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Passeggiate romane:"una strada, una casa, una scritta latina". Di Alberto Alfieri Bordi. Itinerario 3 : Parlano le Istituzioni PDF Stampa E-mail
Giovedì 24 Settembre 2020 12:16

 

 

Le prestigiose sedi del Ministero dell'Interno, dell'Ufficio Centrale di Statistica, del Ministero dell'Agricoltura. Il fascino del rione Monti.

 

 

In piazza del Viminale, quella che abbraccia il palazzo del Ministero dell’Interno come il “granchio” fa con le sue chele, sotto le coppie di aquile imperiali poste sopra alle quattro colonne, due per lato, che decorano l’inizio delle rampe, sono ancora leggibili alcune parole che, raccordate, formano una unica epigrafe rappresentativa del progetto espansionistico dell’era fascista: ITALIAE (DUCIS) AUSPICIO/ NOSTROS PER FINES PERGE/ VICTRIX HINC PROCUL EVOLA/ AUDAX PER ORBEM CLAMITANS. “Sotto l’auspicio (del duce) d’Italia dirigiti verso i nostri confini, da qui vincitrice vola lontano gridando audace per il mondo”.

L’iscrizione risale alla sistemazione della piazza, inaugurata il 5 maggio 1931 da Mussolini su progetto di Manfredo Manfredi, architetto del monumentale palazzo che è stato anche sede del governo italiano. La decorazione scultorea  è opera di Publio Morbiducci artefice anche della fontana centrale. Sono presenti i simboli della romanità imperiale, la lupa (nella fontana) e le aquile (sulle colonne). Il testo è rivolto proprio all’aquila (l'animale sacro per la gens romana), esortata a varcare i confini dell’Italia per raggiungere e conquistare nuovi territori. Rasata, anche se male, in ossequio alla damnatio memoriae, la parola DUCIS, ancora leggibile, nella colonna sul lato della piazza, versante della nota pizzeria Strega.

Sul palazzo di via Cesare Balbo, che costituisce la sede dell'ISTAT, l'Istituto di Statistica italiano, campeggia, sul lato dell'adiacente comprensorio del Viminale, la scritta NUMEROS OBSERVA (“considera i numeri”), ad enfatizzare il valore e la imprescindibilità dei numeri nella gestione della res publica. In realtà tutte le iscrizioni che circondano la palazzina, riconducibili a Tacito ed a Tito Livio, sono un'esaltazione dei numeri, ai quali occorre porre la massima attenzione, dato che “in natura nulla è fortuito” IN RERUM NATURA NIHIL FORTUITUM e “nella cosa pubblica nulla si improvvisa”, come  riportato nella facciata che guarda via Depretis, ove si legge NUMERUS REI PUBLICAE FUNDAMENTUM, ossia i numeri sono il fondamento dello Stato.

Si tratta di iscrizioni volute da Mussolini per la inaugurazione del 1931 e stilate da Vincenzo Ussani, docente di letteratura  latina alla Sapienza, che curò anche le iscrizioni nella città universitaria. La scritta di Tacito affianca l’immagine della dea egiziana dei calcoli mentre quella di Tito Livio è posta ai lati di una figura di censore romano. Entrambe le epigrafi originali hanno subito delle modifiche dopo il  necessario rifacimento della facciata, che hanno reso il testo non proprio ortodosso, come notato da due quotidiani. Oggi si legge ETO. HUNC anziché ET HUNC, presente nel testo di Livio, oltre all’inspiegabile ISTIT.UTEM al posto di INSTITUIT, “costituì”. Neanche Tacito è sfuggito allo stravolgimento da restauro visto che un incomprensibile "TEMP ISEBUR" ha preso il posto del sensato TEMPLIS EBUR, “avorio per i templi”. Qualcuno ha affermato che nel caso di specie si è salvata la facciata ma  non la faccia.

In via Cavour 96 c’è un singolare edificio neoclassico opera dell’architetto Carlo Maria Busiri Vinci (1856–1925), effigiato da una frase di Vitruvio: “DIVINA MENS CIVITATEM POPULI ROMANI EGREGIA TEMPERATAQUE REGIONE COLLOCAVIT, UT ORBIS TERRARUM IMPERO POTIRETUR, che, tradotta, vuol dire “la mente divina collocò la vita del popolo romano in una regione eccellente e temperata, affinchè ottenesse il dominio di tutto il mondo”. Colpisce l’enfasi con cui si sottolinea l’origine divina della città di Roma, per la quale fu individuato un territorio ottimale. Il testo appare un ossequio mirato al determinismo climatico, concezione in base alla quale i popoli si caratterizzano e si comportano in conseguenza dei luoghi e dei climi in cui vivono.

