
A Modena una serata all’Osteria da Matilde si tinge di giallo con la morte improvvisa di un cliente per avvelenamento. Viene fermato un altro avventore presente in sala che invoca la “legittima difesa gastronomica…”
Che ore sono? Il maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Esposito guardò l’orologio da polso “le 18,30”: il suo turno di lavoro era ormai finito. Prima di andare via, si mise ancora una volta a fissare la nebbia modenese, oltre i vetri della finestra del suo Ufficio, con lo stesso sguardo con cui un naufrago, sopra una inaffidabile zattera di legno, osserva l’oceano. Certo, con la promozione a Comandante di Stazione aveva raggiunto un traguardo di tutto rispetto, ma a quale prezzo? Vincenzo, nato e vissuto a Napoli, non soffriva solo per la mancanza del mare, del sole e del mandolino ma soprattutto perché, devastato da una nostalgia canaglia per la salsiccia con i friarielli, la pizza margherita, la frittura di pesce, la minestra maritata e la mozzarella di bufala, da tre mesi il suo stomaco di buongustaio aveva ormai proclamato lo sciopero della fame. Il suo malessere si acuiva però soprattutto quando ripensava a quello splendido ragù che la mamma gli preparava con amore e che sobbolliva (o per meglio dire pippiava) sin dalla prima mattina, in vista del pranzo domenicale.
Dopo mesi di insistenze da parte dei colleghi, il maresciallo cedette e decise finalmente di prenotare presso una delle più famose trattorie modenesi. Fu così che una domenica a pranzo, dopo una lunga passeggiata nella nebbia cittadina, si diresse verso il centro storico, varcando la soglia della mitica “Osteria da Matilde” un tempio della cucina locale gestito dall'omonima, leggendaria cuoca: un donnone sempre gioviale e accogliente, avvolta perennemente nel suo grembiulone a scacchi, che poteva vantare un’esperienza gastronomica di oltre quarant’anni. La donna era sempre validamente coadiuvata dai nipoti Alba e Francesco, due giovanissimi camerieri che si muovevano tra i tavoli con la grazia di chi porta in tavola le reliquie del santo protettore. Il profumo del brodo per i tortellini, che bolliva da ore nel pentolone di rame, era la colonna sonora olfattiva della trattoria e consentì al nostro maresciallo di riconnettersi con il mondo e di cominciare a riconciliarsi con la città che lo aveva accolto. L’atmosfera, tuttavia, da un po’ di mesi a quella parte non era delle più serene. Seduto al suo solito tavolo d’angolo c’era il commendator Brambilla, un imprenditore brianzolo, sbarcato a Modena con la sua società finanziaria per fare man bassa di acetaie locali e conquistare il mercato globale a colpi di marketing aggressivo, approfittando spesso delle difficoltà economiche, anche temporanee delle aziende locali. Brambilla, inoltre, aveva prestato solo poche migliaia di euro alla signora Matilde per effettuare alcuni indifferibili lavori di ristrutturazione dei locali e sapendo che la donna, anche a causa della crisi economica generale, faceva fatica a restituire le rate, si presentava a pranzo in osteria quasi ogni giorno, spesso lasciando conti insoluti. Questo sgradevole individuo trattava Alba e Francesco come sguatteri e, pur non avendo alcuna conoscenza della gastronomia modenese, era solito elargire critiche perfino alla stessa Matilde, condite da un’arroganza che persino Esposito, pur non conoscendo i retroscena, trovava indigesta quanto un babà senza rum!
Al tavolo opposto sedeva invece il commendator Vaccari che, fiero custode della tradizione e proprietario di una ormai centenaria e prestigiosa azienda di Aceto Balsamico Tradizionale D.O.P., guardava Brambilla come un unno invasore che preme alle porte di Roma e non gli risparmiava occhiate di odio mentre, per il nervosismo, si stringeva intorno al collo un enorme tovagliolo a quadretti, quasi fino a soffocare.
Esposito prese posto in un tavolo centrale del locale e, dopo aver osservato a lungo il menù, decise di cominciare ordinando l’antipasto: arrivò in tavola un cestino di gnocco fritto, gonfio, caldo, dorato e croccante e di tigelle appena sfornate, avvolte in un canovaccio a quadretti bianchi e rossi. Subito dopo, Francesco appoggiò sul tavolo del maresciallo una caraffa di Lambrusco di Sorbara, alcuni piatti di salumi misti, di formaggi freschi e stagionati, un pinzimonio con verdure crude e olio extravergine di oliva nonché una piccola vaschetta piena del mitico pesto modenese. Il maresciallo partenopeo era quasi commosso per quella inaspettata scoperta che finalmente gli aveva fatto riscoprire un barlume di fede nell’umanità.
