Seleziona la lingua

Italian English French German Greek Portuguese Spanish

Pagina 30 - Rubrica a cura di Eva Bellacicco: “Festa mobile” di Ernest Hemingway PDF Stampa E-mail
Mercoledì 02 Ottobre 2013 14:14

 

Ultimo romanzo del grande scrittore e giornalista statunitense, uscì postumo, ma senza alcune parti “imbarazzanti” per volontà della moglie e, più di recente,  pubblicato in versione integrale per desiderio del  nipote.

Tutta la Rubrica Pagina 30

 

 

“Festa mobile” è l’ultimo romanzo  scritto da Ernest Hemingway poco prima di suicidarsi. Uscì postumo ( ma privato di alcune parti “imbarazzanti”) per volontà della moglie e, più di recente, in versione integrale  per desiderio del  nipote .

La “festa “ è quella consuetudine di vita che caratterizzava   gli  anni che lo scrittore trascorse a Parigi  tra il fra il 1921 ed il 1928 , in un momento culturale e storico esclusivo  e da certi punti di vista molto fortunato.  Tutta questa fortuna si concentrava nel famoso salotto di Gertrude Stein,  scrittrice americana che come tanti altri esponenti della cultura americana in  quegli anni si era trasferita a Parigi,  che raccoglieva pittori  come Pablo Picasso e scrittori come  Ezra Pound, Scott Fitzgerald con la moglie Zelda , ovvero validi esponenti  di  quella “generazione perduta” (a parere della stessa Stein)  unita  dalla passione per il rinnovamento e la sperimentazione,  ma anche per l’avventura  e le  feste ad elevato tasso alcoolico.

“Ern”, è un leone in quegli anni: ha uno slancio vitalistico che lo percorre e lo percuote senza tregua. Deve fare, viaggiare, cacciare, raccontare e stordirsi, tradire, amare e cimentarsi fino allo sfinimento. La vita parigina e i suoi anni lo esigono.

Poi  passa il tempo   e tutto cambia: e quel titano della letteratura mondiale, quel cronista d’assalto, cacciatore, turbine energetico, strafottente e bevitore dopo aver scritto indimenticabili successi  letterari, è in vena di confessioni e con un ultimo colpo di coda  dice cosa ricorda con piacere della propria vita. E così facendo  abbaglia  il lettore con  il ricordo di una quotidianità vissuta  esageratamente  tra bistrot e corse dei cavalli, mossa dal vortice di incontri occasionali, alimentata dal clima culturale eccellente.Lo scrittore e il giornalista d’assalto si fondono tra le righe del romanzo per restituire in ogni sua parte l’atmosfera di quegli anni folli, che vengono annotati e tratteggiati  con una lucida  memoria compiaciuta.

Questo fino alle ultime pagine (o meglio all’ultimo capitolo) dove abbandonata Parigi e con essa  i veloci ritmi narrativi  della prima parte,  la narrazione si raggruma in una densità emotiva pacata ed esausta, e un’improvvisa impennata stilistica, che  restituisce un  Hemingway grande narratore, chiarisce, una  volta per tutte, il senso dell’intero  racconto.

Forse converrebbe cominciare leggere il libro proprio da qui.

 

“Nei tre o quattro anni della nostra amicizia, non ricordo di aver mai sentito Gertrude Stein parlar bene di uno scrittore che non avesse scritto favorevolmente della sua opera o fatto qualcosa per promuovere la sua carriera all'infuori di Ronald Firbank e, più tardi, di Scott Fitzgerald. Quando la incontrai per la prima volta non parlò di Sherwood Anderson come scrittore, ma si espresse con molto entusiasmo su di lui come uomo e sui suoi grandi, bellissimi, caldi occhi italiani e sulla sua gentilezza e il suo fascino. Dei suoi grandi, bellissimi, caldi occhi italiani a me non importava gran che, però mi piacquero moltissimo alcuni suoi racconti. Erano scritti con semplicità e talvolta in modo stupendo da una persona che conosceva la gente di cui parlava e provava per essa un profondo interesse. La signorina Stein non voleva parlare dei suoi racconti ma sempre di lui come uomo.

«E i suoi romanzi?» le domandai. Non voleva parlare delle opere di Anderson più di quanto volesse parlare di Joyce. Se avessi richiamato due volte l'attenzione su Joyce, non saresti più stato invitato. Era come parlar bene di un generale a un altro generale. Imparavi a non farlo più la prima volta che commettevi l'errore. Però potevi sempre parlare di un generale che fosse stato battuto dal generale al quale stavi parlando. Il generale al quale stavi parlando avrebbe ampiamente lodato il generale battuto e sarebbe subito entrato nei particolari spiegandoti per filo e per segno come lo aveva battuto.

I racconti di Anderson erano troppo belli per costituire un efficace argomento di conversazione. Ero pronto a dire alla signorina Stein che trovavo stranamente mediocri i suoi romanzi, ma anche questa sarebbe stata una mossa infelice perché equivaleva a criticare uno dei suoi più fedeli sostenitori. Quando infine egli scrisse un romanzo intitolato Riso nero, talmente brutto, sciocco e affettato che non riuscii a trattenermi dal criticarlo in una parodia, la signorina Stein s'irritò moltissimo. Avevo attaccato una persona che faceva parte del suo apparato. Ma per un pezzo, prima di allora, non s'irritò.

