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Home Arte cultura e tempo libero DELITTO AL CASEIFICIO, racconto di Paolo Molinaro

DELITTO AL CASEIFICIO, racconto di Paolo Molinaro

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Questa volta a Modena  si consuma  un delitto a denominazione di origine controllata, perché un uomo viene ucciso schiacciato da una forma di Parmigiano Reggiano DOP di quaranta chili

 

 

“Che ore sono?” il maresciallo Vincenzo Esposito guardò il cruscotto del furgone “le 16,30, ho appena il tempo di fare una rapida doccia, di indossare la divisa e di ripresentarmi in Ufficio” disse tra sé mentre parcheggiava l’automezzo proprio davanti all’ingresso dell’alloggio di servizio. Sei ore di guida quasi ininterrotta e la nostalgia canaglia che già si riaffacciava, stavano già mettendo a dura prova il suo umore. Era la prima volta che trascorreva una licenza a Napoli, dopo la promozione e il conseguente trasferimento a Modena e così i suoi genitori, con il tipico senso della misura partenopeo, gli avevano fatto trovare qualche genere di conforto per fronteggiare almeno i primi giorni dopo il rientro. Vincenzo infatti era risalito lungo la penisola alla guida di un furgone, noleggiato per l’occasione, stipato come se dovesse affrontare un'imminente apocalisse. Nel vano di carico, suo padre era riuscito a sistemare: pizze fritte, salsicce con i friarielli, fritture di pesce, parmigiane di melanzane, mozzarelle di bufala, teglie di lasagne grandi come monolocali, provoloni dolci e piccanti di dimensioni monumentali, un paio di cassette piene fino all’orlo di cozze, vongole e triglie, casatielli fatti da sua madre, barattoli di sugna, pastiere, babà idratati al rum, quintali di taralli e, naturalmente, tre mandolini che la genetica impone a ogni napoletano di possedere fin dalla nascita.

Il vero pezzo forte del carico però era lei: la moka di casa, accompagnata da un chilo di caffè di una ormai leggendaria torrefazione del Vomero. Quella moka, infatti, non era un semplice elettrodomestico: era un indispensabile strumento investigativo con poteri straordinari e quasi occulti. Davanti a quella tazzina, calda e densa come il petrolio ma profumata come il paradiso, il sospettato più reticente o il testimone più ostinato inevitabilmente capitolavano, scoppiando in lacrime e rivelando la verità. Si trattava sostanzialmente di una sorta di siero della verità, ma con l'aroma di casa.

Dopo meno di un’ora, Vincenzo si trovava di nuovo nel suo Ufficio e istintivamente diede subito una fugace occhiata alla sua scrivania: era sommersa sotto il peso di un centinaio di fascicoli che erano stati depositati lì durante la sua breve assenza e tutti portavano una fascetta con la scritta “URGENTE”. Il maresciallo, preso dal tipico scoramento di chi rientra dopo un sia pur breve periodo di vacanza, decise, per il momento, di andare alla finestra a guardare il panorama oltre i vetri, prima di rimettersi al lavoro: purtroppo non c’era più il sole e il mare di Posillipo ma la nebbia di Modena che non si limita a cancellare il paesaggio ma che ti entra dentro, ti inzuppa la divisa e prova a convincerti che il sole sia soltanto una leggenda metropolitana. Pensò con ironia che forse, durante il suo periodo di ferie, lo street food era stato tassativamente vietato con decreto legge, perché in strada nessuno camminava addentando taralli e suonando il mandolino ma i pochi passanti correvano con una frenesia quasi patologica. Vincenzo però si sorprese a riflettere sul fatto che la sua integrazione con la realtà modenese stava ormai procedendo a grandi passi: era infatti diventato ospite fisso domenicale della mitica “Osteria da Matilde” ed aveva stretto un’indissolubile calorosa amicizia con l’ingegner Malavasi, presidente della “Confraternita del Tortellino” che aveva conosciuto in occasione di una recente indagine, brillantemente risolta. Pochi giorni prima di partire, infine, aveva addirittura tuffato uno gnocco fritto, bollente e unto, direttamente dentro la schiuma densa del cappuccino di un noto bar del centro storico: Vincenzo, per farla breve, a Modena aveva iniziato a trovare i suoi punti di riferimento, soprattutto quelli di tipo gastronomico.

