
Questo bell’articolo del quotidiano romano ci insegna come la conoscenza della malattia, la gestione del proprio corpo e l’attenta somministrazione di farmaci, anche di nuova generazione, possono consentire il raggiungimento di traguardi inimmaginabili per i diabetici portatori di una sana passione sportiva
Il diabete non ferma Marco Peruffo e le sue arrampicate. Prima le Tre Cime, poi Monte Bianco e Ande.Prima le Tre Cime, poi Monte Bianco e Ande. Ma il sogno (raggiunto) è stato andare in Himalaya e puntare agli “ottomila” con il Cho Oyu tra Tibet e Nepal e lo Shisha Pangma
Quasi mezzo secolo fa, in una città del Veneto, a un bambino che non aveva ancora compiuto i 10 anni viene diagnosticato il diabete. «Ero stato ricoverato in ospedale per una mononucleosi, me lo hanno detto, e la mia prima reazione è stata di gioia», spiega Marco Peruffo, che oggi di anni ne ha 57. «A mio padre, Giuseppe detto Bepi, era stato diagnosticato il diabete pochi anni prima.
Ho pensato a un destino comune, a una specie di malattia di famiglia». Negli anni che seguono, nel rapporto tra Marco, suo padre e il diabete si affianca un’altra componente, la montagna. «Bepi era un grande alpinista, mi ha portato per la prima volta in parete quando avevo 15 o 16 anni».
LA PASSIONE
«Mi sono appassionato, ho continuato con gli amici, una dopo l’altra ho affrontato le vie più difficili delle Dolomiti, dalle Tre Cime di Lavaredo alla Civetta. Poi sono passato al Monte Bianco e al Cervino. Nello zaino c’era sempre l’insulina, come una compagna di cordata fedele. Me la sono iniettata più volte in parete».
L’immagine successiva risale all’estate del 2002, ventiquattro anni fa. Marco Peruffo raggiunge gli 8.201 metri del Cho Oyu, la “Dea del Turchese” degli Sherpa, una gigantesca montagna sul confine tra il Nepal e il Tibet. Sei compagni di spedizione diabetici si fermano poco più in basso. Nell’impresa c’è un taglio “militante”, far vedere agli altri malati che salire in quota nelle loro condizioni è possibile. «Avevamo fondato da qualche anno l’Adiq, l’associazione degli Alpinisti diabetici in quota, appoggiata dalla Amd, l’Associazione dei medici diabetologi. Avevamo uno sponsor importante, la Bayer, e questo ci ha permesso di viaggiare. In pochi anni abbiamo salito il Kilimangiaro e il Monte Kenya in Africa, l’Ama Dablam in Nepal, cinque grandi vette delle Ande e il Pik Lenin in Asia centrale», racconta Marco Peruffo.
«Arrivare in cima a un “ottomila” è stata la ciliegina sulla torta. Ma c’è voluta disciplina», prosegue l’alpinista vicentino. «Il giorno della vetta, lo ricordo come se fosse ieri, mi sono dovuto fermare 12 volte per misurare la glicemia. Quando serviva, mi sono iniettato l’insulina. Se lo trascuri, il diabete può farti dei danni gravi o ucciderti. Per conviverci, devi rispettare le regole».
Il diabete, come Marco Peruffo e tanti altri malati sanno bene, non è una malattia invalidante come la cecità o la mancanza di un arto. È una patologia cronica, e questo lo rende insidioso. Se non lo si cura, le complicanze possono portare, nel tempo, a gravi cardiopatie, alla cecità o all’amputazione di un arto. Se lo si considera come una condizione di vita, però, si arriva a fare di tutto. Non solamente in montagna. «Ad alta quota, dove c’è poco ossigeno, l’organismo produce degli ormoni che contrastano l’azione dell’insulina», spiega ancora l’alpinista vicentino. «Un diabetico rischia l’iperglicemia, un eccesso di picco di zuccheri nel sangue. Nelle mie spedizioni ad alta quota, il mio fabbisogno insulinico è aumentato del 20-25% rispetto a quello a livello del mare».
«La mia ricetta, oltre a tenere sempre d’occhio l’insulina, è di curare la forma fisica. Arrampico su roccia, corro regolarmente, su un sentiero riesco a superare mille metri di dislivello in un’ora. Tengo sotto controllo il peso, e in questo mi aiuta mia moglie, biologa e nutrizionista, che è una cuoca straordinaria. Poca carne, pochissimo formaggio, molta verdura e molta frutta», sorride Marco. Nel 2012, dieci anni dopo la vittoria sul Cho Oyu, Peruffo e i suoi amici dell’Adiq affrontano e salgono un altro “ottomila”. Lo Shisha Pangma, 8027 metri, in Tibet.
Poi però la vita di Marco cambia. Nascono i suoi figli, che oggi hanno 16 e 14 anni, lui vuole passare molto tempo con loro, e il lavoro (fa il dirigente in una Asl) non fa sconti. La scelta di Marco Peruffo è di rinunciare ai viaggi lontani e all’alta quota, ma di continuare a dedicarsi alle Alpi, a iniziare dalle Dolomiti che si alzano quasi sulla porta di casa. Nei primi anni tiene decine di conferenze sull’alpinismo e il diabete, poi le richieste calano ma la riflessione sulla malattia continua.
«Sono affetto da diabete Dmt1 autoimmune, trattato con insulina dal 1979, quando non avevo ancora compiuto 10 anni. Da allora le cose sono molto cambiate, e tutto è diventato più semplice», spiega Peruffo. «Io mi sono iniettato manualmente l’insulina sulle grandi pareti delle Dolomiti o in tenda sugli “ottomila”. Oggi esistono cerotti che misurano la glicemia ogni minuto, collegati a piccole pompe che ti iniettano l’insulina che serve». Intorno a sé, al giorno d’oggi, Marco vede decine di podisti diabetici che corrono le maratone. Un suo amico arrampicatore, nonostante il diabete, scala su difficoltà di 8a, il decimo grado della scala classica. Ma i tempi sono cambiati.
«Seguo e apprezzo le iniziative dell’Aniad, l’Associazione nazionale italiana atleti diabetici. In generale, però, vedo che i giovani di oggi non vogliono più osare. Lo spirito che avevamo ai tempi degli “ottomila” e delle altre spedizioni è sparito», spiega con un pizzico di rimpianto Peruffo. Ma nella medicina di oggi, in Italia, esiste ancora qualcuno che sventola la bandiera dell’Adiq, per mostrare ai giovani che con il diabete si può osare? «Sì, ed è Valeria De Donno, una bravissima pediatra piemontese», spiega Marco.
«Da qualche anno, in estate, organizza insieme a due colleghe dei trekking per ragazzi diabetici. Cerco di dar loro una mano, e quando posso vado anch’io». La bandiera dell’Adiq, dall’aria sottile degli “ottomila”, è scesa fino all’Argentera, al Monviso e ad altre vette del Piemonte.