Anche lei cominciò a lodare smaccatamente Sherwood solo dopo che lui non ebbe più niente da dire come scrittore.

Ce l'aveva con Ezra Pound perché si era seduto troppo in fretta in una poltrona piccola, fragile e indubbiamente scomoda, che con tutta probabilità gli era stata offerta di proposito, e l'aveva fracassata o comunque rotta. Il fatto che fosse un grande poeta e un

uomo gentile e generoso e che avrebbe potuto sedersi tranquillamente su una poltrona di dimensioni normali non era preso in considerazione. Le ragioni della sua antipatia per Ezra, abilmente e maliziosamente esposte, furono inventate anni dopo.

Fu al ritorno dal Canada - quando abitavamo in rue Notre-Dame-des-Champs e la signorina Stein e io eravamo ancora ottimi amici - che la signorina Stein fece la famosa osservazione sulla generazione perduta. L'accensione della vecchia Ford modello T che pilotava allora non funzionava bene e il giovanotto che lavorava nel garage e aveva passato sotto le armi l'ultimo anno di guerra non l'aveva riparata a dovere, o forse non aveva dato alla Ford della signorina Stein la precedenza sugli altri veicoli. In ogni caso si era dimostrato poco sérieux ed era stato severamente ammonito dal patron del garage dopo le proteste della signorina Stein. Il patron gli aveva detto: «Siete tutti una generation perdue».

«Ecco che cosa siete. Ecco che cosa siete, voialtri» disse la signorina Stein. «Tutti voi giovani che avete fatto la guerra. Siete una generazione perduta.» «Davvero?» dissi. «Sì» insistè lei. «Non avete rispetto per niente e per nessuno. Vi rovinate la salute a furia di bere...»

«Era ubriaco il giovane meccanico?» chiesi. «Ma no.» «Mi ha mai visto ubriaco, lei?» «No. Ma i tuoi amici si ubriacano.» «Anche a me è capitato di ubriacarmi» dissi. «Ma non vengo qui ubriaco.» «D'accordo. Non ho detto questo.» «Probabilmente il patron del ragazzo era ubriaco alle undici del mattino» dissi. «Ecco perché inventa delle frasi così belle.» «Non discutere con me, Hemingway» disse la signorina Stein. «Non serve a niente. Siete tutti una generazione perduta, proprio come ha detto il padrone del garage.»

Qualche tempo dopo quando scrissi il mio primo romanzo cercai di raffrontare la citazione del garagista fatta dalla signorina Stein con un'altra tratta dall'Ecclesiaste. Ma quella sera tornando a casa a piedi pensai al ragazzo del garage e mi chiesi se fosse mai stato caricato su uno di quei veicoli quando furono trasformati in ambulanze che si bruciavano i freni quando si scendeva per le strade di montagna con un carico di feriti e si frenava in prima e poi quando si usava la marcia indietro; ricordo che le ultime ambulanze furono condotte vuote sul versante della montagna, per poter essere sostituite da grosse Fiat munite di un buon cambio e di freni a disco. Pensai alla signorina Stein e a Sherwood Anderson e all'egotismo e alla pigrizia mentale contro la disciplina e pensai: chi ci chiama una generazione perduta? Poi mentre arrivavo alla Closerie des Lilàs con la luce sul mio vecchio amico, la statua del Maresciallo Ney con la sciabola sguainata e l'ombra degli alberi sul bronzo, e lui là solo e nessuno alle sue spalle, e al disastro che aveva combinato a Waterloo, pensai che tutte le generazioni erano perdute da qualche cosa e lo erano sempre state e sempre lo sarebbero state e mi fermai alla Closerie des Lilas per tener compagnia alla statua e bevvi una birra fredda prima di andare a casa nell'appartamento sopra la segheria. Ma sedendo là con la birra, mentre guardavo la statua e ricordavo quanti giorni Ney aveva combattuto, personalmente, con la retroguardia durante la ritirata da Mosca che Napoleone aveva fatto in carrozza con Caulaincourt, pensai che la signorina Stein era stata tanto cordiale e affettuosa e aveva parlato bene di Apollinaire e della sua morte il giorno dell'Armistizio nel 1918 con la folla che urlava "à bas Guillaume" e Apollinaire convinto nel suo delirio che ce l'avessero con lui, e pensai : farò del mio meglio, il più a lungo possibile, per servirla e fare in modo che le sia resa giustizia per il buon lavoro che ha fatto, con l'aiuto di Dio e di Mike Ney.

Ma al diavolo le sue chiacchiere sulla generazione perduta e tutte quelle comode, sporche etichette. Quando arrivai a casa e attraversai il cortile e salii le scale e vidi mia moglie e mio figlio e il suo gatto, F. Puss, tutti felici e un bel fuoco nel caminetto, dissi a mia moglie : «Sai, Gertrude è simpatica, tutto sommato». «Ma certo, Tatie.» «Però a volte dice un mucchio di stupidaggini.» «Io non la sento mai» disse lei. «Sono una moglie. È la sua amica che parla con me.»

 

LA RUBRICA PAGINA 30

 

Condividi l'articolo su...

FacebookMySpaceTwitterDiggGoogle BookmarksRedditNewsvineTechnoratiLinkedinMixx

Multimedia

Seguici anche su...

Banner
©Comirap 2012. Direttore editoriale Alberto Bordi, Webmaster Massimo Geria