In via Cavour 246 sei parole sono inscritte in specchi epigrafici facenti parte del fregio che corre lungo il secondo piano: IUS - LEX - NUMNUS - LABOR - ARS - LUX....diritto - legge - denaro - lavoro - arte - luce, in pratica le colonne portanti della filosofia epigrafica della Roma degli anni venti e trenta.

Via Cavour 256 HEIC UBI ROMANAE FORTUNA  PROPE DELETA MAROTIA DEIN SAEVIERE BORGIANI TUENDIS PER GENTES FIDEI PRAECONIBUS ITALICIS  RURSUS XTI AUSPICIA IUGUNTUR AC PATRIAE. "Qui dove la sorte di Roma era quasi stata distrutta, Marozia e poi i Borgia incrudelirono, per proteggere gli italici che tra le genti predicano la fede si congiungono di nuovo gli auspici di Cristo (XTI) e della Patria". Ecco la storia diacronica del luogo e di questo edificio datato 1925.

Via dei Serpenti 88. Si legge RESTITUITA AMPLIATA ANNO DOMINI MDCCCLXXXIII. “Resa più ampia nell’anno 1883”. Qualcuno ci ha messo mano, nel 1883, rendendola più accogliente. Meglio ricordarlo a tutti !!!

In via Panisperna, la strada del “pane e prosciutto”, in latino panis et perna, che le suore usavano dare ai poveri nella giornata del dieci agosto dedicata a San Lorenzo (la chiesa è sulla stessa via, attigua al comprensorio del palazzo Viminale) il civico 56 ci segnala, con lessico prettamente giuridico, che quella casa OMNI AB ONERE INDICATA, ossia “liberata da oneri e vincoli”, come usavano scrivere i notai in presenza di un atto di compravendita.

In via Panisperna 211 è scritto  invece SATIS BEATUS UNICIS SABINIS, “beato a sufficienza con le sole cose che trova in Sabina”. Il richiamo testuale è alle parole di Orazio Flacco che in un suo componimento esterna pubblicamente il suo piacere di godere della sua unica villa in Sabina, donatagli da Mecenate, in località Licenza, più grande di quella che aveva sempre desiderato.

Via Panisperna n.51, a mezza altezza tra due finestre, una pillola di saggezza eterna: FAC DUM TEMPUS OPUS, come a dire “del diman non c’è certezza” (Lorenzo De' Medici - trionfo di Bacco ed Arianna) per cui “realizza l’opera finchè ne hai tempo”, un imperativo categorico da non sottovalutare.

In via Baccina 4, casa della Gispoteca (esposizione di gessi e calchi), al rione Monti, possiamo leggere una scritta recente, anno 2008, che nulla ha a che vedere con l'epigrafia residenziale del primo novecento romano, ma che intende far sapere alla collettività di zona che RECTE AC TENACITER RESTITUTA ANNO MMVIII, ossia che la casa è stata correttamente e saldamente restaurata nell'anno citato. Il committente, A. Mercuri (le iniziali compaiono nella grata metallica sottostante l'architrave), probabilmente ha voluto sottolineare che i lavori sono stati realizzati a regola d'arte e garantiscono la robustezza indicata da Vitruvio come canone indefettibile negli edifici.

In via Nazionale 200, sopra l’ingresso ad arco di un edificio signorile (palazzo Carlo Voghera realizzato da Gaetano Kokh, autore, tra gli altri, del palazzo della Banca d'Italia e dei palazzi di piazza Esedra), proprio al di sotto di un balcone, è scritto IN LABORE ET VIRTUTE OMNIS SPES, un brocardo che dà forza al concetto che “ogni speranza si fonda sull’impegno (lavoro) e sulle capacità (valore)”.

