LA STORIA DI POTAMOPOLI, IL PAESE TONDO di Alberto Alfieri Bordi PDF Stampa E-mail
Venerdì 28 Febbraio 2014 08:24

 

 

Una favola dedicata a quella che era l’Europa dei 25  ed alla insostenibile forza delle diversità coese

 

C’era una volta, tanto tempo fa, il paese di  Potamopoli, completamente inserito in un piccolo borgo protetto da alte mura merlate che ne delimitavano i confini. Questo era l’unico paese al mondo perfettamente tondo; visto dall’alto poteva sembrare una ruota di bicicletta oppure un’isola, anche se tutto intorno non c’era il mare ma un’immensa distesa di prato, interrotta solo dalla inconfondibile sagoma a forma di fungo del monte Micos. A dire il vero qualcosa che ricordava il mare in quei luoghi c’era: si trattava del grande fosso che girava intorno alle mura di cinta del borgo, alimentato da un fiume sotterraneo, il Talasso, nel quale scorreva, per chissà quale alchimia naturale, acqua salata.

Gli abitanti di Potamopoli, pur essendo fondamentalmente gente di campagna, proprio per questa particolare presenza, erano anche degli ottimi pescatori, che in quel fosso trovavano non solo ogni sorta di pesci di mare, ma anche polpi, seppie, calamari, granchi e gamberi, perfino cavallucci marini, mentre le sponde prolificavano di grossi mitili.

Lì vicino c’erano poi i “baffi”; così erano chiamati due enormi cespugli che producevano l’analgeso, un frutto stranamente doppio, composto da due specie di arance saldate, di color bianco neve, che aveva la straordinaria prerogativa di alleviare qualsiasi dolore fisico, che non cresceva in nessun altro luogo del il pianeta. I saggi del borgo dicevano che la forma di quel frutto raro, anzi unico, e magico, ricordava l’otto in orizzontale, simbolo dell’infinito.

Nel borgo si poteva entrare unicamente dopo aver attraversato il ponte levatoio, passando dentro ad un gigantesco portone, ove campeggiavano, vicino alla scritta “POTAMOPOLI”, tre parole incise nel legno di rovere “pace, libertà e uguaglianza”.

Tutti gli abitanti del paese tondo vivevano all’interno delle mura di protezione, dalle quali dipartivano 25 strade che, come raggi di una bicicletta, conducevano ad una gigantesca piazza centrale, anch’essa perfettamente tonda, chiamata da sempre l’Onfalo. Questo era il punto d’incontro di tutte le genti di Potamopoli, qui era ubicato il palazzo del governo, qui c’erano il teatro, l’ospedale, i laboratori artigiani, le trattorie, le scuole, le chiese ed il mercato, e sempre qui si celebravano le tante feste che allietavano la vita della comunità. Le 25 popolazioni che costituivano la gente di Potamopoli, nella storia passata avevano vissuto in contrade separate e talune erano state anche nemiche; poi avevano cominciato ad apprezzare le loro differenze ed ora vivevano in piena armonia come un unico popolo dentro al paese del fiume salato, pur mantenendo le loro tradizioni, le loro caratteristiche culturali, il che rendeva la vita di quel villaggio quanto mai varia e vivace. Anche i viandanti, i commercianti, i pellegrini che si imbattevano nel paese di Potamopoli rimanevano affascinati dalla armonia che regnava in quel luogo: nelle famiglie non c’era una grande ricchezza, anzi, c’era la più grande delle ricchezze: il rispetto per il prossimo; lì tutte le arti erano massimamente diffuse, come pure l’amore per la natura e per le attività sportive e tutti rispettavano la legge. A capo dell’amministrazione c’era il Gran Baffone, che durava in carica sei mesi, per poi lasciare il posto ad un altro governatore “baffuto”, appartenente ad un’ altra delle 25 razze che componevano la popolazione del borgo. In quei sei mesi i capi del governo dovevano per legge avere i baffi in ossequio ai due cespugli di analgeso che costituivano la preziosa particolarità di quel luogo magico.

