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Home Arte cultura e tempo libero ROCCO. Racconto di Paolo Molinaro

ROCCO. Racconto di Paolo Molinaro

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Alla fine, le parole avevano iniziato a sembrargli inutili: gli sembrava di  lanciare sassi contro un muro troppo alto da scavalcare. Negli ultimi tempi, non contenti delle vessazioni fisiche, i bulli avevano cominciato a vomitare insulti sui social…”

 

Che ore sono? Rocco aprì gli occhi e si mise a sedere in mezzo al letto, quindi guardò prima le lame  di luce che entravano dalle tapparelle, poi ascoltò il silenzio assoluto della sua casa, infine guardò l’ora sullo schermo del suo computer che restava sempre acceso: le 9,00 quindi i suoi genitori erano già a lavoro.

Aprì la porta della sua camera con circospezione e, come ormai da diciotto giorni, trovò un vassoio con una tazza di latte e caffè ormai intiepidito con qualche biscotto.  La porta della sua camera si richiuse di nuovo con un rumore secco: era il suono di una cassaforte che si sigilla, l’ultimo rumore che Rocco aveva regalato  al mondo là fuori, diciotto giorni prima.

A scuola era diventato impossibile anche solo respirare; Rocco viveva una strana condizione: da un lato i suoi compagni avevano attuato nei suoi confronti un’esclusione quasi scientifica da ogni gruppo, da ogni momento di aggregazione, da qualsiasi iniziativa da condividere, dall’altro i due bulli della classe non gli risparmiavano spintoni nei corridoi o battute maligne che facevano ridere solo i gregari, che volevano a tutti i costi assecondare i due capi, per non parlare del silenzio assordante, che forse gli faceva anche più male, del resto della classe che preferiva “farsi gli affari propri”. Rocco quindi era sostanzialmente un invisibile, come un fantasma che cammina tra i vivi, trasparente ma preso a calci, come un ospite che nessuno ha invitato e a cui  nessuno rivolge la parola ma, allo stesso tempo, era anche l’oggetto su cui i due bulli scaricavano le loro frustrazioni e il loro disagio sociale. Qualche volta Rocco aveva provato a rompere quell’isolamento, cercando di dire qualcosa che potesse interessare l’intera classe ma era finita sempre nello stesso modo: qualcuno che interrompeva, qualcuno che rideva, qualcuno che fingeva di aver capito male, insomma un mondo intero che sembrava andare avanti senza bisogno di lui.

Alla fine, le parole avevano iniziato a sembrargli inutili: gli sembrava di  lanciare sassi contro un muro troppo alto da scavalcare. Negli ultimi tempi, non contenti delle vessazioni fisiche, i bulli avevano cominciato a vomitare insulti sui social o a lanciare sul suo smartphone quel fango invisibile e indelebile, fatto di pseudo battute che alludevano per lo più al suo aspetto fisico  ancora acerbo di adolescente.

A casa la situazione non era molto migliore: Rocco non riusciva a comunicare con i suoi, non era in grado di confidare le violenze fisiche e morali: avvertiva vergogna a esporre la sua debolezza, provava un insensato senso di colpa per non essere in grado di rispondere con la forza o la violenza agli attacchi che riceveva, come magari avrebbe voluto suo padre. Sua madre era una manager in carriera e anche a casa parlava continuamente delle problematiche dell’azienda, spostandosi veloce dalla cucina al salotto, con il telefono incastrato tra spalla e orecchio o con lo sguardo perso tra le mille cose da fare. Ogni tanto si fermava davanti a Rocco, lo guardava per qualche secondo e poi gli chiedeva “Come va? Come ti senti? Ti è passato il raffreddore? Tutto bene a scuola? Come è andato il compito d’inglese?” Spesso non attendeva neanche la relativa risposta di Rocco ma, in ogni caso, sentiva di aver assolto, in questo modo, i suoi doveri di madre attenta e premurosa. Negli ultimi tempi sia lei che il marito avevano percepito, in qualche maniera, il malessere di Rocco ma il padre tendeva a liquidare la questione con poche frasi fatte: “È una fase,” diceva rivolto alla moglie quando questa esprimeva qualche preoccupazione di troppo “Forse è innamorato di una coetanea … in ogni caso per me è un malessere comune a tutti gli adolescenti, vedrai che da un momento all’altro gli passerà, magari vedrai che quando meno te lo aspetti verrà a casa per presentarci la morosa! .” Quando poi si rivolgeva direttamente a lui, le frasi erano sempre le stesse: "Hai ancora quel muso lungo? Dai che prima o poi ti passerà, tu pensa solo a studiare!" “Allora quando ce la presenti questa benedetta fidanzata?”"Sei sempre davanti allo schermo del pc o dello smartphone, per forza poi sei nervoso: infatti ai miei tempi queste fragilità non esistevano."

Le parole di suo padre, gli sguardi distratti di sua madre mentre sparecchiava lo stavano devastando. Lo sapeva che non lo facevano per cattiveria, ma forse era ancora peggio: era un'assoluta, cronica incapacità di capire. Per loro il suo inferno era solo "un capriccio", una fase da liquidare con una pacca sulla spalla o un rimprovero spazientito. Nessuno dei due guardava mai davvero dentro i suoi occhi per vederci il vuoto che lo stava mangiando vivo.

Quella sera di diciotto giorni prima Rocco intuì che, se nessuno riusciva a sentire il suo grido, allora tanto valeva fare silenzio. Non lo aveva deciso né programmato, non era successo nulla di diverso, nulla di più drammatico di quello che era già accaduto: era successo e basta, aveva chiuso la porta della sua camera a chiave e indossato un paio di cuffie, collegate allo stereo,  per non ascoltare le frasi che venivano dall’esterno. Usciva solo quando era certo che a casa fosse rimasto solo, per andare in bagno, per prelevare o restituire il vassoio che la madre preoccupatissima gli lasciava dietro la porta.

