
La fama delle imprese del maresciallo però aveva ormai travalicato i confini nazionali e internazionali e le sue armi per far cantare i colpevoli erano ormai note in tutti gli ambienti malavitosi
“Che ore sono?” secondo il suo orologio da polso erano le 7,55 e il maresciallo Vincenzo
Esposito, secondo un rituale ormai consolidato, prima di cominciare la giornata lavorativa
ed affrontare l’esame di decine di fascicoli urgenti (che stazionavano da mesi sulla sua
scrivania) passava qualche minuto guardando la piazza soleggiata oltre la finestra con
l'affetto di chi inizia a sentirsi a casa. A Modena, in quel limpido aprile, a un passo dalla
Pasqua, la nebbia era ormai un lontano ricordo invernale e, per fortuna, il caldo afoso
dell'estate emiliana doveva ancora venire. Vincenzo era nato e vissuto tra le vie e il sole di
Napoli ed era stato trasferito lì a seguito di una meritata promozione; la nostalgia per la sua
città natale perciò gli stringeva spesso il cuore, ma doveva ammettere che si stava
lentamente adattando alla nuova realtà modenese, guidato soprattutto dalla scoperta della
sua straordinaria gastronomia. I tortellini della mitica cuoca Matilde, le tigelle fumanti, lo
gnocco fritto sfrigolante che l’amico Malavasi gli mandava quotidianamente e quel nettare
nero chiamato aceto balsamico tradizionale avevano fatto breccia nel suo animo.
Con l'imminente Pasqua, il legame con la sua terra si era riacceso grazie a una meravigliosa
sorpresa, un pacco spedito, proprio il giorno prima, via corriere aereo da zia Concetta: una
maestosa pastiera di ben tre chilogrammi, trionfo di grano, ricotta, zucchero e fior d'arancio.
Per proteggere quell'opera d'arte dai golosi della caserma, Esposito l'aveva impacchettata
nuovamente e premurosamente messa sotto chiave nella cassaforte del suo ufficio.
Quella mattina, però, il maresciallo aprì lo scrigno per recuperare alcuni documenti riservati
e improvvisamente si bloccò, inorridito: del capolavoro di zia Concetta restavano soltanto
pochissime briciole solitarie! Non fece in tempo ad aprire le immediate indagini per il
gravissimo crimine, che il brigadiere Capurso irruppe nel corridoio, paonazzo:
“Maresciallo! Hanno trovato Oreste, il pasticciere! E’ morto, è volato giù dalla
Ghirlandina!”
Quando Esposito arrivò in piazza Grande, il corpo giaceva scomposto sul ciottolato, piegato
in un'angolazione impossibile che la gravità e la pietra avevano imposto con violenza
inaudita. L'impatto con il suolo, dopo un volo di decine di metri, ne aveva sfigurato i tratti
cancellando l'identità dell'uomo in un istante: del volto rimaneva solo una sagoma resa
irriconoscibile dall'urto.
A fare da contrasto a quel disordine c'erano gli oggetti quotidiani sbalzati via nella caduta. A
pochi passi dalla vittima, sul marmo chiaro della piazza, riposavano gli occhiali da vista:
una stanghetta spezzata, una lente incrinata a ragnatela che catturava l'ultimo riflesso del
sole. Ancora più in là, quasi vicino alla base dei leoni del portale, una sola scarpa da abito,
in pelle scura e perfettamente lucida, giaceva rovesciata su un lato, come dimenticata.
Il maresciallo si chinò a fissare quella calzatura solitaria, poi rialzò lo sguardo lungo la
verticale della torre, cercando di ignorare la sagoma a terra per concentrarsi sulla traiettoria
del corpo, riflettendo sulla tragicità di una fine così rapida: sapeva che Oreste non era molto
amato nel suo ambiente per la sua fama d'imprenditore senza scrupoli ma non pensava che i
suoi nemici potessero arrivare a tanto! In quella fase iniziale però nessuna ipotesi poteva
essere esclusa: Oreste, dietro la sua apparente giovialità, forse nascondeva una forte
depressione che poteva averlo condotto a commettere un insano gesto oppure, nonostante le
mille cautele degli addetti alla manutenzione, poteva trattarsi di un tragico incidente.
