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Un caso di illegittimità costituzionale non più sopportabile: il differimento delle liquidazioni pensionistiche dei dipendenti pubblici. Di Alberto Bordi PDF Stampa E-mail
Martedì 27 Novembre 2018 09:11

 

 

Prima della pronuncia del giudice costituzionale, investito della questione da un tribunale di Roma, si auspica una solerte soluzione da parte del governo mediante intervento nella manovra economica oppure con attraverso l'emanazione di un decreto-legge mirato.

 

 

L'attuale quadro che disciplina la materia penalizza ingiustamente l' intera categoria dei dipendenti dello Stato e degli enti pubblici, mentre i colleghi del comparto privato possono contare sulla tempestiva erogazione del trattamento di fine rapporto. Calpestata quindi in maniera netta la parità di condizioni dei cittadini di fronte alla legge e con essa la valenza di un principio cardine come quello contenuto nell'articolo 3 della nostra Costituzione, con effetti particolarmente gravosi sullo stile di vita che il personale pubblico collocato in quiescenza ha subito, subisce e subirà  grazie alla vigenza di disposizioni così inique.

Il tema non è di poco conto, nè sotto il  profilo giuridico nè sotto il profilo economico, per i destinatari della norma, costituendo un problema anche in termini finanziari nel caso si volesse eliminare tale obbrobrio normativo, ma è certo che le ragioni di diritto non possono cedere il passo alle ragioni di bilancio perchè questo anticiperebbe una conseguenza ancor più grave, anzi devastante, come la fine della tenuta di un ordinamento che si fonda sul diritto e su una eccellente quadro costituzionale come quello italiano.

L'INPS fino ad oggi ha applicato la normativa alla lettera e lo stesso hanno fatto i giudici di merito investiti rispettivamente dalle doglianze e dalle impugnative dei lavoratori discriminati e penalizzati, ma qualcosa si è mosso perchè finalmente un giudice ha sollevato la questione della illegittimità costituzionale della norma di riferimento, erogata in tempi di crisi in cui a pagare dazio, come altre volte, sono stati i dipendenti pubblici.

Quindi siamo tutti in attesa della pronuncia della Corte Costituzionale in merito ad un ricorso presentato dalla Unsa-Confsal, uno dei pochi sindacati ad essersi attivati su un fronte che riveste massima importanza, per la illegalità palesemente venutasi a creare, anche perchè, non va dimenticato, si tratta di soldi dei lavoratori, trattenuti ed accantonati nel corso di lunghe vite lavorative.

A proposito del fattore temporale non può non sottolinearsi come l'attuale assetto, verrebbe da dire "dispetto" normativo, che prevede la corresponsione della prima rata di liquidazione almeno dopo due anni e novanta giorni dal giorno del pensionamento, si applichi a dipendenti che chiudono la loro stagione lavorativa ad oltre 65 anni di età! Significa, a conti fatti, corrispondere il primo rateo di liquidazione poco prima dei 70 anni !!

Si ricorda inoltre che dal 1° gennaio 2019 l'età pensionistica passa dagli attuali 66 anni e 7 mesi ai 67 anni!! C'è il rischio che le liquidazioni finiscano in toto nelle mani delle badanti ! E' di assoluto rilievo che tali misure dilatorie della liquidazione furono introdotte per far fronte alla crisi economica del Paese del 2014 e non possono essere “permanenti e definitive”, ma devono essere abrogate una volta passato il periodo critico.

Insomma a salvare le casse dello Stato, dell'INPS, devono provvedere i settantenni del comparto pubblico? E' indecoroso, vergognoso, per le tante persone che con professionalità ed abnegazione hanno mandato avanti i cosiddetti baracconi del settore pubblico, prevedere una penalizzazione  così marcata,  in funzione della utilità per l'intero Paese.

E poi dobbiamo occuparci del quantum delle liquidazioni di cui stiamo trattando, che va necessariamente correlato al quantum della pensione percepita mensilmente. Stiamo parlando di pensioni d'oro, di liquidazioni a tanti zeri? Niente di tutto questo, e tale aspetto fa ancora più rabbia,  perchè parliamo di liquidazioni modeste che fanno il paio con trattamenti pensionistici altrettanto modesti, che nella migliore delle ipotesi, si aggirano sui 1500 euro mensili!

Ecco chi sono i sacrificati per il bene dello Stato, ecco i martiri individuati ope legis per la quadratura dei conti dell'INPS, o meglio dell' ex INPDAP.

 

Come si risolve allora una questione così spinosa e delicata? Una via di uscita deve pur esserci visto che al governo c'è una compagine giusta, votata perchè vocata ad una mission antiprivilegio ed anti ingiustizia,  perchè al vertice del ministero del Lavoro c'è un cinque stelle doc, come Di Maio, che si è sempre mosso per il ripristino della legalità e della legittimità ed anche in questo angolo di ingiustizia sociale c'è bisogno, oltremodo urgente, del bisturi del politico in veste di legislatore, perchè c'è il rischio che nel macrocosmo dell'indigenza ci finiscaano pure i pensionati pubblici con mille euro al mese, privati a monte della "loro" liquidazione. O dobbiamo aspettare un reddito di "pensionanza" mirato per questa categoria???

L'intenzione del governo, a quanto pare, sarebbe quella di favorire l'anticipo del TFS degli statali attraverso un prestito bancario i cui interessi graverebbero sullo Stato. Il passo più veloce per raggiungere questo obiettivo equo ed indifferibile sarebbe un emendamento ad hoc nella manovra finanziaria oppure un decreto-legge di pari contenuto.

Per finanziare  tutti gli interventi in campo pensionistico il governo avrebbe stanziato  circa 7 miliardi di euro l'anno, che in realtà dovrebbero essere molti meno in quanto il meccanismo delle finestre ed il divieto di cumulo farebbero scendere il costo della riforma di oltre un miliardo e mezzo di euro, tanto più che non è pensabile che tutti e 350.000 di lavoratori interessati optino effettivamente per il pensionamento anticipato, anche perchè il prepensionamento comporta dei costi a carico del beneficiario, il quale, ad esempio,  non godrà dei contributi (non versati) nel periodo di anticipo. In questo contesto di stanziamento si potrebbero inserire i costi degli interessi che lo Stato pagherebbe per permettere la liquidazione tempestiva anche ai dipendenti pubblici, uniformandoli, finalmente, a quelli privati.

Allora signori governanti, diamoci da fare e ricordiamoci che in Italia i dipendenti pubblici sono gli unici che hanno avuto accesso al lavoro attraverso un concorso pubblico (in base agli articoli 51 e 97 della Costituzione), ossia  dopo una selezione impegnativa che ha individuato i più capaci, i più titolati, i più affidabili, per metterli al servizio dello Stato e delle altre strutture pubbliche, che costituiscono gli ingranaggi indispensabili al buon andamento dell'azione amministrativa che riguarda l'intera collettività.

(Alberto Bordi viceprefetto a.r. - giurista e giornalista)

 

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