

La narrazione di un volontario che fa parte dell’esercito più prezioso che abbiamo in Italia e dedica anche la vigilia di Natale ad ascoltare le parole, gli sfoghi, le turbe, i ricordi e tanto altro di persone che hanno bisogno di un interlocutore attento ed affidabile…
Che ore sono? Guardo il display della radiosveglia sul comodino: le 5:45. Sono più di quarant’anni che mi sveglio alla solita ora; i primi anni di lavoro puntavo la sveglia per sicurezza poi, piano piano, ho smesso di usarla tanto il mio orologio biologico (si dirà così?) fa in modo che, in ogni caso, i miei occhi si aprano inesorabilmente a quell’ora. Da tre anni, da quando sono in pensione, non avrei nessuna necessità di svegliarmi così presto ma ormai sono rassegnato … per la verità adesso non è che mi alzi subito, di solito resto ancora un pochino a letto, anche se raramente mi riaddormento, poi mi rimetto in piedi per prepararmi il primo caffè della giornata. Oggi però è diverso, oggi è il 24 dicembre: da qualche anno sono entrato a far parte di una delle tante associazioni di volontariato che hanno come finalità quella dell’ “ascolto attivo”. In buona sostanza, nel pieno rispetto dell’anonimato e della privacy, chiunque può chiamare per sfogarsi, per parlarci dei suoi problemi, a volte solo per fare quattro chiacchiere e sa già che troverà empatia, che nessuno lo giudicherà o gli darà direttive. Chi ci chiama di solito sa bene che non siamo psicologi o terapeuti, che non diamo pareri o suggerimenti ma che siamo bravi a condividere il loro disagio, che sappiamo ascoltarli, stando vicini al loro dolore. Non siamo in grado di suggerire soluzioni ai loro problemi ma, alla fine della telefonata, proprio chi ha chiamato ci dice quasi sempre di avere più consapevolezza o di sentirsi meno angosciato.
Oggi dicevo è una giornata speciale: siamo ormai nel pieno delle festività natalizie, quando la solitudine morde più forte, quando il dolore per chi non c’è più diventa insostenibile, quando le nude statistiche registrano una “strana impennata” del numero dei suicidi e allora da anni la nostra associazione amplia la sua fascia d’ascolto perfino alle ore notturne, chiede a tutti i volontari un ulteriore impegno: anche un solo turno in più, nei cosiddetti “giorni critici”, con il solito limite orario di due ore perché, andando oltre, lo stress emotivo diventerebbe troppo forte..e quindi eccomi qua! Scivolo giù dal letto, senza far rumore, per non disturbare mia moglie che dorme ancora, faccio colazione e mi preparo in silenzio e prima delle 6:30 sono già in strada.
Mi accoglie una pioggerellina fitta e fredda, mista a nevischio (o forse è nevischio misto a pioggia): sono anni che in pianura padana non cade più la neve (quella vera, quella per intenderci che provoca veri disagi) e che la nebbia è praticamente sparita: sono i “vantaggi dei cambiamenti climatici” anche se due estati fa, una memorabile grandinata, con chicchi delle dimensioni di una palla da tennis sospinti da un vento che ha toccato i 120 Km orari, in meno di dieci minuti ha provocato alcune decine di milioni di euro di danni rovinando auto, spaccando infissi e mandando in frantumi le vetrine dei negozi.
Rabbrividisco solo per un istante, poi infilo il berretto di lana e si parte! Ora che faccio? Attraverso il parco per arrivare prima o percorro la strada esterna, più lunga ma più sicura? Va beh sfido la sorte e prendo per il parco..che vuoi che mi succeda? Incontro subito il solito barbone che dorme steso sulla prima panchina: addosso ha due coperte donate dai volontari della Croce Rossa e a terra, all’altezza del volto, c’è un cartone di vinaccio rosso ormai vuoto. Procedo sul viale del parco e in un angolo, tra gli alberi, c’è uno spacciatore che sta già trattando con due clienti…tutto come al solito insomma! Pochi metri ancora e sono sulla strada principale: le ringhiere dei balconi degli edifici sono piene di quelle file di lampadine colorate che si accendono e si spengono ritmicamente. Non so perché, ma fin da bambino mi hanno messo sempre una grande tristezza, per non parlare di quegli improbabili Babbi Natali che si arrampicano su una scala di corda, per entrare a casa vostra, con un sacco sulle spalle: chissà se sono venuti a portarvi doni o vogliono entrare solo per rubare. In ogni caso rimarranno lì appesi almeno fino alla Befana! Ancora cinquecento metri e sono arrivato alla nostra sede segreta, salgo al terzo piano, apro la porta e vado subito ad aprire la finestra perché dentro c’è puzza di chiuso e di scartoffie. Dalla finestra, in lontananza, vedo la sagoma di un grande centro commerciale: le luci sono già accese, di sicuro un gruppo di volenterosi commessi sta finendo di allestire i reparti prima che cominci l’assalto al “Paese dei Balocchi” da parte dei ritardatari del regalo.
