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La memoria perduta sui banchi di scuola: nessuno ricorda più le opere dei grandi poeti italiani PDF Stampa E-mail
Sabato 09 Novembre 2019 12:03

 

Solo alcuni, tra i nati negli anni '50 e '60 e forse '70, hanno ancora memoria delle poesie di Pascoli, Leopardi, Carducci e Foscolo, anche se spesso si confondono nella corretta attribuzione della paternità dei loro versi

 

 

 

 

 

Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912) è considerato uno dei più importanti poeti italiani. Sua la teoria del "fanciullino", una presenza emotiva che esiste sempre in ogni uomo, anche nell'età più adulta. Sono molte le sue poesie imparate a memoria fin dalle scuole elementari come La cavalla storna, X agosto, Mare, Novembre, Il gelsomino notturno, L'ora di Barga, Temporale, Sera d'ottobre, L'aquilone.

 

San Lorenzo, io lo so perchè tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perchè sì gran pianto

nel concavo cielo sfavilla. (Da X Agosto)

 

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico: io vivo altrove, e sento

che sono intorno nate le viole. (L’aquilone, dalla raccolta di poesie Primi poemetti)

 

Nella Torre il silenzio era già alto. Sussurravano i pioppi del Rio Salto. ........«O cavallina, cavallina storna,

che portavi colui che non ritorna; (La cavalla storna, da I canti di Castelvecchio)

 

La donzelletta vien dalla campagna, In sul calar del sole, Col suo fascio dell'erba; e reca in mano un mazzolin di rose e di viole,

Onde, siccome suole, ornare ella si appresta dimani, al dì di festa, il petto e il crine. (Il sabato del villaggio)

 

Giacomo Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837) è ritenuto il maggior poeta italiano dell’Ottocento italiano e una delle più importanti figure nel panorama letterario e culturale europeo. La profondità della sua riflessione sull’esistenza e sulla condizione umana ne fa anche un filosofo di notevole spessore. Tra le sue memorabili poesie: L'infinito, A Silvia, Il passero solitario, Il sabato del villaggio, La quiete dopo la tempesta, La sera del dì di festa,  A se stesso, Alla luna, Cantico notturno di un pastore errante dell'Asia.

Questi alcuni incipit memorabili del poeta di Recanati:

L'infinito: Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.. ...

Il Passero Solitario: D'in su la vetta della torre antica, passero solitario, alla campagna cantando vai finchè non more il giorno; ed erra l’armonia per questa valle.

La quiete dopo la tempesta: Passata è la tempesta, odo augelli far festa, e la gallina, tornata in su la via, che ripete il suo verso. Ecco il sereno rompe là da ponente, alla montagna;

La sera del dì di festa: Dolce e chiara è la notte e senza vento, ...

 

Giosuè Carducci (Valdicastello di Pietrasanta, 27 luglio 1835 – Bologna, 16 febbraio 1907) è stato il primo italiano a vincere il Premio Nobel per la letteratura nel 1906. Tra le sue poesie San Martino, Davanti a San Guido, Alle fonti del Clitumno,  Pianto antico, Il bove, Dinanzi alle terme di Caracalla, Sul monte Mario, Miramar.

San Martino: La nebbia agli irti colli piovigginando sale e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar;

Davanti a San guido: I cipressi che a Bólgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar, quasi in corsa giganti giovinetti mi balzarono incontro e mi guardâr.

Il bove: T’amo, o pio bove; e mite un sentimento di vigore e di pace al cor m’infondi, o che solenne come un monumento tu guardi i campi liberi e fecondi,

 

Ugo Foscolo (Zante, 6 febbraio 1778 – Londra, 10 settembre 1827), tra i massimi esponenti della letteratura italiana del neoclassicismo e del primo romanticismo. Tra i temi più cari al poeta vi sono l’amore per la patria, l’amore, la bellezza, la riflessione sulla morte, la poesia. Ricordiamo: All'amica risanata,  A Zacinto,  Alla sera, Dei sepolcri, in morte del fratello Giovanni.

Alla sera: Forse perché della fatal quiete tu sei l’immago, a me si cara vieni, o Sera! E quando ti corteggian liete le nubi estive e i zeffiri sereni,

A Zacinto: Né più mai toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque, Zacinto mia, che te specchi nell’onde del greco mar da cui vergine nacque

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SU MONTE MARIO di Giusuè Carducci

Solenni in vetta a Monte Mario stanno

nel luminoso cheto aere i cipressi,

e scorrer muto per i grigi campi

mirano il Tebro,

mirano al basso nel silenzio Roma

stendersi, e, in atto di pastor gigante

su grande armento vigile, davanti

sorger San Pietro.

Mescete in vetta al luminoso colle,

mescete, amici, il biondo vino, e il sole

vi si rifranga: sorridete, o belle:

diman morremo.

Lalage, intatto a l'odorato bosco

lascia l'alloro che si gloria eterno,

0 a te passando per la bruna chioma

splenda minore.

A me tra 'l verso che pensoso vola

venga l'allegra coppa ed il soave

fior de la rosa che fugace il verno

consola e muore.

Diman morremo, come ier moriro

quelli che amammo: via da le memorie,

via da gli affetti, tenui ombre lievi

dilegueremo.

Morremo; e sempre faticosa intorno

de l'almo sole volgerà la terra,

mille sprizzando ad ogni istante vite

come scintille;

vite in cui nuovi fremeranno amori,

vite che a pugne nuove fremeranno,

e a nuovi numi canteranno gl'inni

de l'avvenire.

E voi non nati, a le cui man' la face

verrà che scorse da le nostre, e voi

disparirete, radiose schiere,

ne l'infinito.

Addio, tu madre del pensier mio breve,

terra, e de l'alma fuggitiva! quanta

d'intorno al sole aggirerai perenne

gloria e dolore!

fin che ristretta sotto l'equatore

dietro i richiami del calor fuggente

l'estenuata prole abbia una sola

femina, un uomo,

che ritti in mezzo a' ruderi de' monti,

tra i morti boschi, lividi, con gli occhi

vitrei te veggan su l'immane ghiaccia,

sole, calare.

 

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