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Home Arte cultura e tempo libero Pubblicata “La Stagione del Dada” di Alberto Alfieri Bordi, “un nuovo significato delle cose”

Pubblicata “La Stagione del Dada” di Alberto Alfieri Bordi, “un nuovo significato delle cose”

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Si tratta della 46ma opera dell’autore. A differenza delle precedenti, di impronta letteraria, questa raccoglie un centinaio di opere in scultura ed arte varia realizzate perlopiù in tempi recenti

 

 

In quale direzione va il Dada di Alberto Alfieri Bordi? Ovviamente ovunque, dal cofano di una automobile ad una bottiglia di vino, però, se si prova ad individuare un ambito più ricorrente per le sue creazioni diremmo che il mondo delle maschere (siglato sempre con MK) appare molto presente come pure prolifico è quello delle lampade, sia da terra che da tavolo. Anche i giochi, inclusi quelli enigmistici offrono, per il suo laboratorio creativo, sempre spunti intriganti, mentre il mondo dei giocattoli, degli scacchi e dei soldatini si presta ad essere una fonte continua di stimoli. Nella  scultura di Carvesio (uno dei suoi pseudonimi; un altro spesso utilizzato è EcceBo) sono importanti le parti del corpo (visi, mani, braccia, anche sederi, per lo più realizzati in cemento) mentre un settore a parte è quello della moltitudini (di piccoli animali, di carte, di monete, di conchiglie, di orologi, di biglie, di medagliette e di altro ancora, debitamente rivisitate. Un altro ambito senza confine è quello degli specchi che ha dato sempre tanta soddisfazione all’artista, in particolare con i cubo-mirror, davvero deliziosi. Peculiare la dedizione all’arte limonaria, una species realizzata  con figure su prati e giardini, ottenute  grazie a centinaia di agrumi appena colti dall’ albero Generosus. Questo dadaismo fino ad oggi ha trovato applicazione soddisfacente anche con gli alberi di natale,  con le biciclette, con  le piante (in vari materiali), con le sfere metalliche, i legni di ogni tipo e le meridiane. Emerge, a ben vedere, un concept artistico che non incontra confini e si sposa spesso al collezionismo, attraverso la creazione di cornici, teche e contenitori di vario genere. Ad esempio per la  raccolta di tazzine da caffè di bar, provenienti da tutta Italia, sono state create  due bacheche ad hoc in legno.

Si tratta di una vena creativa con marcata predisposizione  ad utilizzare per fini artistici ogni oggetto che graviti intorno all’artista,  collocando lo stesso nel filone dadaista del “ready made”, termine che indica opere realizzate con oggetti reali, non prodotti con finalità estetiche e presentati come opere d'arte. Tale tecnica ci conduce  inevitabilmente a Marcel Duchamp, il quale inventa, con spirito dissacrante, l’opera d’arte legata ad una  ruota di bicicletta e quindi lontana da qualsiasi peculiare attività manuale. L’artista del dada non è più colui che sa (solo) fare cose con le proprie mani, ma colui che sa proporre nuovi significati alle cose, anche per quelle già esistenti. 

INTRODUZIONE DELL’OPERA

I materiali che uso sono i più svariati, legno, metallo, gesso, cemento, plastica, carta e cartone, vetro ed altro ancora, ma le elencazioni sono mere esposizioni di massima perché il vero mondo del Dada è quello del non ancora realizzato, quello dettato dall’incontro fortuito con un oggetto, uno strumento abbandonato o una cosa accantonata, la cui lavorazione potrà verosimilmente legarsi ai profili della fotografia, della pittura,di ogni forma d’arte, nel segno dell’assenza di regole precise e di confini limitativi.  In questo libro riporto alcune delle mie opere, volutamente non più di cento, che sono il risultato della  mia stagione del Dada, vissuta e coltivata da me praticamente per lo più negli anni più recenti della mia vita, anche se i segnali della “fantasia applicata” erano rintracciabili anche in velleitari passatempi giovanili. Resta l’amletico interrogativo se il massimo piacere si ha di fronte all’opera conclusa o durante la sua lavorazione, quando l’artista diventa l’artefice unico del passaggio dal non essere all’essere…quasi una riedizione della contemplazione del mondo delle idee di platonica memoria.

Dove  e quando nasce l’opera d’arte?

L’estro, l’idea, l’intuizione, talvolta una vera e propria folgorazione per l’’artista, può nascere in qualunque luogo ed in qualunque momento, anche i più impensabili, mentre la progettazione e soprattutto la realizzazione dell’opera necessita di spazi idonei, preferibilmente dotati di acqua ed energia elettrica. Per tantissimi anni ho avuto la fortuna di disporre del famoso “ufficietto”  romano di circonvallazione Clodia 21, sotto la mia casa natìa, dotato di entrata indipendente anche se sotto il livello stradale.

Si trattava di un locale, utilizzato come rifugio in tempo di guerra, dove ha vissuto per anni una famiglia di tre persone (il capo famiglia era un omone che faceva il carbonaio) e poi preso in affitto da mio padre per le lezioni serali di teoria a quanti dovevano prendere la patente ma avevano difficoltà a frequentare in orario diurno la nostra autoscuola in via degli Scipioni 123. Io ho utilizzato questo miniappartamento per serate e cene con amici ed amiche, per le prove del nostro complessino musicale (Lord Stone e i Cavernicoli), come alcova occasionale, per pokerini notturni, per studiare insieme a compagni di scuola ed anche come laboratorio artistico, frequentato anche dall’amico talentuoso Fred Bardanzellu per i nostri quadri  surreali, fin dai tempi del liceo Mamiani.

In questo famoso (per chi lo ha frequentato) “uffici etto”, dove sono passate anche persone del mondo dello spettacolo, come Maria Rosaria Omaggio e Gloria Piedimonte (la Guapa di Discoring), peraltro articolato in una stanza da letto, un soggiorno, un lungo corridoio che conduceva alla cucina ed al bagno (in fondo), io e mio padre abbiamo costruito acquari, realizzato cornici di quadri, sistemato biciclette, riparato di tutto e fatto tantissimi altri lavoretti di ingegno vario. Finita quell’era meravigliosa, ho utilizzato come laboratori artistici estemporanei all’aperto gli spazi esterni della mia casa di campagna in Magliano Sabina e del giardino della mia villetta a Lavinio. In realtà il più grande problema della mia vita da dadaista si è posto in città, a Roma, ed allora, dopo una impegnativa bonifica a tutto campo, ho adattato, in parte, a laboratorio artistico il lavatoio condominiale dell’edificio in cui vivo, che ha sempre conservato, comunque, perfino migliorata, la sua funzione di lavatoio ad uso della collettività ivi residente. Qui, con il sole o con la pioggia, di giorno e di sera, sono venuti alla luce alcune delle mie creature in marmo, legno, cemento, gesso ed altro ancora, ognuna delle quali, indipendentemente dal gradimento di altri, mi ha dato soddisfazione e momenti di grande piacere. Più di una volta, ho pensato, con una certa malinconia, che questa mia passione artistica, soprattutto dopo l’età lavorativa primaria, ha rappresentato il trionfo delle cose sulle persone, cui ho dedicato la mia prioritaria attenzione per tutta la vita. Per l’appunto, questo tratto della mia esistenza ha avuto il connotato della  stagione del Dada, titolo della pubblicazione, con affiancato un “only 100” che precisa il limite di opere che ho voluto riportare nelle 100 pagine che lo compongono, perché la gamma delle stesse è davvero imponente e continua e quindi difficile da annoverare con metodo puntuale ed esaustivo.  Alberto Alfieri Bordi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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