Vincenzo ignorava però che di lì a poco si sarebbe consumato, sotto i suoi occhi, un dramma straziante: Brambilla ordinò i mitici tortellini in brodo di Matilde, il piatto forte della trattoria la cui ricetta segretissima si tramandava da secoli da madre in figlia. Quando il piatto fumante arrivò in tavola, l’imprenditore si alzò con un fare quasi teatrale, andò all'attaccapanni dove aveva lasciato il suo cappotto e tornò al tavolo esibendo una boccetta dal design futuristico.
Si alzò in piedi e, rivolto ai clienti della trattoria come farebbe un attore davanti a una platea, esclamò: «Adesso vi faccio vedere io come si valorizza questo brodino» e davanti agli occhi sbarrati e inorriditi dei presenti, versò un abbondante quantitativo di quel liquido scuro direttamente nei tortellini in brodo!
Un silenzio tombale scese all’improvviso nell’osteria per il sacrilegio che si era appena consumato: nessuno al mondo può permettersi di mescolare brodo per i tortellini e aceto balsamico! Alba si coprì il volto con entrambe le mani mentre Francesco per poco non fece cadere un vassoio pieno di piatti da lavare. Il commendator Vaccari, da parte sua, esclamò qualcosa di irripetibile nei confronti dell’empio concorrente.
Brambilla portò il primo cucchiaio alla bocca, masticò e, come al solito, accennò un commento malevolo: «Come al solito, manca un po' di sale, ma con il mio aceto...» Il cucchiaio inaspettatamente però cadde sul piatto con un tintinnio metallico mentre il volto dell’uomo passò dal consueto colorito rubizzo a un paonazzo innaturale, poi a un grigio asfalto. Brambilla si portò entrambe le mani alla gola, emise un fischio soffocato, tentò di alzarsi ma le sue gambe cedettero. Nel cadere, la sua mano agganciò la tovaglia, trascinando a terra i piatti e la caraffa di Lambrusco di Sorbara, che si riversò sul pavimento, mescolandosi ai tortellini e al brodo in una vasta macchia violacea. Dall'altro lato della sala, Vincenzo, che stava per addentare una tigella col pesto modenese, scattò in piedi. Si inginocchiò accanto a Brambilla, gli cercò il polso: niente. Gli occhi dell’imprenditore erano sbarrati, le pupille erano vitree, sulle sue labbra c'era una strana schiuma leggera, e nell'aria, sotto l'odore del brodo, si percepiva una nota dolciastra e pungente che non aveva nulla a che fare con la cucina. Il maresciallo Esposito assunse subito il comando e cercò di sedare il caos che, intanto, si era generato tra i clienti che affollavano la trattoria. Con la professionalità che aveva acquisito in tanti anni di servizio, isolò la scena del crimine e fece sequestrare la boccetta, poi procedette immediatamente all’esame olfattivo: non si trattava di aceto balsamico, era cianuro: qualcuno aveva scambiato le boccette nel cappotto dell'imprenditore! «L'assassino sapeva esattamente cosa faceva,» disse Esposito, guardando i sospettati uno a uno. «Sapeva che questo signore ogni volta commetteva sempre lo stesso reato gastronomico: mettere il balsamico nel brodo, sono sicuro che Brambilla ha versato lui stesso il veleno nel suo piatto!»
«Hanno avvelenato il brodo!» gridò un’ anziana turista straniera che, ancora sotto choc, non aveva capito nulla. «Impossibile!» ringhiò Matilde, uscendo dalla cucina col matterello ancora in mano. «La mia sfoglia è sacra, il mio brodo ha una ricetta segreta, tramandata da sette generazioni, ma vi posso assicurare che ci vanno solo pezzi di carne di prima scelta: se il brodo fosse stato avvelenato, sareste tutti morti a quest'ora!»
