu la proporzione tra i vari tipi di carni che costituivano sia la farcitura del tortellino che il relativo brodo di cottura. Ermete riteneva di essere l’unico depositario delle relative formule sacre e tutto ciò indispettì notevolmente gli altri componenti del direttivo della Confraternita, tanto che dopo qualche minuto gli animi si surriscaldarono oltre misura!
Tuttavia, il buon Ermete venne scagionato in dieci minuti d'orologio: le telecamere di sicurezza cittadine lo riprendevano chiaramente mentre, all'ora esatta del furto, stava chiudendo la saracinesca della sua trattoria, imprecando in dialetto stretto contro l’aumento della materia prima e delle tasse imposte dal governo. Pochi minuti dopo, in modo inequivocabile, il ristoratore si trovava a bordo della sua utilitaria e si dirigeva nella direzione esattamente opposta alla sede della Confraternita.
Il Maresciallo appuntò allora la sua attenzione sul secondo indiziato: Massimo Barbieri, l'enfant terrible della ristorazione locale, espulso a furor di popolo per i suoi efferati e ripetuti "crimini contro la tradizione". Barbieri, infatti, vate della cucina “fusion”, proponeva nel suo locale abomini culinari come tortellini cotti secondo la tecnica giapponese del tataki, ripieni di sushi e bagnati nel sakè! Come se non bastasse, Barbieri aveva ideato lo gnocco fritto spennellato con riduzione di salsa di soia e zenzero, nonché un piatto a base di preziosissimo Parmigiano Reggiano, invecchiato almeno 48 mesi, adagiato a cubetti su di letto di riso basmati profumato.
Barbieri fu subito fermato e trascinato in caserma dagli uomini dell’Arma mentre giurava e spergiurava di essere innocente! Esposito lo incalzò per ore nella penombra della sala interrogatori anche perché l’uomo non solo non aveva uno straccio di alibi ma, forse per la stanchezza, si era più volte contraddetto nelle sue dichiarazioni. Il maresciallo era ormai già pronto a chiedere al magistrato di turno il fermo del sospettato, quando la porta dell’Ufficio si spalancò con un colpo teatrale. Entrò trafelata, avvolta in una nuvola di persistente costoso profumo, Elena, una nota nobildonna locale nonché moglie di un facoltoso concessionario d'auto della zona.
«Non arrestatelo! Era con me!» gridò la donna, stringendosi il prezioso cappotto sartoriale al petto. «Posso testimoniare a suo favore: al momento del furto, stavamo consumando la nostra passione segreta tra i sedili posteriori di un SUV tedesco, parcheggiato in prossimità della vetrina dell'autosalone di mio marito! Preferisco rovinare il mio matrimonio e subire la gogna del pettegolezzo provinciale, piuttosto che vedere in prigione il mio Massimo!»
Massimo Barbieri aveva una testimone molto affidabile a suo favore e perciò venne subito rilasciato. Le indagini ora purtroppo si trovavano ad un punto morto, anzi parevano drammaticamente colate a picco sul fondo della pentola, come un tortellino scotto e dimenticato sul fuoco.
La sera dopo però, arrivò la svolta grottesca, di quelle che solo la stazione ferroviaria sa regalare: durante un banale arresto di routine per spaccio di hashish dietro i binari, uno sventurato pusher di mezza tacca, pur di scampare alla cella di sicurezza, decise di vuotare il sacco per comprarsi la clemenza della giustizia: «Maresciallo, in cambio di un po’ di comprensione, posso rivelarvi chi ha in casa la refurtiva che scotta: è Carlo Ferraris, l'ex re del Pesto Modenese!»
Carlo Ferraris era un nome che a Modena purtroppo rievocava una vera e propria tragedia imprenditoriale. Ferraris era stato il re incontrastato del "pesto modenese", quella sublime, profumatissima e arterio-otturante battuta di lardo, aglio e rosmarino per imbottire le tigelle quando sono ancora calde, da non confondere, nel modo più assoluto, con il più noto pesto genovese! La sfortuna del noto capitano d’impresa era cominciata mesi prima: accortosi che un intero stock di produzione era andato a male a causa del malfunzionamento di alcuni frigoriferi, stava per smaltirlo segretamente di notte, quando un’ispezione a sorpresa dei NAS lo aveva colto letteralmente con le mani nel lardo. Il risultato dell’intervento dei militi fu un vero disastro: Ferraris ricevette una maxi-sanzione a sei cifre, il suo stabilimento fu posto sotto sequestro e gli operai furono quindi tutti licenziati, fu aperto un procedimento penale per frode alimentare e bancarotta fraudolenta, mentre una schiera di creditori inferociti, si davano convegno ormai quotidianamente sotto casa sua.
Il blitz a casa Ferraris fu rapido, silenzioso e quasi indolore: il Maresciallo Esposito e i suoi uomini, infatti, trovarono il povero ex magnate del grasso animale avvolto in una ormai antiquata vestaglia di flanella, seduto su di un divano di vera finta pelle, mentre lucidava malinconicamente il Tortellino d’Oro con un panno in microfibra ed un goccio di aceto balsamico.
«I creditori ormai non mi danno più pace: volevo solo venderlo al mercato nero a qualche collezionista svizzero per pagare i decreti ingiuntivi...» confessò Ferraris tra le lacrime, consegnando la reliquia d'oro zecchino senza opporre la minima resistenza. «Maresciallo, l'aglio mi ha rovinato la vita! Il frigorifero guasto mi ha distrutto!»
Nel giro di poche ore, la notizia del ritrovamento fece il giro della città: il tripudio cittadino eguagliò solo quello per la vittoria della Ferrari dei tempi d'oro. l’Ingegner Malavasi organizzò una cena d’onore riservata esclusivamente al personale del Comando dei Carabinieri, per sdebitarsi dell’impresa eroica dell’Arma che aveva salvato l'onore patrio.
Per festeggiare il ritrovamento del prestigioso gioiello, fu allestita una tavolata lunghissima nei saloni della Confraternita, con bacili d'argento ricolmi di tortellini affogati nel brodo (cucinato secondo una ricetta segretissima) talmente limpido, dorato e profumato da sembrare un’opera d’arte del Rinascimento emiliano.
Esposito osservò con orgoglio la sua pattuglia – composta da tre pugliesi, un sardo e un calabrese – mentre si abbuffavano con commosso giubilo emiliano. Alla fine del pranzo luculliano, Vincenzo guardò fuori dalla finestra: non c'erano suonatori di mandolino, la nebbia iniziava a salire e nessuno stava mangiando le pizze a portafoglio. Eppure, portandosi alla bocca il primo cucchiaio di quella meraviglia fumante che profumava di noce moscata e sapida opulenza, il Maresciallo aveva avvertito una strana, inaspettata e caldissima vampata di calore al petto. Il successo e la grande notorietà che si era conquistato con la tempestiva risoluzione del caso, lo indusse a pensare che forse Modena, dopotutto, non era poi così male.
Anzi, pensò Esposito sorridendo sornione tra sé e sé mentre mandava giù l'ultimo sorso di Lambrusco, l'indomani mattina alle 7:30 avrebbe fatto la pazzia definitiva, l’atto supremo di adesione alla modenesità: tuffare uno gnocco fritto bollente e unto direttamente dentro la schiuma densa del cappuccino.