Mentre era preso da questi pensieri, il suo telefono si mise improvvisamente a squillare: “Pronto, maresciallo Esposito, venga immediatamente presso il caseificio "I Cinque Santi" in località Baggiovara: Giorgio Baraldi, il titolare dello storico stabilimento, è stato trovato morto, letteralmente schiacciato sotto una forma di Parmigiano Reggiano DOP da quaranta chili, precipitata dall'alto di una scalera di stagionatura”.

Quando Vincenzo con i suoi uomini arrivò sul posto, era già presente la squadra della scientifica per effettuare i rilievi del caso, insieme al medico legale. La scena era a dir poco raccapricciante: il dottor Baraldi giaceva a terra supino, in un lago di sangue, con il cranio letteralmente fracassato dal peso di una forma di Parmigiano, caduta dall’alto. Il magistrato di turno, con la tipica fretta di chi vuole andare al più presto a casa per la cena, era però già pronto ad archiviare tutto come una tragica fatalità, nonostante le perplessità subito espresse da Esposito: "Suvvia, maresciallo! Chi mai potrebbe arrampicarsi lassù, fino al quinto ripiano, e lanciare un proiettile di formaggio da quaranta chili, senza che la vittima si accorga di nulla?”

Esposito però era un militare scrupoloso e testardo e insistette per effettuare un sopralluogo approfondito: chiese di utilizzare un’apposita piattaforma, ideata per salire in sicurezza fino ai ripiani più alti della scalera, per compiere un esame meticoloso del punto di caduta. Con grande sorpresa di tutti i presenti, Vincenzo scovò, proprio sul quinto ripiano, un piccolo congegno meccanico azionabile a distanza (solitamente montato su di un carrello elevatore) costituito da pinze di sollevamento in acciaio, capaci di alzare e far scivolare anche carichi pesantissimi. Altro che destino: quello era un omicidio a denominazione di origine controllata!

I sospetti del maresciallo si indirizzarono subito sulla famiglia, dove l'armonia regnava sovrana come in una tragedia greca: il primo sospettato era il fratello Giancarlo. Secondo le testimonianze di coloro che li conoscevano, i due fratelli litigavano costantemente e i motivi erano ormai noti a tutti i lavoratori del caseificio. Giancarlo, infatti, voleva salvare i conti in rosso dell'azienda, proponendo un vero e proprio sacrilegio degno del carcere duro: era intenzionato a usare latte proveniente dalla Germania, voleva acquistare il più economico foraggio rumeno per alimentare le loro mucche nonché utilizzare additivi chimici per ottenere un invecchiamento rapido del parmigiano! Si trattava, tra l’altro, di palesi violazioni del disciplinare tecnico a cui devono attenersi rigorosamente tutti i produttori del Consorzio.

Giancarlo, però, aveva un alibi di ferro: all'ora del delitto era bloccato in un Ufficio al quinto piano dell’edificio, in una lunghissima e noiosissima videoconferenza con clienti sparsi per l'Italia, che sarebbero stati ovviamente disponibili a testimoniare in suo favore.

I sospetti allora s’incentrarono su Elena, la giovanissima moglie del Cavalier Baraldi: la signora dichiarò che come ogni giorno, all'ora del fatto, si trovava nei locali della nota parrucchiera Iris che, peraltro, subito confermò con vigore l’alibi della vedova. Esposito però non era convinto della veridicità delle dichiarazioni delle due donne e, con la scusa della firma di alcuni verbali, invitò entrambe in caserma, offrendo loro un “caffè fatto in casa". Bastò il primo sorso della moka magica per far saltare la messinscena: Elena e Iris iniziarono subito a confondersi, a contraddirsi, finché la vedova, con gli occhi lucidi per l'emozione (e per la caffeina), confessò la verità: a quell’ora non era a farsi la piega ma si trovava “in carnale consesso” con Stefano, il suo giovanissimo maestro di tennis, il quale, prontamente rintracciato e sottoposto al medesimo siero della verità, non poté fare altro che confermare l'appassionato alibi.