La vita della comunità, resa ancora più pittoresca dalla presenza di un gran numero di animali di ogni razza, scorreva come sempre tranquilla, ma su quell’angolo di mondo incantato pendeva da tempo l’oscura minaccia di una aggressione da parte del popolo dei Macromuri, uomini enormi dalla faccia di topo che non avevano alcuna voglia di lavorare né di rispettare alcuna legge, né provavano rispetto per qualcosa o per qualcuno; la loro barbarie e la loro crudeltà era nota a tutti i villaggi della zona, spesso depredati e saccheggiati di ogni cosa. Barbari nei modi e negli interessi, vivevano di sole ruberie, di soprusi a danno dei popoli civili ed onesti che abitavano l’intera vallata. Sempre invidiosi della piacevole vita del paese tondo ed attratti dalle miracolose virtù del frutto dell’analgeso, prima o poi avrebbero attaccato quella brava gente, che aveva nel simbolo della città  e nella stessa bandiera che sventolava sul torrione l’immagine di due mani che si stringevano. Un gruppo di una delle 25 razze di Potamopoli, gli inguniti, forti di una vocazione storica allo spionaggio, sotto false sembianze di mercanti itineranti controllava da vicino le mosse dei Macromuri, pronti a dare l’allarme al resto della popolazione.

Intanto i poluniti, altra componente degli abitanti del paese tondo, controllava giorno e notte i fenomeni astrali perché sapevano con certezza che i Macromuri avrebbero attaccato col favore dell’eclisse solare, che si pensava oramai prossima. Una mattina il Gran Baffone, uomo saggio del gruppo dei geruniti ed esperto stratega, decise di convocare il gran consiglio per approntare una strategia di difesa e di salvezza contro l’attacco da parte dei giganti dalla faccia di topo: il giorno dell’attacco bisognava innanzitutto distrarre i giganti, cercare di ridurne le forze, magari facendoli ubriacare, per poi indirizzarli in una zona del fosso dove sarebbe stato versato un liquido magico capace di rimpiccolire per un po’ di tempo, quegli orribili mostri. Solo così sarebbe stato possibile avere la meglio sugli invasori che altrimenti avrebbero saccheggiato il prezioso doppio cespuglio dell’analgeso per poi ridurre in cenere la città, fondata sulla giustizia e sulla pacifica convivenza.

Da quel giorno ognuno dei 25 popoli del borgo cominciò a dedicarsi al proprio compito di difesa: gli irluniti del nord e del sud della loro terra d’origine, esperti chimici, misero a punto il super-riducente, un liquido capace di dimezzare la grandezza di qualunque essere vivente, anche se per un periodo limitato; i più bravi dei danuniti, abili falegnami, si erano messi da tempo al lavoro per costruire delle enormi gabbie dove introdurre i giganti fatti prigionieri; anche gli sveuniti, insuperabili nell’arte di fare nodi, in tempi brevi erano riusciti a preparare delle grosse corde per legare con sicurezza gli aggressori; intanto alcuni dei maestri d’arte beluniti furono impegnati a creare enormi pannelli prospettici, dipinti con figure di mostri e di ostacoli di vario genere che avrebbero contribuito a mettere in difficoltà l’avvicinamento dei terribili Macromuri. Insomma i preparativi fervevano su ogni fronte ma la preoccupazione era tanta; esisteva il serio rischio che quel piccolo mondo fatto di onestà e legalità potesse essere cancellato.