I primi giorni i genitori avevano ripetutamente bussato con tono irritato: “Esci che la cena è pronta." "Smettila di fare il bambino, apri questa porta!" Con il passare del tempo, l'irritazione si era trasformata in frustrazione, e alla fine in una sorta di angoscia strisciante. Rocco indossava le cuffie e alzava il volume della sua musica al massimo per non consentire al panico dei genitori di arrivare fino a lui. Altre volte, quando si sentiva più forte, si poneva in ascolto e sentiva i loro passi esitanti nel corridoio, i loro sussurri preoccupati oltre il legno della porta. Rocco però aveva deciso di non rispondere; se avesse parlato, se avesse ceduto, tutto quello che aveva fatto fino a quel momento sarebbe stato inutile: i suoi genitori, nella migliore delle ipotesi, avrebbero ridotto tutto a una ragazzata da sminuire con una pacca sulla spalla. Il suo silenzio, invece, per la prima volta erano costretti davvero ad ascoltarlo.

Questa stanza era diventata il suo intero universo ma il diciottesimo giorno accadde qualcosa di diverso: Rocco aprì il suo profilo su Facebook e cominciò a scrivere un post. Scrisse delle vessazioni subite a scuola, dei bulli, dei gregari e di quelli che si facevano i fatti loro, dei messaggi malvagi che riceveva quotidianamente sul suo smartphone. Scrisse dei professori che non si erano mai accorti del disagio che stava vivendo, scrisse dell’incapacità di comunicare con la sua famiglia e infine dell’estremo tentativo di esprimersi attraverso l’isolamento e il silenzio. Dopo aver pubblicato quel lunghissimo post si sentì svuotato, fu preso da un senso di spossatezza mai provato, si lanciò sul letto a fissare il soffitto e forse si addormentò per più di un’ora.

Rocco non sapeva, non poteva immaginare di aver lanciato una vera e propria bomba e soprattutto che aveva centrato il bersaglio. Due giorni dopo, si era riunito il consiglio d’istituto al quale era stati invitati (anzi obbligati) a partecipare, in via eccezionale, anche i suoi genitori.

Il giorno seguente, alle otto del mattino, la professoressa di italiano era in piedi davanti alla cattedra, nell’aula della terza C: i ragazzi erano sorpresi e qualcuno chiese ad alta voce: “Prof ma oggi è giovedì, alla prima ora abbiamo lezione di fisica” “Lo so” rispose con tranquillità l’insegnante “Ma oggi c’è una lezione speciale” I ragazzi percepivano una strana tensione nell’aria e presero posto nei loro banchi, in perfetto silenzio. Dopo qualche istante l’insegnante, senza alcun preambolo, cominciò a leggere il lunghissimo post scritto da Rocco e di seguito alcuni commenti d’indignazione, di sorpresa, di rabbia, d’incoraggiamento, di solidarietà, di condivisione, che avevano scritto i suoi coetanei, da tutta l’Italia. Erano solo una piccola ma accurata selezione, perché leggerli tutti avrebbe portato via alcuni giorni! La classe era ammutolita, molti temevano rimproveri, rimbrotti, paternali o addirittura l’annuncio di punizioni esemplari e invece, inaspettatamente, arrivò per loro un compito molto più umiliante. La docente distribuì a ogni ragazzo un foglio dattiloscritto su cui erano stati trascritti i messaggi più crudeli e più umilianti che erano stati indirizzati a Rocco negli ultimi mesi. Ogni ragazzo fu costretto a leggere a voce alta un rigo di quel foglio e, quando qualcuno cercava di saltare i termini più volgari, veniva immediatamente ripreso dalla docente. Erano stati messi di fronte al peso reale delle loro azioni e quel castello di carte fatto di risate e cattiveria spicciola era crollato, lasciando spazio alla vergogna e, infine, al rimorso.

L’insegnante uscì dalla classe ma non era per nulla soddisfatta: era consapevole degli errori che tutti avevano commesso, lei compresa, e che c’era ancora un lungo percorso da intraprendere per imparare a percepire sia in famiglia che in classe il malessere dei loro ragazzi.

Quel pomeriggio, Rocco sentì dei passi nel corridoio, ma non erano quelli pesanti di suo padre o quelli affannati di mia madre. Erano passi esitanti, leggeri a cui seguì un colpo leggerissimo contro il legno della porta e una voce: "Rocco, sono Marco. Siamo qui fuori... siamo in quattro. La prof ci ha fatto capire quanto siamo stati stupidi, ma volevamo dirtelo noi. Abbiamo sbagliato tutto e ci manchi. Non vogliamo che tu esca se non te la senti, ma noi ti aspettiamo.” Non era un ordine come quello che aveva sentito nei giorni passati, era piuttosto una mano tesa nel buio.

I ragazzi dopo un po’ si arresero e andarono via; Rocco, dopo tanto tempo, alzò la serranda della sua camera e, attraverso i vetri, vide i suoi compagni, appesantiti dagli zaini, allontanarsi lungo il vialetto di casa sua. Lo percorsero fino alla fine, ma prima di voltare a destra verso la fermata dell’autobus, si girarono verso la finestra della camera del loro compagno, lo videro in piedi che li guardava e all’unisono gli rivolsero un vigoroso cenno di saluto, incrociando le braccia. E Rocco rispose al saluto.

 

 

 

 

 

 

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