Ben presto arrivarono gli uomini della scientifica che cominciarono subito il loro lavoro
insieme al medico legale. Una vasta area di piazza Grande fu immediatamente perimetrata
con i consueti nastri colorati, i tecnici rilevarono subito la forzatura di una finestrella in
cima alla torre da dove, con ogni probabilità, era precipitata la vittima. A Vincenzo, per il
momento, non restò altro da fare che interrogare sul posto i pochi passanti che avevano
assistito alla sciagura e che riuscirono a fornirgli però solo pochi e non rilevanti elementi.
L’indomani mattina, Vincenzo ricette subito due telefonate: la prima era del medico legale
che aveva già effettuato l’autopsia del pasticciere: dall’esame risultavano molto chiari i
segni di una colluttazione avvenuta poco prima del volo del corpo dalla torre ed, inoltre,
dall’esame gastrico appariva evidente che Oreste aveva assunto una dose massiccia di un
liquido alcolico, probabilmente una sostanza liquorosa ad alta gradazione.
Subito dopo, il telefono squillò di nuovo in modo perentorio: un ufficiale del Comando
Provinciale voleva avere immediate notizie sull’omicidio di Oreste, considerato che era
ormai chiaro che non si trattava né di un incidente, né di un suicidio. La notizia così
drammatica, infatti, aveva già travalicato i confini della città, le maggiori testate
giornalistiche e i telegiornali nazionali avevano già dato ampio risalto all’accaduto,
sottolineando una presunta inerzia delle forze di polizia! Per quella stessa sera, inoltre, era
prevista la messa in onda, in prima serata, di un’edizione straordinaria di un noto talk show
e il popolare presentatore aveva deciso, come suo solito, di portare in studio un plastico in
scala di piazza Grande con il duomo e la torre Ghirlandina con la relativa finestrina forzata.
Il maresciallo decise di trascurare ogni altra indagine in corso e di convogliare tutte le
energie del gruppo di militari che dirigeva sul caso dello sventurato pasticciere. Le ricerche
si concentrarono subito nell’ambiente della concorrenza e, dopo aver escluso alcuni
potenziali nemici, che in quel periodo erano fuori città, Vincenzo decise di procedere
all’interrogatorio di tre sospettati dell’esclusivo circolo dolciario modenese: Benito, storico
nemico di Oreste, Anselmo, un rivale di gelateria e Adelmo, un pasticciere senza scrupoli.
Anselmo venne però scagionato quasi subito grazie a un alibi di ferro: si trovava a Vignola
per la solenne sagra del paese dove, sotto gli occhi di mezza provincia, era stato visto per
giorni interi seduto al tavolo di uno stand gastronomico.
Il maresciallo a questo punto si diresse, insieme al suoi uomini, presso il laboratorio
dolciario di Adelmo che, alla vista dei militari, tentò un’immediata quanto inutile fuga: fu
proprio la successiva perquisizione del locale, svolta con l’ausilio dei NAS, a scagionare
però il sospettato: nel suo laboratorio, coadiuvato da un gruppo di cittadini extracomunitari
irregolari, Adelmo tentava di replicare e spacciare delle improbabili e false zeppole di San
Giuseppe, usando una pseudo crema pasticcera importata direttamente dalla Cina e il
terribile olio di palma per friggere la pasta dei dolci.
Adelmo fu ovviamente arrestato per truffa ed eresia gastronomica, ma risultò però del tutto
estraneo all'omicidio sulla Ghirlandina, grazie anche alla testimonianza dei suoi
collaboratori cinesi che vivevano notte e giorno con lui nel laboratorio.
L’ultimo sospettato era Benito: il maresciallo aveva nel suo zaino alcune delle sue armi
segrete più efficaci che avevano già fatto capitolare fior di delinquenti: il mandolino
ereditato da suo nonno e la sfogliatella riccia inviatagli freschissima, proprio quel giorno, da
zia Titina. La fama delle imprese del maresciallo però aveva ormai travalicato i confini
nazionali e internazionali e le sue armi per far cantare i colpevoli erano ormai note in tutti
gli ambienti malavitosi del mondo. Molte consorterie mafiose avevano addirittura già
selezionato il fior fiore degli esperti gastronomici e musicali per cercare di neutralizzare
l’effetto devastante delle note del mandolino ma anche del caffè con la moka, della pizza
con le scarole e della sfogliatella riccia.
