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Home Arte cultura e tempo libero IL GRANDE DILEMMA DEL MATTINO. Racconto di Paolo Molinaro

IL GRANDE DILEMMA DEL MATTINO. Racconto di Paolo Molinaro

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Un altro crimine e ancora a matrice gastronomica. Al ristorante Il Mattarello d'oro viene trovato il corpo del titolare della trattoria riverso sul pavimento...

 

“Che ore sono?” il maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Esposito guardò l’orologio da polso e poi lo schermo del suo computer “sono le otto e cinque del mattino e fuori ci sono già 35 gradi all’ombra” disse tra sé mentre contemplava con occhio clinico il cappuccino caldissimo, schiumoso come la spuma di Mergellina, che il ragazzo del bar gli aveva appena consegnato. Mentre era immerso in queste riflessioni, fece ingresso nella sua stanza l’appuntato Capurso, spingendo un carrello cigolante, carico di fascicoli d’ufficio. In cima alla pila svettavano però due pacchi, inviati da due diversi spedizionieri ma entrambi inequivocabilmente indirizzati a lui.

Il primo pacco emanava un profumo celestiale e aereo: erano le sfogliatelle ricce, ancora calde, inviate direttamente da Napoli da zia Titina con un cargo notturno. Il secondo, invece, al suo interno rivelò un recipiente unto di grasso di suino, contenente dieci pezzi di gnocco fritto, gonfi e ancora fumanti, che gli aveva inviato l'amico Malavasi.

Esposito si bloccò, la tazza sospesa a mezz’aria: che fare? L'amletico dilemma, provocato dalla transizione culturale che proprio in quei mesi stava vivendo, lo aveva letteralmente paralizzato. Da un lato la disperata voglia d’intingere nel cappuccino quel pezzo di tradizione partenopea era molto forte, dall’altro sentiva di poter capitolare, ancora una volta, davanti alla tentazione delle calorie emiliane. Vincenzo risolse salomonicamente la questione, decidendo di chiamare il bar dietro la caserma per ordinare un secondo cappuccino!

Prima però che potesse arrivare alla cornetta, il telefono sulla sua scrivania si mise a squillare: «Maresciallo, venga al più presto con i suoi uomini al “Mattarello d’Oro!” Il signor Luigi, il titolare della trattoria, è stato trovato morto sul pavimento in circostanze sospette.

Quando Esposito e l’appuntato Capurso attraversarono la porta di legno del mitico locale, la penombra fu tagliata solo da un raggio di luce pulviscolare. Al centro della sala, la scena si rivelò in tutta la sua straziante, spaventosa drammaticità: il povero Luigi non era semplicemente morto, era stato massacrato nell'anima.

Giaceva a terra supino, l’imponente mole appariva bloccata in una rigidità cadaverica prematura. Il suo volto, di solito rubicondo e accogliente, era una maschera di terrore puro, contorto in una smorfia di spasmo così profonda da sfigurarne i tratti. Gli occhi erano sbarrati e venati di sangue e fissavano ancora il soffitto con l'espressione di chi ha visto l'inferno aprire i suoi cancelli. Dalle labbra cianotiche e serrate in una morsa di dolore indicibile colava una bava densa, biancastra, che andava a imbrattare il grembiule di lino bianco che Luigi indossava quando, con la sua consueta giovialità, accoglieva i clienti.

Le mani di Luigi erano contratte, le dita erano piantate nel pavimento come nel disperato tentativo di aggrapparsi alla vita, o forse di proteggersi da quell'estremo, letale affronto.

A pochi centimetri dalla sua testa giaceva il corpus del delitto: un piatto di ceramica dipinto a mano era esploso in mille cocci sul pavimento e in mezzo a quella carneficina di terracotta, stesi come salme su un campo di battaglia, c'erano loro, i tortellini.

I simboli dell’orgoglio modenese non stavano però nuotando nel sacro brodo, la cui ricetta segreta si trasmetteva segretamente di generazione in generazione: no, giacevano soffocati, sfigurati, impregnati da una chiazza densa, collosa e rossastra. Qualcuno, infatti, li aveva sicuramente messi in contatto con la passata di pomodoro.

Vincenzo, alla vista del cadavere, istintivamente si portò una mano alla bocca e, facendo un passo indietro, fu aggredito da un senso di nausea ritmico e viscerale. “Mio Dio...” mormorò a sua volta Capurso, che pure nella sua carriera era stato testimone di tanti omicidi efferati: «Marescià... guardate la faccia... sembra che il povero Luigi abbia visto il diavolo in persona!».

«Peggio, Capurso, molto peggio,» disse Esposito a voce bassa ma con un tono solenne che fece calare un silenzio tombale nella stanza.