Richiudo la finestra, l’impianto di riscaldamento per fortuna l’hanno riparato, accendo il computer, indosso le cuffie, poi faccio qualche esercizio di respirazione e alla fine apro il collegamento: dopo meno di cinque secondi arriva la prima telefonata: “ Buongiorno …” Buongiorno un corno!” ho già capito che si tratta della signora Maria, una di quelle persone che tra noi volontari chiamiamo bonariamente “clienti affezionati” ovvero coloro che telefonano anche tutti i giorni e anche più volte al giorno per dire sempre le stesse cose! La donna vive in un quartiere periferico di una cittadina dell’operosa Lombardia e nel suo palazzo di case popolari la sua è l’unica famiglia italiana mentre tutti gli altri appartamenti sono occupati da famiglie di extracomunitari che lei odia con tutte le sue forze. Questa è una telefonata facile da gestire: il suo è un lungo soliloquio, come tale non necessita di un vero interlocutore: basta lasciarla sfogare senza mai contraddirla, annuendo di tanto in tanto per farle capire che ci sei ancora dall’altra parte. Poi lei stessa, finito il suo repertorio di parolacce, ringrazia e chiude la telefonata. Infatti, subito dopo i saluti, parte con la sua invettiva: “io vorrei sapere perché questi “negher” prima vogliono togliere il crocifisso e impedire che si faccia il presepe nelle scuole, poi a Natale non vanno a lavorare … poi naturalmente devono festeggiare anche le loro feste, la fine del Radaman o come cavolo si chiama! La verità è che non hanno nessuna voglia di lavorare, tanto il Comune gli fornisce già tutto: la casa, le utenze pagate, l’assistenza sanitaria, i posti agli asili nido e noi a sgobbare per loro! Non le dico poi tutto il resto!” in realtà “ tutto il resto” l’ho già sentito tante volte “si chiamano tra di loro, gridando da un balcone all’altro … non sanno che hanno inventato il citofono? Oppure perché non usano gli hiphone di ultima generazione che loro sono sempre i primi a comprare? Ma lo sa che i negher mica comprano e mangiano quello che mangiamo noi! Macché! Qui è un continuo via vai di pacchi di cibo che proviene dai loro Paesi e, quando cucinano, non le dico la puzza! E dire che alle ultime elezioni avevo votato quelli che avevano promesso il blocco navale e invece sa cosa ho sentito l’altro giorno in tv? Che entro il prossimo anno in Italia ne arriveranno altri cinquemila, come se non bastassero quelli che già ci sono! Vabbè ma poi tanto si sa che la politica è tutto un magna magna e che il più pulito ha la rogna! Sa quante volte ho detto a mio marito: ma perché non andiamo ad abitare via di qua? Sa cosa mi ha risposto?” “ No signora me lo dica lei” anche se lo so benissimo “Che la casa è nostra, visto che l’ho ereditata da mia madre, che abbiamo anche fatto dei lavori, che, se anche la vendessimo, non riusciremmo a comprarne un’altra altrove, che dovremmo aprire un mutuo e che nessuna banca ce lo darebbe visto che io lavoro in una ditta di pulizie, che lui è in cassa integrazione e che per di più abbiamo anche due figli minorenni … a proposito dei miei figli … ma lo sa che spesso e volentieri li ho beccati in cortile a giocare con i figli dei negher? Io non vorrei ma d’altronde qui e a scuola la situazione è la stessa, con chi dovrebbero giocare? Una volta però era tutto diverso, lo sa? Io qui ci sono nata e noi eravamo l’unica famiglia lombarda doc: tutte le altre erano calabresi, pugliesi, siciliani … mia madre li odiava perché avevano poca voglia di lavorare, il Comune gli forniva tutto, si chiamavano da un balcone all’altro senza usare il citofono e quando ricevevano il pacco da giù cucinavano giorno e notte i loro ragù e le loro fritture e si moriva dalla puzza! Io avevo fatto amicizia con qualche ragazzina dei loro (con qualcuna ci sentiamo ancora) anche se mia madre non voleva: del resto sia in cortile che a scuola noi lombardi eravamo una minoranza … va beh so che dovete parlare con tante altre persone, la ringrazio per il suo tempo e buon Natale!
