L’incredibile vicenda dell’Anfiteatro Berico di Arcugnano in provincia di Vicenza

Martedì 15 Settembre 2026 12:34
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Una località archeologica che ha esercitato per anni fascino ed attrattiva per studiosi e turisti, si è rivelata un clamoroso falso realizzato da un imprenditore certamente non a corto di inventiva e di spregiudicatezza

 

 

Arcugnano (Arcunjàn in veneto) è un comune italiano di 7 557 abitanti della provincia di Vicenza in Veneto. Si tratta di un comune sparso in quanto la sede comunale non si trova nell'omonima località ma nella vicina Torri. Un luogo tranquillo con una peculiare attrattiva, l’anfiteatro berico marittimo di epoca romana. Per moltissimi anni turisti, archeologi e studiosi hanno dirottato per questa località con lo specifico intento di visitare questa area appartenente al luminoso mondo romano del passato, per di più impreziosita dalla limitrofa presenza di uno specchio d’acqua. Insomma tutto nella norma, fino a quando la magistratura non si è occupata di queste preziose vestigia, rivelatesi  frutto di un colossale ed originale bluff.

 

I giudici hanno infatti  accertato che  quel  monumento romano non era altro che una costruzione di epoca  moderna realizzata abusivamente, con elementi artificialmente invecchiati per simulare il passaggio dei secoli. Una storia che ancora oggi lascia increduli, perché dimostra quanto sia sottile il confine tra il fascino della archeologia  e il rischio dell’inganno, dell’artifizio.

 

La vicenda ruota attorno ad un eccentrico personaggio, Franco Malosso, imprenditore sessantanovenne, conosciuto anche con lo pseudonimo di “Von Rosenfranz”, figura piuttosto nota nel Vicentino. Dopo una lunga battaglia giudiziaria, la condanna nei suoi confronti è diventata definitiva per cui il Malosso è stato condotto nel carcere di Ventimiglia, città nella quale nel frattempo si era trasferito. La pena inflitta è di due anni e quattro mesi di reclusione, oltre a una multa, per abuso edilizio e falsificazione di opera architettonica. La permanenza in carcere, secondo quanto riportato dalle cronache locali, dovrebbe essere molto più breve.

L’area  interessata dal finto anfiteatro romano occupava circa cinquemila metri quadrati e veniva presentata come un autentico complesso della romanità più autentica, ricco di reperti, con antiche murature e testimonianze archeologiche apparentemente convincenti. Per accedere al sito era necessario acquistare un biglietto che poteva arrivare fino a quaranta euro a persona, mentre il calendario delle attività proponeva visite guidate, rappresentazioni in costume, cene panoramiche ed eventi destinati a far vivere agli ospiti un’esperienza full immersion nella storia romana.

Intorno al sito archeologico si è scatenato un fiorire di aneddoti, leggende ed ipotesi pindariche che hanno tirato in ballo i grandi personaggi della storia di Roma, inclusi Giulio Cesare e Cleopatra. Le indagini dei Carabinieri hanno però messo a nudo la verità ed  escluso categoricamente la presenza di un autentico anfiteatro romano, evidenziando come le strutture fossero di realizzazione recente e come il terreno fosse stato modificato attraverso sbancamenti ed interventi edilizi eseguiti ad arte senza autorizzazione in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico. Sul fronte giuridico processuale la Corte di Cassazione ha respinto l’ultima richiesta avanzata dalla difesa, rendendo irrevocabile la condanna.

 

Mutatis mutandis la vicenda ricorda vagamente il reperimento, molti anni fa, nel territorio livornese, di opere d’arte attribuite a Modigliani, una attribuzione che trovò concordi molti studiosi ed esperti d’arte, per poi rivelarsi una bufala colossale messa in piedi da studenti del posto in vena di scherzi…artistici. Anche in questo caso c’è da chiedersi se qualcuno degli esperti che hanno visitato l’anfiteatro di Arcugnano hanno mai espresso o esternato qualche riserva sulla veridicità dei racconti e sulla autenticità delle vestigia romane visitate.

Ora resta un altro e più grande interrogativo: cosa ne sarà del finto anfiteatro romano? Demolirlo rappresenta un costo pubblico ingente  e forse un peccato; meglio mantenerlo in vita e destinarlo a pubblica utilità specificando a chiare note la reale storia di questa struttura, che comunque ha assunto un ruolo di attrattiva locale, ora cambiata ma resa intrigante dalla annessa vicenda giudiziaria. I turisti non mancheranno !!