Il Maresciallo s'inginocchiò lentamente accanto al cadavere. L'aria attorno a Luigi profumava ancora dell'aroma acido e volgare di quel sugo profano, un profumo che strideva con la solennità di quel corpo martoriato. Esposito avvicinò il viso, osservò la bava, la contrazione innaturale della mandibola dell'oste e la sfumatura violacea del collo, gonfio per lo sforzo di un rifiuto estremo.

Nel frattempo, nella sala erano già arrivati gli uomini della scientifica che avevano già cominciato a perimetrare la scena del delitto con il nastro giallo mentre il medico legale, osservando lo spasmo del viso del povero Luigi e la bava biancastra, aveva già frettolosamente emesso il suo verdetto: “Si tratta sicuramente di un avvelenamento, è probabile che si tratti di stricnina o di un altro veleno neurotossico ma potrò essere più preciso solo dopo l’autopsia”.

Il Maresciallo però nel frattempo aveva già raccolto sufficienti elementi di prova e, rivolto ai presenti, indicò con il dito tremante di sdegno il piatto frantumato a terra.

«Guardate con attenzione il cadavere di quell'uomo! Guardate la disperazione stampata nei suoi occhi! L’autopsia e le analisi di laboratorio dei resti sul pavimento non potranno che confermare la mia ipotesi: Luigi non è stato avvelenato ma è morto di crepacuore! L’omicida gli ha spalancato la bocca con la sua forza brutale e l'ha costretto a inghiottire questo ignobile intruglio! E’ stato soffocato dal pomodoro presente sui tortellini! Nessun cuore modenese, per quanto forte, avrebbe mai potuto reggere a una tortura del genere!»

Gli uomini della scientifica e il medico legale si fermarono all’unisono, nel locale cadde un silenzio quasi totale, rotto solo dal ronzio dei frigoriferi del ristorante, mentre il cadavere di Luigi continuava a gridare al mondo, con il suo volto contorto dallo spasmo, l'orrore del sacrilegio subito.

I primi sospetti caddero subito su John Miller, un giovane manager americano, rampante e palestrato, fondatore della famosa catena Miller Burger. L’uomo aveva puntato da qualche tempo i locali della trattoria, strategicamente collocati nel centro storico della città, per creare al suo posto una sorta di hamburgheria gourmet.

Attraverso i suoi mediatori, già da alcuni mesi, Miller aveva offerto a Luigi cifre da capogiro per convincerlo a cedere la vecchia attività. A fronte dei ripetuti rifiuti, l’americano era venuto personalmente a Modena per parlare direttamente con il titolare della gloriosa trattoria ma, anche questa volta, aveva incassato l’ennesimo irrevocabile “no” dell’oste.

Tuttavia, l'americano sfoderò un alibi assolutamente non scalfibile: all'ora del delitto si stava allenando in una palestra hyper-tech a Fiorano Modenese. Ben ventisette clienti, dodici personal trainer, tre cardiofrequenzimetri sincronizzati via satellite e lo smartwatch dello stesso Miller confermavano la sua presenza in un luogo ben lontano dal delitto.

Se il manager non era sicuramente l’esecutore materiale del delitto, avrebbe però potuto essere quantomeno il mandante: forse si era servito di qualcuno che conosceva a fondo le regole auree e immodificabili della gastronomia modenese. Fu proprio per questo che Esposito spostò le sue attenzioni su Luciano, il nipote di Luigi: si trattava di un ragazzo cupo e dal carattere introverso, con le occhiaie perenni di chi impasta sfoglia otto ore al giorno e svolge contemporaneamente le delicate mansioni di factotum della trattoria.

Vincenzo lo convocò in caserma e lo interrogò a lungo ma Luciano faceva il duro, resisteva, negava ogni addebito: “Non ne so niente dell’omicidio di mio zio, a quell’ora ero fuori con il furgone, stavo facendo il giro dei nostri fornitori” “Perché allora nessuno si ricorda di averti visto?” rispose Esposito bluffando “Perché il climatizzatore del furgone era rotto da tempo e quel tirchio di mio zio prendeva tempo, non voleva spendere soldi per ripararlo, così mi stavo sentendo male per il caldo e sono tornato a casa! E’ vero, non ho un alibi perché vivo da solo ma voi non avete uno straccio di prova né sapete spiegarmi quale sarebbe stato il mio movente, quindi non potete trattenermi senza motivo: a questo punto voglio l’assistenza del mio avvocato!”

Esposito decise di passare alle maniere forti: estrasse dal cassetto la sua leggendaria moka napoletana, offrendo a Luciano una tazzina di quell'elisir nero, denso come petrolio e bollente come la lava del Vesuvio.

Inaspettatamente però, contro ogni previsione scientifica e psicologica, Luciano bevve il sorso bollente ma rimase impassibile: la sua fibra era stata temprata da anni di sfoglia tirata a mano e dai vapori di brodo fumante che gli avevano creato una vera e propria ”armatura d'acciaio”. Per qualche lungo istante, le certezze del maresciallo cominciarono a vacillare: era pressoché impossibile agli umani resistere alla miscela torrefatta al Vomero e forse Luciano era davvero innocente e andava rilasciato!