Mantengo aperto il collegamento e, dopo appena quattro secondi, il telefono squilla di nuovo: “Buongiorno” “Buongiorno, mi chiamo Franco e la chiamo dalla provincia di Mantova … ma lei è un nuovo operatore? Mi sembra di non averla mai sentita, eppure chiamo almeno una volta alla settimana” E’ la voce di un uomo anziano, parla sottovoce, come se non volesse disturbare, scandisce le parole, si percepisce la cortesia di un uomo di altri tempi. “Per la verità, io faccio servizio da tempo, ma sa la nostra associazione ha tanti volontari, i turni di servizio sono tanti … anche a me sembra di non averla mai incontrata” “Meglio così magari, se può dedicarmi qualche minuto, le racconto la mia storia: vede io vivo in una RSA, una specie di prigione di lusso, e tutto a causa di una pentola di sugo bruciata …” “ Mi scusi, vuole dirmi che vive lì per una pentola di sugo?” “Beh in realtà, è meglio che le spieghi da principio: io ho avuto tre figli (due maschi e una femmina) tutti e tre brillantissimi negli studi, tutti e tre laureati a pieni voti con tesi sperimentali, tutti e tre hanno aspettato almeno un anno cercando un’offerta di lavoro dignitosa qui in Italia, tutti e tre (ma uno dopo l’altro in pochi anni) hanno deciso di accettare incarichi prestigiosi all’estero … la chiamano “la fuga dei cervelli”, ne ha mai sentito parlare? L’Italia investe ogni anno milioni di euro nella formazione di questi giovani e poi se li lascia scappare, li regala ad altri Paesi che li sanno valorizzare. Insomma tutti e tre si sono stabiliti all’estero, in tre Paesi diversi, tutti e tre si sono sposati con persone che hanno conosciuto sul posto di lavoro, tutti e tre hanno avuto due bambini a testa che, pensi, ho visto pochissime volte e che hanno imparato solo poche parole d’italiano. Nel giro di pochi anni, insomma, io e mia moglie ci siamo ritrovati da soli ma in fondo ci andava bene anche così: eravamo orgogliosi del successo dei nostri figli, non ci mancava nulla, vivevamo l’uno per l’altra ma un brutto giorno mia moglie si è ammalata di un brutto male, uno di quelli che cammina in silenzio e che quando te l’hanno diagnosticato è già troppo tardi. Così nel giro di una settimana se ne è andata! Io per un po’ di tempo, nonostante il mio dolore, ho continuato a fare la mia solita vita: uscivo per la spesa, mi cucinavo, mi facevo aiutare nelle pulizie da una signora che veniva tre volte alla settimana, insomma cercavo di andare avanti. Un brutto giorno però, tornando dalla spesa al mercato ho cominciato a provare una strana sensazione: non mi ricordavo più chi ero e che ci facessi lì, le strade mi sembravano tutte uguali e non ricordavo quale fosse quella di casa mia. Mi sono seduto su di una panchina e piano piano ho ripreso le mie facoltà mentali, sono tornato a casa ma qui ho avuto una brutta sorpresa: avevo dimenticato una pentola di sugo sul fuoco e la vicina di casa, a causa dell’odore di bruciato, si era molto allarmata e stava quasi per chiamare i Vigili del Fuoco, perché pensava che io fossi all’interno: per fortuna non l’ha fatto, ma in compenso ha chiamato mio figlio maggiore. Morale della favola, dopo tre giorni, i miei tre figli erano tutti a casa mia come non succedeva ormai da un po’ di tempo, in pratica dalla morte di mia moglie. In pochissimo tempo, hanno deciso che non potevo più vivere da solo e che, scartata l’ipotesi badante, la nostra casa sarebbe stata venduta e che con il ricavato, più la mia pensione, più qualche risparmio accumulato in una vita, avrei potuto vivere in un pensionato di lusso per non meno di venticinque anni e, visto che ne ho già 82 … Poi così come erano arrivati, i miei figli sono ripartiti e, tranne le solite telefonate di rito, i nostri contatti diventano giorno per giorno sempre più rari” “ Mi vuole dire che in queste feste non la verranno a trovare?” “Macché, la loro vita ormai è laggiù, trascorreranno le feste con le famiglie dei loro compagni di vita e del resto mettersi in viaggio in questi giorni, con i bambini piccoli è molto complicato! Le voglio dire però che io qui tutto sommato vivo bene: il