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Pagina 30 - Rubrica a cura di Eva Bellacicco. Roddy Doyle. “Paddy Clarke ah ah ah!”

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“Martin fumava e avrebbe lasciato la scuola dopo l’esame. Una volta bevve la Coca-Cola con dentro delle aspirine e vomitò. Bigiava sempre, stava tutto il tempo giù al lungomare, persino d’inverno”

 

 

C’è un bambino nei sobborghi di Barrytown, quartiere di periferia di Dublino ( a dire il vero ce ne sono molti) che di nome fa  Paddy Clark e ha 10 anni nel 1968. Paddy alla sua età si comporta proprio come quelli della sua età: dice bugie, procura danni, ama e odia i parenti , ha i suoi segreti e fa gli scherzi. Un frammento della sua vita si trova immortalato in quel  benefico miscuglio di malinconia salutare, allegria contagiosa e amarezza inevitabile che poi è libro del cinquantacinquenne scrittore e sceneggiatore irlandese Roddy Doyle, dal titolo “Paddy Clarke ah ah ah!” pubblicato nel 1993:

Tutto farebbe pensare che in quella creatura ci sia molto dell’autore, perché il succedersi dei fatti che la riguardano e l’intima verità dei pensieri che si muovono attraversando in profondità ma fugacemente  il suo pensiero, sembrano essere più che familiari a chi li racconta. Tanto familiari  da far rinunciare ad una dimensione narrativa ordinata  e cronologica che favorisce una maggiore spontaneità e immediatezza del racconto. Il romanzo infatti più che sulle avventure dei ragazzi ancora da farsi del sobborgo irlandese, è sulla loro caduca capacità di accogliere, registrare, rielaborare gli avvenimenti esterni sempre avvolti in una sorta di strana rete di coincidenze  e di concomitanze sconosciute all’adulto. La lettura del libro, “delittuosamente leggero”, apre la strada al lettore su quella parte della nuova letteratura irlandese che sta delineando pian piano la propria personalità; una personalità basata su una forma ironica e accondiscendente e che mostra una incondizionata accettazione della vita, e di ciò che riserva, con un’attenzione particolare per quella parte della società dagli atteggiamenti rudi e maleducati a mascherare qualcosa di più autenticamente umano.

“ …  Martin fumava e avrebbe lasciato la scuola dopo l’esame. Una volta bevve la Coca-Cola con dentro delle aspirine e vomitò. Bigiava sempre, stava tutto il tempo giù al lungomare, persino d’inverno. Faceva il chierichetto. Ma lo buttarono fuori perché si dipinse delle strisce bianche sulle scarpe da ginnastica nere. Presero Sinbad – lui, Terence Long e Alan Baxter – e gli dipinsero di nero anche l’altra lente degli occhiali. Poi lo costrinsero a tornare a casa con gli occhiali neri e con un bastone che loro avevano dipinto di bianco. Mamma fece finta di nulla; Sinbad piangeva e lei si mise a cantargli:

“UN GIORNO DISSI A SEAMUS, CHE SAREBBE MIO FRATELLO,

IN MEN CHE NON SI DICA SARÒ GRANDE FAMOSO E BELLO”

E appena lui  smise di piangere, lei andò in garage a prendere la boccetta dell’alcool e cominciò a pulirgli le lenti e gli mostrò come doveva fare .Disse che l’aiutavo io, ma Sinbad non volle. Papà rise; arrivò a casa tardi e Sinbad era già a  letto.

Martin d’estate portava i pantaloni lunghi. Stava sempre con le mani n tasca. Si portava dietro un pettine. Io pensavo che Martin era un tipo davvero forte. Lo pensava anche Kevin, ma lo odiava, anche.

Martin si vendicò della signora Kilmartin tirando una scatola in faccia a Eric Kilmartin e Eric non poté  dire chi era stato perché non sapeva parlare come si deve; faceva solo dei versi.

Martin e gli altri costruivano delle capanne. Anche noi ne costruimmo, con la roba che prendevamo dai cantieri – fu una delle prime cose che facemmo quando arrivò l’estate – ma le loro erano meglio , mille volte meglio delle nostre. C’era un prato dietro le case più nuove di Barrytown – non dietro i negozi – là costruivano la maggior parte delle capanne. Era pieno di collinette che sembrano dune, solo che erano di fango , non di sabbia.  Una volta quello era il campo di una fattoria, ma anni e anni prima. Adesso la fattoria era in rovina ai margini del campo. I muri non erano di mattoni; erano fatti di un fango marroncino pieno di ghiaia e pietre più grosse. Roba facilissima da buttare giù. Fra le ortiche, vicino al muro, trovai un pezzetto di una tazza di tè.. Lo portai a casa e lo lavai. Lo feci vedere a papà. Disse che probabilmente valeva una fortuna , ma lui non poteva comprarmelo. Mi disse di metterlo al sicuro. Sopra c’erano dei fiori, due interi e uno  a metà. Lo persi.”…

LA RUBRICA  PAGINA 30

 

 

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