Vincenzo aveva quasi deciso di liberare il giovanotto per mancanza di prove quando capì che doveva fare un ultimo disperato tentativo: con calma solenne, il maresciallo si alzò, aprì l'armadio di metallo del suo ufficio e ne trasse una custodia di velluto ormai consumato. Estrasse uno dei mandolini che suo padre, con gesti misurati, aveva depositato nel furgone che già conteneva i generi di prima necessità per affrontare il viaggio di ritorno verso la pianura padana. Si trattava di uno strumento musicale appartenuto alla buonanima di suo nonno, un vero e proprio pezzo d'antiquariato intarsiato in madreperla. L’appuntato Capurso intuì immediatamente la strategia del suo superiore, spense il condizionatore nonostante l’insopportabile calura di metà agosto e abbassò le tapparelle per creare l'acustica perfetta.

Esposito accordò la prima corda con un colpo di plettro secco, guardò Luciano dritto negli occhi e nell'anima e attaccò le prime, inconfondibili, strazianti note di «'O sole mio».

Il tipico tremolo del mandolino risuonò nella stanza arroventata e al primo accordo del ritornello («Che bella cosa è na jurnata 'e sole...») la scorza da duro del ragazzo iniziò a incrinarsi e, al secondo verso, la forza melodica partenopea travolse ormai definitivamente le residue difese emiliane di Luciano.

Il ragazzo sgranò gli occhi, si portò le mani alle orecchie, poi alla testa, e infine esplose in un pianto dirotto, cominciando letteralmente a cantare la sua confessione a ritmo di musica!

«’Na notte 'e sole... no, non ce la facevo chiù!» sbraitò Luciano intonando a squarciagola tra i singhiozzi. «Otto metri di sfoglia a ottocento euro al mese, Marescià! Miller mi aveva promesso che mi nominava direttore del fast food, con l’auto aziendale dotata di aria condizionata, altro che quel furgone scassato della ditta! Ma lo zio non mollava quel maledetto locale!»

Esposito accelerò il tempo del plettro, incalzandolo. «E come l'hai fatto, Luciano? Canta!»

«Al discount sotto casa mia ho comprato una passata in brik da sessanta centesimi!»  Luciano emise un acuto, toccando una nota siderale di disperazione. «Ho comprato pure una bottiglia da due litri di olio di semi di soia scaduto! Ho versato tutto sui tortellini bolliti nell'acqua del rubinetto! Non ci ho aggiunto neanche il Parmigiano! Ho costretto lo zio a mandare giù tutto, fino all’ultima cucchiaiata ed è stramazzato a terra! Sono io il colpevole: sono un mostro!»

Capurso era rimasto seduto alla sua postazione e stava verbalizzando tutta la deposizione del giovanotto, asciugandosi una lacrima di commozione per l’orrenda morte dell’oste ma anche per la genialità del suo superiore.

Il giovanotto e il genio della finanza criminale finirono dritti in cella, con l'imputazione di omicidio volontario aggravato dai futili motivi e grave profanazione del patrimonio immateriale gastronomico.

La mattina seguente, nell'ufficio del maresciallo, c'era un'aria di stanca vittoria. Sul tavolo giacevano le sfogliatelle e lo gnocco fritto del giorno prima: ormai freddi, gommosi e dimenticati, in una parola immangiabili, come testimoni muti di una tragedia.

Capurso sorseggiava un cappuccino tiepido e commentava: «Marescià, ieri sera in TV non si parlava d'altro! Ho seguito un talk show che ha ricostruito tutta la vicenda: pensate che è finito all’una di notte e il conduttore ha persino fatto portare in studio un plastico in scala 1:50 della trattoria con i tortellini di polistirolo!»

Esposito scosse la testa, guardando il fascicolo del caso «Ah, la televisione... Comunque Capurso, ho parlato poco fa con il medico legale, mi ha detto che se quei tortellini fossero stati conditi con panna e piselli, con una lavanda gastrica l'oste forse si salvava e invece così il Pubblico Ministero con ogni probabilità riuscirà a dimostrare la premeditazione! Ti rendi conto? C’era la passata in brik da sessanta centesimi comprata al discount e l'olio di semi di soia scaduto! Al riguardo la giurisprudenza modenese è granitica, per i due imputati non c'è scampo: ergastolo immediato.»

Esposito contemplò lo gnocco fritto, ormai freddo e secco, poi guardò Capurso con un sorriso amaro e concluse: «Certo che questo Paese è proprio strano, Capurso... A Napoli se spari a qualcuno perché ha messo il pecorino sulle cozze rischi al massimo quattordici anni di reclusione mentre a Modena se sporchi il tortellino col pomodoro del discount, non ti salva nemmeno la grazia del Presidente della Repubblica!»

 

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