primario del nostro centro ha capito subito che quello che mi era capitato, quel vuoto di memoria di cui le avevo detto, era un episodio assolutamente occasionale, che tutte le mie analisi andavano benone e così mi ha consentito uno spazio di autonomia di cui non gode nessun altro qui dentro: posso entrare e uscire quando voglio, purché avverta sempre il responsabile del reparto, tenga sempre con me il cellulare acceso e rientri per i pasti o per gli eventi di socializzazione, quando ci sono. Così, in pratica, esco tutte le mattine sul presto, arrivo al Bar dello Sport che dista cinquecento metri dalla struttura e passo lì gran parte della mattinata. La cassiera è una bella signora moldava che quando mi vede mi fa un sacco di feste, ormai ci diamo del tu e lei mi chiama “il mio fidanzato” “Mi sta dicendo che sta nascendo una storia d’amore tra voi due?” commento io con tono apertamente scherzoso “Macché, ci mancherebbe altro!” mi risponde lui ridendo “avrà almeno cinquant’anni meno di me, ma mi vuole bene, siamo diventati amici e quando a volte il titolare non c’è, mi porta una cornetto alla crema che non mi fa pagare! Così trascorro le mie mattinate, leggendo i giornali che trovo sui tavolini del bar e a volte incontro Giovanni, un signore della mia età che ogni tanto capita da queste parti. Parliamo del più e del meno, del tempo, della salute ma mai di politica perché, dai discorsi che ha fatto qualche volta, mi sembra di capire che sia un mezzo fascio! Figuriamoci, mio padre era un socialista della corrente di Nenni e a suo tempo è stato anche picchiato dai fascisti! Comunque tra poco devo rientrare, la devo salutare: mi ha fatto piacere parlare con lei, le auguro un buon Natale”
Mentre ricambio gli auguri, Franco ha già riattaccato, non faccio a tempo a riprendere fiato che il telefono sta squillando di nuovo e questa volta dall’altro capo c’è la voce di una donna molto giovane: “Buongiorno, mi scusi è la prima volta che chiamo … vorrei capire come funziona, siete un’associazione di psicologi, devo pagare qualcosa on line?” “No signora, siamo un’associazione di volontari dedita all’ascolto, non deve pagare nulla” “Capisco, potrei parlare con una donna?” “Guardi, prima di arrivare all’ascolto, riceviamo tutti la stessa formazione, comunque se preferisce possiamo chiudere qui la nostra telefonata, lei può riprovare ma non posso assicurarle che alla prossima risponderà una donna: vede in questi giorni non sono tanti gli operatori all’ascolto, il nostro centralino automatizzato potrebbe addirittura assegnare di nuovo a me la sua chiamata” “ Senta, non importa, la sua voce mi sta già tranquillizzando, va benissimo parlare con lei! Volevo parlarle della mia situazione familiare: conosco mio marito da quasi tredici anni: i primi sono stati idilliaci, pensavo di aver incontrato il principe azzurro. Lui era sempre affettuoso, premuroso, mi organizzava cenette romantiche a sorpresa, una volta ha addirittura prenotato una sala di un ristorante solo per noi, mi faceva trovare mazzi di fiori sul parabrezza dell’auto, insomma cose di questo genere. Siamo andati avanti così fino alla nascita di nostro figlio Stefano poco più di nove anni fa; a quell’epoca io lavoravo per uno studio legale ma guadagnavo poco (anche se sgobbavo tanto) perché non avevo ancora superato gli esami per l’abilitazione alla professione. Mio marito mi diceva che non avrei avuto più tempo per seguire nostro figlio, che una baby sitter per mezza giornata ci sarebbe costata di più del mio stipendio che lui, con la sua professione guadagnava molto bene, e che non era necessario quindi che continuassi a lavorare. Fu l’inizio della perdita della mia autonomia economica, in realtà avevo capito benissimo che, dietro questa decisione che lui prendeva per me, c’era la gelosia verso i miei colleghi di studio, carini e molto brillanti. Insomma in breve tempo, mi ritrovai a dovergli chiedere soldi anche per fare la spesa o per comprarmi un paio di calze. I suoi controlli, intanto, diventavano piano piano sempre più stringenti: voleva sapere dove andavo, con chi uscivo, se fosse