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Pagina 30. Rubrica a cura di Eva Bellacicco. Geoff Dyer “Natura morta con custodia di sax” PDF Stampa E-mail
Mercoledì 06 Novembre 2013 10:32

 

Se in un buon libro si trovano citati musicisti come Lester Young, Thelonius Monk, Bud Powell, Ben Webster, Charles Mingus, Chet Baker, Art Pepper, nonchè Duke Ellington e Harry Carney, se ne può essere sicuri: si parla  di jazz, di ottimo jazz.

 

Sono loro,  la loro musica e quella “blue note”sospesa  e densa di malinconia, i protagonisti di “Natura morta con custodia di sax”  il romanzo  pubblicato  in Italia nel 1993  ( ed oggi riedito)  dall’allora già  promettente giornalista britannico Geoff  Dyer , appassionato di musica e fotografia. E quanto ami quest’ultima   si capisce perfettamente nella prima parte del libro,  perché il ritratto di ognuno di quei  musicisti possiede l’intensità  dell’obiettivo  di Leonard Helmann , è esauriente come  un ritratto di Irving Penn e oscilla  tra la  testimonianza  e l’immaginazione.

E così che Drey racconta quelle vite  vissute  tra  leggenda e realtà, che non si fermano  sul ciglio di un burrone e che dalla violenza di strada, dalla solitudine del carcere e dalla familiarità con  alcool e droga sul palco e dietro le quinte, tra la luce del giorno e quella della notte,  traggono il ritmo delle note della musica più stramba del mondo.

Caratterizzata da una cadenza  concitata  e oscillante   proprio come la musica di cui racconta, la prosa di Geoff Drey  descrive in   brevi racconti autonomi la quotidianità e l’eccezionalità di quelle vite , infilandoci qua e là  una “improvvisazione”, ovvero lasciando che il plausibile faccia scivolare il lettore da una verità ad un’altra.

La seconda parte, arricchita da una minuziosa discografia,  racconta  cosa sia stato quel fremito reciproco che ha contagiato spettatori ed esecutori, quale sia  il suo presente e quanta immortalità ci sia nel suo futuro.

 

“Durante gli assolo degli altri lui si alzava e faceva la sua danza: Iniziava in sordina, battendo un piede, schioccando le dita, quindi sollevava le ginocchia  e i gomiti, ruotando e scuotendo il capo, vagando in tutte le direzioni a braccia spalancate. Pareva sempre sul punto di cadere. Girava e girava su se stesso, fino a barcollare verso il piano, ebbro d’intensità. La gente rideva quando lui ballava , e il riso era la reazione più ben appropriata di fronte a quel suo dondolare qua e là come un orso al suo primo assaggio di alcol: Era un tipo buffo, la sua musica era buffa, e quasi tutto quello che diceva era per scherzo, anche se non parlava molto. Ballare era per lui un modo di dirigere, di trovare la sua strada nella musica: Doveva trovare in un motivo fino a farlo diventare parte di sé, doveva interiorizzarlo, penetrarvi lui stesso come un trapano nel legno. Una volta che era riuscito a seppellirsi nel brano, che lo aveva sviscerato da cima a fondo, solo allora poteva suonarci intorno, mai dentro. E tuttavia nella musica sua musica metteva sempre quell’intimità e quella sincerità che gli venivano dall’essere giunto al cuore, perché lui ormai ne faceva parte. Non suonava intorno a una linea  melodica, suonava intorno a se stesso.

-          Qual è lo scopo della sua danza, signor Monk? Perché lo fa?

-          Stanco di star seduto al piano.

Monk bisognava vederlo, per ascoltare veramente la sua musica. Lo strumento più importante  del             gruppo – qualunque  fosse la formazione – era il suo corpo. Lui in realtà non suonava il pianoforte.       Il corpo era il suo strumento, e il piano era soltanto il mezzo per far uscire la musica dal suo corpo,          alla velocità e nella quanittà che desiderava. Cancellando via tutto, eccetto la sua figura, si sarebbe       potuto pensare  che stesse suonando la batteria, con un piede che andava su e giù sul charleston, e le braccia che si rincorrevano l’una sull’altra. E il suo corpo che riempie tutte le pause della musica; a non vederlo, si ha sempre l’impressione che manchi qualcosa: ma quando ce l’hai davanti, anche un     assolo al piano acquista il suono pieno di un quartetto. L’occhio sente quel che sfugge all’orecchio. Qualsiasi cosa facesse sembrava quella giusta. Si cercava il fazzoletto in tasca, lo tirava fuori e suonava con il fazzoletto fra le dita, proprio con la stessa mano, come per asciugare le note che gocciolavano dai tasti. Poi se lo passava in faccia, sempre continuando la melodia con l’altra mano, quasi che per lui suonare fosse facile come soffiarsi il naso.

-          Signor Monk, che cosa pensa degli ottantotto tasti del pianoforte?  Sono troppi o troppo pochi?

-          Già è dura abbastanza suonare quegli ottantotto.”

 

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