Nell’incrocio tra via del Quirinale e via Quattro Fontane, al civico 1 di quest’ultima, c’è un palazzo del ventennio che riporta la scritta NOVA ERIGERE VETERA SERVARE UTRISQUE INTER SE CONVENIENTIBUS, per molti riconducibile a S. Anselmo, ripresa da Vittorio Ballio Morpurgo, architetto allineato sulle posizioni piacentiniane di disadorna e moderna monumentalità. La frase esalta il connubio tra il vecchio ed il nuovo, tra il passato ed il futuro, sintetizzato nell’ "erigere nuove costruzioni, conservare le vecchie, essendo entrambe le cose coniugabili tra di loro".

In via Quattro Novembre, in fondo a via Nazionale, a pochi passi dall'isola verde di  Largo Magnanapoli  che custodisce i resti di un tratto delle mura Serviane, non lontani dai giardini pensili di villa Aldobrandini, al secondo piano del civico 154, la facciata presenta due interessanti statue, incassate in altrettante nicchie. Sotto quella di Esculapio, dio greco della medicina, si legge EX ME ORTA SALUS CUSTOS AEDIS ET MONTIS, ossia " la salute nasce da me come custode della casa e del monte", mentre sotto quella di Pandora, la prima donna mortale della mitologia greca, l'epigrafe riporta QUAE VASIS FUDI HINC ABIGIT AER, "quei mali che dal vaso ho fatto uscire, da qui li allontana l’aria salubre". Si allude alle piacevoli brezze del Quirinale, il colle più alto di Roma.

Sul Vittoriano, il monumento nazionale per eccellenza che domina piazza Venezia, i timpani di due templi classici riportano PATRIAE UNITATI l’uno e CIVIUM LIBERTATI l’altro. “Per l’unità della patria e per la libertà dei cittadini”. Il monumento, che i romani da sempre appellano “macchina da scrivere” per la somiglianza con lo strumento dattilografico, oramai in disuso, fu realizzato da Giuseppe Sacconi nel 1911 per i 50 anni di vita dello Stato. In altro punto ET FACERE FORTIA ET PATI FORTIA, “fare grandi cose (comporta) sopportare grandi cose”. Anche questo insegnamento merita di essere acquisito perchè veritiero.

All’ingresso del Comando provinciale dei Vigili del Fuoco di via Genova, traversa di via Nazionale, campeggia la scritta UBI DOLOR IBI VIGILES, ossia “dov’è dolore ci sono i vigili”, un motto ed un concetto che hanno due millenni di storia ma che appare quanto mai valido, come confermato dagli straordinari interventi posti in essere dagli uomini del Corpo nelle zone terremotate, disastrate ed alluvionate delle varie zone d'Italia.

I vigiles come corpo furono istituiti a Roma nel lontano 6 d.C. da Augusto con l’intento di  assicurare la vigilanza notturna delle strade e  per proteggere la città dagli incendi, piuttosto frequenti per la diffusa abitudine di utilizzare il fuoco per riscaldare e per illuminare le case costruite prevalentemente in legno. Al tempo di Settimio Severo i vigili vennero integrati nell'esercito. Pensate che, alla data della fondazione del corpo il numero dei vigiles era di 600, poi fu ampliato fino a 7.000 unità da parte di Augusto. Il loro comandante era il praefectus vigilum, scelto dall'imperatore nell'ordine equestre. Il nome ufficiale del corpo era Militia Vigilum Regime, poi diventato Cohortes Vigilum, ossia milizie con funzione di vigilanza.

In via XX settembre 20 è situato l’ingresso del Ministero delle Politiche agricole (già Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, abrogato con referendum popolare ma sempre lì…), il quale, nella parte più alta delle sue pareti esterne, presenta un lunghissimo cornicione epigrafato che da sinistra verso destra riporta le parole: PER MARE PER TERRAS IT VIS HUMANA PER AETRAM (Per mare, per terra per l’aria va la forza umana). Prosegue poi - in direzione Porta Pia: ARS FELIX VICTORQUE LABOR SIBI VINDICAVIT ORBEM (l’arte prospera ed il lavoro vittorioso rivendicano a sé il mondo). Ancor prima si può leggere DUM SUPERAT GENERI VIRTUS ANTIQUA PARENTUM, AUGEAT ITALIAM DIVINI GLORIA RURIS (mentre rimane nella stirpe la virtù antica dei padri, la gloria della divina campagna accresca l’Italia). Si tratta di un vero componimento in esametri dattilici realizzato nel 1913 dal latinista Giuseppe Albini, con chiaro rimando alle Georgiche virgiliane, finalizzato ad esaltare il valore dell’agricoltura e più in generale del lavoro umano.

 
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