davvero necessario che continuassi a vedere le mie amiche o ad andare in palestra, sprecando i nostri soldi con la baby sitter o affidando il bambino a mia madre anziana. Stava cercando progressivamente di allontanarmi da tutto e da tutti, anche dalla mia famiglia d’origine. Poi cominciò a controllare il mio telefono, ho avuto l’impressione che mi facesse seguire da qualcuno durante le mie rare indispensabili uscite e la sera, quando tornava a casa dal lavoro, era sempre più irritabile: a volte mi rimproverava perché quello che avevo preparato era troppo salato, a volte perché lo era troppo poco. Insomma cercava tutte le occasioni per litigare, per sminuirmi, per umiliarmi, per fare in modo che io perdessi la mia autostima. E dire che, nei primi tempi, scambiavo la sua gelosia per amore, giustificavo le sue sfuriate come il risultato di un profondo stress da lavoro, sono arrivata anche a colpevolizzarmi, a pensare di non essere capace di prenderlo per il verso giusto ma alla fine, grazie anche a un’amica che mi ha fatto aprire gli occhi, ho acquisito finalmente consapevolezza di quello che mi stava accadendo” “ Mi sta dicendo che si è resa conto che suo marito stava esercitando una vera e propria violenza morale?” la donna fa una lunga pausa, penso quasi che abbia riattaccato poi mi dice “Per la verità, qualche rara volta è volato anche qualche schiaffo” “Quindi suo marito due o tre volte le ha usato anche violenza fisica?” “Diciamo quattro, a volte anche in presenza di nostro figlio … forse le sembrerà strano eppure non è questo il peggio che mi è capitato” dopo queste parole, la donna fa ancora una lunga pausa e allora le chiedo “Se la sente di parlarmene?” “ Vede, in realtà quest’uomo è un personaggio anaffettivo che usa gli stessi metodi violenti nei confronti di nostro figlio: il risultato è che il bambino ha imparato rapidamente le “lezioni” impartite da suo padre: quando è arrabbiato usa violenza verso chiunque, bestemmia in mia presenza per crearmi disagio, perché ha capito che sono molto religiosa, oppure si chiude in camera sua “attaccato” allo smartphone, al televisore o al pc, per un tempo indeterminato, e se non interveniamo in modo risoluto, continua a utilizzare questi strumenti digitali anche per una notte intera. La settimana scorsa la sua maestra mi ha convocato a scuola: me lo aspettavo che prima o poi sarebbe successo ma quando poi succede davvero è ugualmente un trauma. Mi ha chiesto se il bambino stesse attraversando una qualche situazione di disagio perché in classe è “oppositivo”, non rispetta le consegne e, quel che è peggio, insieme ad altri ragazzi più grandi di lui, sta bullizzando alcuni bambini più piccoli o più fragili e le loro famiglie hanno cominciato a protestare con il dirigente scolastico. Ho fatto finta di cadere dalle nuvole, ho descritto la nostra famiglia come quella del mulino bianco e le ho detto che comunque ne avrei parlato sia con mio marito che con Stefano. Ho fatto fatica a trattenere le lacrime, secondo me la maestra deve aver notato che il mio naso cresceva come quello di Pinocchio e alla fine mi ha lasciato andare via. Quando sono tornata a casa, mio marito era sotto la doccia e allora ho fatto una cosa che non avevo mai fatto prima” anche questa volta fa una lunga pausa per respirare, per respingere le lacrime che sembra stiano per vincere la loro battaglia” Se la sente di raccontarmi quello che ha fatto?” “Sì, sono andata a sbirciare sul suo smartphone e ho letto delle conversazioni su whatsapp abbastanza esplicite con una sua collega: neanche si era preso la briga di cancellarle prima di lasciare incustodito il telefono! In un primo tempo ho pensato di aggredirlo, di fare una sfuriata, di chiedere spiegazioni convincenti ma poi ho capito che di lui non mi frega più niente e che magari avrei ottenuto solo l’effetto di scatenare la sua ira” “Signora mi scusi, non ha mai pensato di chiedere aiuto, di venire allo scoperto, di rivolgersi a un centro antiviolenza?” “Pensa che non ci abbia mai pensato? Il mese scorso, il maresciallo dei Carabinieri del nostro paese mi ha