Comirap

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home Arte cultura e tempo libero LA SCELTA. Racconto di Paolo Molinaro

LA SCELTA. Racconto di Paolo Molinaro

E-mail Stampa PDF

 

“Quando il silenzio divenne assoluto, Bea non si mosse: rimase lì, a custodire il sonno della donna che aveva amato per tutta la vita, grata per ogni singolo giorno vissuto insieme, fino all'ultimo respiro. “

 

Che ore sono? Ada guardò il display della radiosveglia sul suo comodino, poi disse a Bea, che intanto era entrata nella camera da letto: “sono le 10,10 Bruno oggi è in ritardo” “Hai fretta di andartene?” rispose Bea con un sorriso amaro “No, non ho fretta” disse Ada ricambiando lo stesso sorriso “ Lo sai però che non ho mai amato i ritardatari, mi sembra che manchino di rispetto verso chi aspetta; in fondo se ci pensi, in più di cinquant’anni che stiamo insieme, questo è forse l’unico motivo per cui abbiamo veramente litigato” “E’ vero, sono una ritardataria cronica” ammise Bea “Bruno però, mentre tu ancora dormivi, pochi minuti fa mi ha mandato un messaggio per dirmi che ha avuto un contrattempo: tarderà ma non più di mezzora” Ada sembrò tranquillizzata da questa risposta poi, con un filo di voce che manteneva però ancora una sua ferma serenità, propose: “Ho un po’ di nostalgia della nostra vita passata: visto che ci tocca aspettare, che ne diresti di ricordare insieme?” Bea annuì con il capo, poi sollevò dal comodino della compagna, che era ingombro di scatole di farmaci, il piccolo vassoio con una tazza di tè e qualche fetta di pane che Ada non aveva nemmeno assaggiato ed uscì dalla stanza. Dopo qualche minuto, tornò nella camera da letto dove Ada era distesa supina, portando con sé una grossa scatola di latta smaltata di blu,  che un tempo aveva contenuto biscotti danesi e che da qualche anno era piena di foto ormai storiche.

Bea prese una poltroncina comoda, poi si sedette accanto alla compagna distesa sul letto e sparse sulla coperta le foto, cercando di dare a quelle immagini un ordine cronologico, esaminandole ma senza rimpianto, sfogliandole ad una ad una come si sfogliano gli anni.

In una delle prime foto che le ritraevano insieme, correva l’anno 1974: tutte e due  erano sedute su di una Vespa bianca con lo sfondo del  mare di Livorno. Ada aveva i capelli cortissimi e una giacca di pelle per ripararsi dal freddo della corsa in moto. Bea, invece, rideva ma in foto era venuta con gli occhi chiusi per il sole. In quegli anni, avevano cominciato ad amarsi di nascosto: spesso si incontravano in un cinema di periferia, entravano separatamente, poi si sedevano nelle ultime file di una sala semivuota per baciarsi e scambiarsi qualche effusione. Allora il mondo fuori non le voleva, così avevano dovuto inventarsi un linguaggio tutto loro fatto di sguardi, di dita sfiorate sul bus: avevano combattuto, amato e costruito una fortezza impenetrabile pezzetto dopo pezzetto.

Ripensarono agli anni in cui avevano paura anche solo di tenersi per mano in pubblico, agli sguardi taglienti dei vicini e alle scuse inventate per i proprietari di casa: “Siamo solo amiche, dividiamo le spese”. Anche quando, qualche anno dopo, comprarono casa insieme, ognuna aveva raccontato alla propria famiglia di aver acquistato da sola quel piccolo appartamento in collina, dove ancora vivevano, e che l’altra era solo un’ospite temporanea.

Un bella domenica però, stufe ormai di quella vita da clandestine dell’amore, invitarono a pranzo le rispettive famiglie e, al momento del dolce, dopo aver richiamato l’attenzione di tutti, finalmente dichiararono all’intera assemblea, convocata per l’occasione, che loro due erano molto più che semplici amiche: seguì un silenzio tombale che fu rotto quasi subito dalla nonna di Ada che esclamò: “Era questo il motivo dell’invito? Lo abbiamo sempre saputo che stavate insieme!”

Bea ricordando quei tempi rifletté con amarezza: “A volte penso che il nostro Paese, sotto alcuni aspetti, non è ancora veramente cambiato: hai mai pensato che esistono tantissimi termini offensivi per etichettare due uomini che si amano e nemmeno uno riservate alle donne? Secondo me, la società ha dei meccanismi di rigetto verso quelle come noi, praticamente non esistiamo e perciò neanche può trovare parole adeguate per etichettarci …”

Continuarono ancora a viaggiare indietro nel tempo, attraverso lo strumento formidabile di quelle foto in scatola ed eccole in alcune immagini degli anni novanta, a bordo di una scassatissima cinquecento con la quale erano riuscite ad arrivare prima in Francia e l’anno dopo addirittura in Grecia. «Ti ricordi quando hai perso le chiavi della macchina sulla spiaggia e abbiamo dovuto dormire sotto le stelle ?» chiese Ada con una  voce molto simile a un sussurro.” Certo” rispose Bea “Il giorno dopo, un meccanico del posto s’impietosì e ci trainò gratis fino alla sua officina!”