Benito, però, che da tempo aveva pianificato l’omicidio del rivale, era a conoscenza dei
metodi investigativi del maresciallo, si era messo perciò a studiare gli antidoti per conto suo
e, prima dell'interrogatorio, aveva messo alcuni batuffoli di cotone nelle orecchie per
simulare una presunta ipoacusia e aveva preventivamente ingerito un intero chilogrammo di
torta Barozzi, creando uno scudo gastrico d'impenetrabile cioccolato e caffè che resistesse al
tremendo profumo d'arancia e alla croccantezza del dolce partenopeo. Benito, infatti, fu
puntualmente convocato nell’ufficio di Esposito ma messo di fronte alla sfogliatella riccia
seppe resistere con stoico cinismo.
Esposito e i suoi uomini erano ormai convinti di aver fatto l’ennesimo buco nell’acqua e di
aver fermato la persona sbagliata ma, proprio per mero scrupolo investigativo, a Benito fu
offerta una sfogliatella frolla, morbida, friabile, un abbraccio di pasta e canditi cui nessun
palato appesantito poteva opporsi: era finita per sbaglio nella fornitura quotidiana di zia
Titina ma si rivelò un vero e proprio asso nella manica. Di fronte a quella delicatezza,
Benito crollò in lacrime e confessò di aver spinto Oreste dalla torre per una vecchia faida
legata alle ricette tradizionali.
L’indagato non poté far altro che confessare il suo delitto: “ alcuni giorni fa ho ascoltato
una conversazione tra Oreste e alcuni suoi amici con i quali si vantava di aver sottratto
nottetempo la ricetta della torta di tagliatelle dal mio archivio riservato e così ho deciso di
fargliela pagare: erano giorni che lo seguivo e proprio stamattina l’ho visto salire le scale
della Ghirlandina. Mi sono mescolato ad alcuni turisti stranieri di passaggio ed ho
approfittato del fatto che i controlli fossero molto blandi, perché quel giorno l’accesso ai
monumenti della città era gratuito e perciò nessun addetto si sarebbe ricordato di me.
Arrivato in cima alla torre, ho bloccato Oreste e a viva forza l’ho costretto a bere, con un
imbuto, una dose massiccia di Sassolino, proprio quel liquore indispensabile per realizzare
la torta di tagliatelle! Con un semplice attrezzo, ho forzato poi la finestrella della torre e ho
buttato giù Oreste che non riusciva più a opporre resistenza! Mi sono fatto giustizia da me
perché sarebbe stato impossibile dimostrare il mio buon diritto nelle aule dei tribunali!”
L’omicidio della Ghirlandina era stato risolto, il Comando Provinciale stava già
predisponendo un encomio solenne per Vincenzo e il programma televisivo dedicato
all’omicidio in piazza Grande aveva ottenuto un’audience senza precedenti! Ormai, dopo
aver archiviato il fascicolo dell’omicidio, restava ancora da risolvere il mistero della pastiera
svanita. Quella notte stessa, Vincenzo si appostò nei sotterranei della caserma e lì
inaspettatamente sorprese i responsabili della scomparsa del prezioso prodotto artigianale: il
brigadiere Capurso e due appuntati avevano ormai divorato l’enorme pastiera e la prova
schiacciante era la loro bocca ancora sporca di canditi.
Esposito guardò i suoi uomini spaventati: da molti mesi ne aveva testato le capacità e
l’assoluto senso del dovere e Vincenzo, che aveva un cuore tenero, non avrebbe mai avuto
il coraggio di rovinare la loro carriera per un comprensibilissimo peccato di gola! Decise
così di non denunciarli al Comando Generale, ma decretò ugualmente una punizione
inflessibile: ogni mattina, per trenta giorni, i responsabili avrebbero dovuto mangiare un etto
di bensone modenese a testa, con il divieto assoluto di bere qualsiasi liquido per almeno
un'ora dopo l'assunzione.
Poco prima di rientrare nel suo alloggio, Vincenzo prese il telefono e chiamò Napoli per
ordinare a zia Concetta l'invio d'urgenza di una nuova pastiera di peso equivalente.
Concedendosi un mezzo sorriso pietoso, decise che, una volta espiata fino all'ultimo
boccone la terribile pena del bensone a secco, l'avrebbe condivisa proprio con i suoi provati
colleghi.