«Nessuno esca!» tuonò intanto il militare, mostrando il tesserino. «Matilde, chiudi subito la porta d’ingresso” I primi sospetti, naturalmente, caddero proprio sui proprietari. La cuoca e i nipoti avevano il movente perfetto: un debito insostenibile e i continui soprusi che duravano ormai da mesi. Ma l’occhio clinico del maresciallo, allenato ai vicoli di Napoli dove la gente si muove senza farsi notare, aveva registrato un dettaglio fondamentale. Poco prima del delitto, il commendator Vaccari si era alzato per andare in bagno e l’attaccapanni era proprio lì, lungo il corridoio.
Esposito si avvicinò al tavolo di Vaccari, che stava fissando il piatto di tortellini profanato con un misto di sdegno e soddisfazione. «Commendatore, mi scusi”, esordì Esposito con tono flautato. «Vogliamo fare due chiacchiere? Vi ho visto passare vicino ai cappotti e ho l'impressione che quella boccettina non appartenesse al defunto».
Vaccari non batté ciglio. Si sistemò la cravatta, guardò il maresciallo negli occhi e, con la dignità di un eroe risorgimentale, dopo qualche istante d’incertezza, alla fine decise di confessare.
«Sì, maresciallo: sono stato io! E devo dirle che lo rifarei altre mille volte». «Commendatore, a questo punto allora ci chiarisca il suo movente: si è trattato di una questione di affari? Magari per la concorrenza spietata che Brambilla stava facendo a tutti gli operatori del settore?» «Ma quale concorrenza, Esposito!» sbottò Vaccari, accalorandosi. «Quell'infedele ha versato dell’aceto balsamico industriale – e sottolineo industriale, magari tagliato con il caramello – dentro il brodo dei tortellini! A Modena questo è un reato gravissimo che lo Stato si ostina a non voler perseguire penalmente! Il mio non è stato un omicidio, invoco la legittima difesa della civiltà! Versare l'aceto nel brodo dei tortellini di Matilde è un vero e proprio abominio contro la natura e la storia!»
Il maresciallo Esposito rimase un attimo in silenzio. Il parallelismo si accese nella sua mente con la violenza di un fulmine: “il Commendator Vaccari tutto sommato ha ragione!” pensò il maresciallo. «È come mettere il pecorino sulla pasta con i frutti di mare o Dio ce ne scampi, due fette di ananas in scatola sulla pizza margherita, appena sfornata!»
Una profonda, ancestrale comprensione teologica unì in quel momento la Campania e l'Emilia Romagna. Esposito sentì una fitta di sincera empatia per quell'uomo che aveva difeso l'onore della patria gastronomica contro il barbaro invasore. Tuttavia, la divisa restava una divisa. «Commendatore, io vi capisco, credetemi, vi capisco dal profondo del cuore», disse Esposito, posandogli una mano sulla spalla con autentico rammarico. «I vostri motivi sono validissimi, oserei dire nobili e le attenuanti sono di tutto rilievo, io ravviserei addirittura l’esimente della legittima difesa gastronomica. Purtroppo però la legge è legge e io ora devo dichiararvi in arresto, ci penserà poi il giudice a valutare il vostro caso».
Mentre Vaccari veniva accompagnato fuori a testa alta, quasi in trionfo, la cucina dell'osteria esplose in un sospiro di sollievo collettivo. Matilde, Alba e Francesco piangevano, ma di gioia: lo strozzino era passato a miglior vita e non avrebbe più disturbato la loro attività con il suo fare arrogante, l'attività era salva e, soprattutto, l'onore del brodo era stato lavato col sangue, anzi con il cianuro.
Matilde si avvicinò a Esposito, ancora scossa per tutto quello che era accaduto quella mattina, e gli tese un contenitore di lacca termico:«Maresciallo, volevo farle solo un piccolo dono per ringraziarla: un chilo di tortellini freschi e due litri del mio brodo. Mi prometta però che non ci metterà mai niente dentro, se non del buon Parmigiano Reggiano».
Esposito era al colmo della commozione: strinse il contenitore al petto come se fosse il Santo Graal, poi guardò la nebbia fuori dalla porta della trattoria, che ora gli sembrava un po' meno fredda e impenetrabile.
«Signora Matilde», rispose il maresciallo con un sorriso complice, «potete dormirci sopra. Su certe cose, noi del Sud non scherziamo. Speriamo solo che in Tribunale i giudici siano davvero clementi e, anche alla luce della sua età, a questo sant'uomo di Vaccari gli diano da scontare la pena ai domiciliari, magari direttamente nella sua acetaia!».