«È stata una bellissima vita» disse Ada, guardandola dritta negli occhi. C'era una lucidità ferma nel suo sguardo, una pace profonda che calmò all'istante il tumulto nel petto di Bea che riuscì solo a dire tre parole: «La più bella». «Però quanto eravamo forti», disse Ada, con un filo di voce che sembrava un soffio «Nessuno è mai riuscito a farci sentire sbagliate.».

Arrivarono, grazie a quelle foto, agli anni dell’impegno politico, delle proteste in piazza, delle associazioni in cui i giovani si sentivano accolti e sostenuti nella loro voglia di fare coming out, dei gay pride che i benpensanti ancora etichettavano come “ignobili carnevalate”. Arrivò poi la legge sulle unioni civili: non era ancora il matrimonio egualitario ma, in quel momento politico, forse era il massimo cui si poteva ambire. Ada e Bea, con i capelli già brizzolati e le lacrime agli occhi, furono tra le prime, nella loro città, a firmare quei nuovissimi registri dello stato civile. A quella cerimonia inaspettatamente parteciparono quasi tutti gli amici e i parenti e la nonna di Ada era in prima fila con un gran fascio di fiori tra le mani.

Qualche anno dopo arrivò la malattia di Ada: una diagnosi che non lasciava molto spazio alla speranza; per anni avevano combattuto a lungo insieme contro l’ipocrisia e i pregiudizi, ma ora la battaglia era un'altra, contro un nemico silenzioso e invisibile. Lei continuò, per lungo tempo, ad essere una guerriera e accettò con serenità tutte le cure e le conseguenze devastanti che spesso comportavano ma, dentro di sé, aveva già deciso che non avrebbe consentito al dolore di superare una certa linea, di varcare una soglia che lei aveva stabilito.

Ada, infatti, non aveva paura della morte ma solo di quell’ultimo tratto della vita, quando la malattia ti toglie anche la dignità. Le due donne, abituate alla condivisione di ogni problema, avevano parlato a lungo del diritto di scegliere e avevano deciso che anche quel momento lo avrebbero vissuto insieme. Quel momento alla fine era arrivato, la malattia le aveva tolto quasi tutto: il movimento, la forza, perfino la consistenza della sua stessa voce ma non le aveva tolto lo sguardo, che era rimasto lucido, profondo, spietatamente consapevole. Bea osservava le mani di Ada: erano nodose, segnate dal tempo e dall'artrite, che ora riposavano sul lenzuolo leggere e distese ma per lei rimanevano le stesse mani calde che l'avevano afferrata sotto la pioggia del 1974, fuori da quel cinema di periferia dove si erano baciate di nascosto per la prima volta.

 

Quella mattina la luce entrava morbida dalla finestra, illuminando i dettagli di una stanza che profumava di disinfettanti e di ricordi. Sul comodino, accanto ai flaconi di medicinali ormai inutili, era rimasta una vecchia cornice con una fotografia in bianco e nero.

Quando arrivò Bruno, il medico che l’aveva seguita in tutto quel travagliato percorso, bussò piano alla porta quasi che non volesse invadere il dolore delle due donne. Bruno quel giorno non aveva indossato il camice ma solo un maglione molto informale; era accompagnato da un’infermiera dall’aria molto professionale che si adoperò subito a montare il treppiedi e a miscelare i farmaci nella flacone per fleboclisi, poi aiutata anche dal dottore infilò, non senza difficoltà, il piccolo ago nel dorso della mano destra di Ada. Bruno si sedette accanto ad Ada e le spiegò l’intera procedura: secondo le regole sarebbe stata lei stessa ad azionare lo speciale meccanismo che avrebbe dato il via al liquido e che la procedura poteva essere interrotta dalla paziente, in qualsiasi momento, prima della perdita della conoscenza. Ada annuì: era esattamente quello che voleva. Bea le strinse la mano mentre il medico controllava tutto il procedimento con movimenti esperti e misurati, regolando il flusso della sostanza che stava già entrando in circolo.

Bea posava il suo sguardo ora sul medico, ora su Ada che respirava sempre più piano e il cui volto sembrava finalmente rasserenato; mentre lei se ne stava andando, ebbe appena la forza di augurarle buon viaggio. Quando il silenzio divenne assoluto, Bea non si mosse: rimase lì, a custodire il sonno della donna che aveva amato per tutta la vita, grata per ogni singolo giorno vissuto insieme, fino all'ultimo respiro.

Le lacrime cominciarono a scendere da sole, finalmente libere e copiose: non c’era più la necessità di fingere ottimismo, nonostante la consapevolezza di una condanna . Quello di Bea però non era un pianto disperato perché aveva sempre saputo che l'amore non consiste nel trattenere, ma nel saper accompagnare fino al confine e poi avere il coraggio di lasciare andare.

 

 

 

 

.

.

 

Seleziona la lingua

Italian English French German Greek Portuguese Spanish