Nel corso di un tranquillo pomeriggio, improvvisamente la minaccia diventò realtà: scattò immediato l’allarme; i veloci slovauniti informarono tutta la popolazione del paese tondo che il giorno dopo ci sarebbe stata l’eclisse solare e probabilmente l’attacco degli invasori. La mattina seguente il sole cominciò pian piano ad oscurarsi e tutto il terreno intorno a Potamopoli prese a vibrare in misura sempre crescente, era il segno che i Macromuri si stavano avvicinando; era il momento di mettere in esecuzione il piano preparato dal Gran Consiglio e che gli sloveuniti avevano riportato in grandi mappe di papiro fino ad allora rimaste segrete. I primi ad entrare in funzione furono gli itauniti, che con canti e balli in un boschetto abbastanza distante dal paese tondo, riuscirono nell’intento di richiamare l’attenzione dei giganti: questi raggiunsero a grandi falcate il luogo degli schiamazzi, prontamente abbandonato dagli artefici della baldoria, e qui non persero l’occasione di trangugiare in misura smodata tutti i vini preparati ad arte dai frauniti, sublimi maestri dell’arte vinicola.

Dopo le libagioni, sebbene infiacchiti, i giganti ebbero la forza di muoversi in direzione dei cespugli sacri, mentre il cielo diventava sempre più scuro ed il sole offriva alla vista oramai solo metà della sua faccia. Bisognava subito allontanare i Macromuri dai “grandi baffi” e fare in modo che essi si dirigessero invece nella parte del fosso riempita di liquido riducente. Erano stati davvero bravi gli uomini più forti dei lituniti, degli estuniti e dei lettuniti, capaci di scaricare, grazie alla loro straordinaria forza fisica, centinaia di ettolitri di liquido magico nel fosso, dove gli olauniti, maestri nel canalizzare le acque, avevano creato uno sbarramento artificiale affinché le acque destinate agli invasori non si disperdessero. Nonostante il buio crescente i giganti erano riusciti a raggiungere i cespugli dell’analgeso, pronti a fare incetta del frutto sacro. Ma a distoglierli

dall’intento ci pensarono gli spauniti, abituati a grandi feste pirotecniche, i quali, con una vera e propria tempesta di fuochi di artificio, colsero di sorpresa gli invasori costringendoli a rinviare il loro progetto e a prendere lo stradone che conduceva alla città. A dirigerli verso la zona del fosso carica di liquido riducente provvidero i finuniti, famosi allevatori di animali, i quali, scatenando tutti i cani del villaggio debitamente addestrati contro i giganti, li costrinsero a tentare l’assalto proprio nella parte del fosso carica di riducente. Appena calati in acqua, i giganti cominciarono ad avere strane sensazioni ed una volta raggiunta la riva opposta, si accorsero di essere diventati omuncoli alti poco più di un metro. A quel punto fu davvero un gioco da ragazzi per ausuniti e lusuniti accerchiare i “piccoli giganti”, legarli e metterli nelle grandi gabbie ad essi destinate.

La battaglia era apparentemente terminata, ma ebbe un seguito interessante: per giorni e giorni ai Macromuri furono spiegati, da parte dei portuniti, poeti e letterati da sempre apprezzati i moduli di vita di Potamopoli; dopo di che furono i cipuniti, esperti di diritto, ad illustrare loro le leggi che governavano il paese tondo mentre i maltuniti si occuparono di far conoscere agli aggressori i valori della pace e della tolleranza. Prima di essere allontanati definitivamente da Potamopoli, accompagnati dai forti unguniti, i Macromuri ricevettero in dono un gran numero di frutti di analgeso, raccolti dai greuniti, esperti di agricoltura e la tavola delle grandi leggi, realizzata dai cecuniti.

La città era salva, l’analgeso era ancora disponibile per tutti, la paura era passata ed i giganti avevano capito la lezione impartita loro da una popolazione unita che aveva fatto della solidarietà e del rispetto le regole fondamentali della loro convivenza.

Per giorni e giorni a Potamopoli ci fu gran festa: la vicinanza tra i popoli, il rispetto, la buona organizzazione avevano vinto ancora…….ed anche i terribili Macromuri si convinsero che era giunto il momento di cambiar vita………