convocato in caserma per la notifica di un presunto verbale del Codice della Strada. Quando sono arrivata lì ero un po’ perplessa ma lui ha chiuso la porta e mi ha spiegato il vero motivo della convocazione: dalle loro “fonti confidenziali” avevano appreso che mio marito mi usava sistematicamente violenza e che, se avessi voluto, lui poteva far partire un procedimento speciale previsto dalla legge” “Immagino che lei non abbia accettato” “No, non ho accettato: il pensiero di dovermi trasferire con mio figlio (ammesso che mi avrebbe seguito) in una residenza protetta, di affrontare un processo come parte offesa (che magari sarebbe durato anni) mi ha proiettato verso un mondo per me troppo difficile da affrontare … e poi mio marito appartiene a una famiglia molto in vista qui in paese, per non parlare del fatto che, come lei stesso saprà bene, per molte donne denunciare è servito a ben poco” “Signora, quindi lei mi sta dicendo che ha deciso di continuare a vivere così? E’ consapevole del rischio che sta correndo?” “Non lo so, non mi sento ancora pronta per denunciare …, mi scusi ma penso che mio marito stia rientrando adesso, se mi trova al telefono vuole indagare e si riparte daccapo! Comunque grazie per avermi ascoltato, ah naturalmente buon Natale” e riattacca in fretta.
Questa volta devo staccare, devo chiudere il collegamento per qualche minuto perché la pressione psicologica sta diventando davvero troppo alta! Vado alla macchinetta del caffè, anche se lo so già che sarà pessimo e che il mio medico mi ha detto di berne il meno possibile. Apro il frigo portatile e bevo due o tre bicchieri d’acqua, anche se non ho alcuna voglia di bere ma il mio medico mi ha raccomandato di bere almeno due litri di acqua al giorno. Mi siedo ma mi rialzo subito dopo, esco dalla stanza, vado in bagno ma è solo una scusa per perdere tempo, visto che non ho nessun bisogno da soddisfare, comunque, ad ogni buon fine, mi lavo a lungo le mani. Alla fine mi risiedo: ho intenzione di fare i soliti esercizi di respirazione prima di rimettermi le cuffie e ripristinare il collegamento. A un certo punto però, sento bussare alla porta della stanza e, subito dopo, si affaccia un volto noto: è Giacomo, uno dei nostri volontari più anziani con una grande esperienza, sempre gioviale ed empatico. Gli chiedo: “E tu che ci fai qui?” “Mah vedi .. stamattina mia moglie si è alzata prestissimo per iniziare a fare le pulizie di tutta la casa e io mi sono svegliato, sono andato in cucina ma quella è una “zona rossa” per lei, nemmeno mi fa entrare perché dice che tocco e assaggio tutto e questo la manda in bestia. Stasera a cena viene mia figlia con il marito e i nipotini e lei vuole che sia tutto in ordine, insomma vuole dire che intanto non mi vuole tra i piedi. Lo sai che come ogni anno mi toccherà fare Babbo Natale per i bambini? Già godo al pensiero della loro meraviglia che si rinnova ogni anno ..e del resto con la mia barba e soprattutto con la mia panza, chi altri potrebbe farlo?” E ride con la sua solita giovialità “Così mi sono detto: quasi quasi vado in sede, non ho nemmeno guardato i turni, se c’è qualcuno magari gli darò il cambio … tu che ne dici? Se hai da fare ci penso io qua … a proposito, come è andata finora?” “ Bene, solite telefonate, niente di particolare” ma, secondo me, Giacomo avrà notato che anche a me sta crescendo il naso di Pinocchio però, in questo momento, proprio non mi va di parlarne. Anche a casa, come al solito, ammesso che qualcuno me lo chieda, dirò che il turno è andato bene.
Dopo due minuti sono già in strada, ha già smesso di nevicare (o di piovere) le strade si stanno animando, la gente corre per gli ultimi acquisti, solo i personaggi delle mie telefonate sono rimasti lì, bloccati in sede. Per me è quasi una forma di autodifesa: li lascio lì, non me li posso portare a casa con il loro rancore, con il loro dolore, con la loro solitudine, con la paura per il loro futuro. Sono interpreti anonimi di storie che hanno tutte un denominatore comune: la mancanza di un lieto fine.
A proposito, quasi dimenticavo: Buon Natale a tutti!