L'indagine sembrava finita in un vicolo cieco, nebbioso come la via Emilia a novembre. Rimaneva solo un ultimo sospettato: il vecchio casaro dello stabilimento, Geminiano Barbieri.

Si presentò però subito un problema di non poco conto: Geminiano parlava esclusivamente in un dialetto modenese così stretto e ancestrale da sembrare molto simile all’aramaico antico e l’uomo del resto non comprendeva affatto l’italico idioma. In caserma, Esposito disponeva solo di personale nato e vissuto a sud del fiume Garigliano e, per di più, la conoscenza dell’autentico, antico dialetto modenese si era ormai persa definitivamente, a seguito della massiccia invasione di meridionali ed extracomunitari. Il maresciallo sapeva perfettamente che interrogare chi non conosce la nostra lingua, senza la presenza di un interprete abilitato, avrebbe comportato la violazione del diritto di difesa del sospettato, con il serio rischio di vanificare tutta l’attività investigativa. A questo punto, colto ormai dalla disperazione, Esposito telefonò al Preside della facoltà di lingue dell'Università per farsi mandare d’urgenza un interprete simultaneo "modenese-italiano".

Geminiano, con il suo dialetto incomprensibile, affermò subito di  avere un alibi: sosteneva di trovarsi dall'altra parte dello stabilimento a spazzolare le forme di parmigiano. Esposito però, con un sorriso sornione, fece entrare in azione la sua arma segreta, posando davanti al vecchio casaro una tazzina fumante, scura e densa.

Geminiano guardò il caffè con sospetto ma poi lo annusò, bevve un sorso e, come per miracolo, la rigidità emiliana si sciolse come burro al sole. Con la voce rotta dall'emozione e grazie alle traduzioni simultanee dell'interprete che faticava a stargli dietro, il vecchio confessò tutto: era stato lui! Sapendo che il dottor Baraldi si presentava ogni giorno puntualmente alle 17,30 nei locali della scalera per esaminare l’andamento della stagionatura, Geminiano si era assentato proprio a quell’ora dal reparto spazzolatura con la scusa di un impellente bisogno fisiologico; aveva quindi incrociato il titolare in quel corridoio e, da breve distanza, aveva azionato il congegno con un piccolo telecomando, facendo cadere la forma di parmigiano sulla testa del malcapitato.

Il maresciallo Esposito però non era soddisfatto della confessione, voleva conoscere il vero movente dell’omicidio: "Voleva automatizzare il mio reparto!” rispose Geminiano “Voleva mettere le macchine al posto delle mie mani! Mi avrebbe licenziato!". Il caso era risolto: il vecchio casaro era stato arrestato. Vincenzo non avrebbe voluto trovarsi però al posto dei magistrati giudicanti: forse a Geminiano sarebbero state riconosciute le attenuanti, in virtù della sua veneranda età, della sua incensuratezza, dei tanti anni di duro e onesto lavoro presso il caseificio e forse chissà avrebbe scontato la sua pena agli arresti domiciliari.

Per ringraziare il maresciallo di aver salvato l'onore della DOP (ed evitato che il fratello eretico introducesse il latte straniero e commettesse altre simili nefandezze), il Consorzio del Parmigiano Reggiano volle fare le cose in grande: regalò a Esposito e ai suoi uomini un'intera forma di parmigiano da quaranta chili.

Di fronte a questo inaspettato regalo, il maresciallo Vincenzo Esposito, trafitto da una vena di nostalgia ma con lo stomaco già in festa, guardò la nebbia fuori dalla finestra, la sua fida caffettiera che lo aveva aiutato a risolvere il caso e infine la forma di formaggio. Fu proprio davanti a quel colosso che il nostro maresciallo si commosse profondamente, pensando a quante grattugiate avrebbe potuto fare sulle lasagne che, prima di partire, con mano tremante, gli aveva consegnato la mamma. Poi, guardando la forma e ripensando alla dinamica del delitto, si girò verso i suoi appuntati e commentò con un sorriso sornione:

Dovete ammettere che tutto sommato, la Pianura Padana non è poi così male: bisogna solo stare attenti a non camminare sotto gli scaffali.

 

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