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Auguri di buone feste a tutti i nostri lettori PDF Stampa E-mail
Giovedì 26 Dicembre 2019 08:19

 

 

E per regalo l'etimologia dei termini maggiormente utilizzati durante le feste di Natale. Tra spirito religioso e comportamenti prosaici, lo studio delle parole natalizie riserva sicuramente qualche sorpresa, a cominciare dagli …auguri

 

 

 

 

 

Il termine “auguri”, abusato in occasione delle feste di natale, sparato a raffica anche nei confronti delle persone meno gradite e meno significative, trova origine nella latinità e nello specifico nel verbo “augere” che significa crescere. Facendo gli auguri quindi si auspica un futuro di crescita, in tutti i sensi. Altri lo ritengono connesso ad “avis gurium” il volo degli uccelli attentamente interpretato dagli indovini fin dall’antichità.

In occasione delle feste si beve e si brinda in allegria  ed ecco allora il classico  cin cin. Questa gioiosa e musicale espressione costituisce l’adattamento fonetico italiano della locuzione inglese chinchin, la quale, a sua  volta,  è la variante pechinese “ch’ing ch’ing” del cinese “ts’ing ts’ing” . Si tratta  di una espressione di invito, di cortese perghiera, tipica di questo popolo, presso il quale la ripetizione accentua il tono ossequioso, un po’ come quando noi diciamo “prego prego”. La traduzione più vicina al cin cin è “alla salute” e per tutto il secolo scorso  fu di ampio uso  tra i marinai inglesi e solamente con la prima guerra mondiale tale augurio divenne diffusa ovunque, divenendo formula internazionale di brindisi. Nel  dizionario inglese Oxford la voce chin chin viene registrata come formula di saluto. Bicchieri che si toccano in funzione dell’immancabile brindisi. Prima del cinquecento tale rituale non  era indicato col termine di brindisi. L’Aretino ci racconta, nei suo Ragionamenti (1534) che, durante un banchetto, i convitati imitarono i tedeschi con il “brindisi” e questo è confermato da monsignor Della Casa nel suo Galateo (1558). La voce “brindisi” si rifà, foneticamente,  ad una formula usata  nelle loro frequenti e consistenti bevute dai Lanzichenecchi, che nel XVI e XVII secolo imperversavano nel nostro territorio. Levando il bicchiere, ad ogni bevuta,  questi usavano rivolgersi ai compagni pronunciando la frase  “bring dir’s’ “, alla lettera “lo porto, lo levo a te”, sottindendo il bicchiere, come augurio di buona salute. L’augurio ebbe così tanta fortuna che influenzò anche le soldatesche spagnole che scorrazzavano sull’intero suolo italiano, tanta da coniare, dopo “brindisi” anche il verbo “brindare”.

Presepe. Il termine deriva dal latino praesaepe, composto da prae = innanzi e saepes = recinto, ossia  luogo che ha davanti un recinto, quindi una greppia, ove si custodiscono ovini e caprini, una mangiatoia, quella in cui è nato Gesù. L’epifania invece va ricondotta  Il termine, dal verbo greco epi-fanio (manifestare), veniva utilizzato dai greci per indicare l'azione o la manifestazione di una divinità, mediante miracoli, visioni, segni, compresa  l'adorazione da parte dei Re Magi. La befana, l’adorata vecchietta che porta i regali ai bambini deriva il suo nome dalla corruzione lessicale proprio della parola epifania.  La storia del panettone è un po’ controversa. Si racconta che il cuoco al servizio di Ludovico il Moro, incaricato di preparare un sontuoso pranzo di Natale, avesse dimenticato il dolce nel forno, finendo  nella disperazione più acuta. A quel punto,  Toni, un piccolo sguattero, propose la  soluzione di utilizzare quanto fosse disponibile in dispensa: un po' di farina, burro, uova, della scorza di cedro e qualche uvetta.  Il dolce così preparato rese  entusiasti tutti gli invitati e al duca, che voleva conoscere il nome di quella prelibatezza, il cuoco rivelò il segreto: «L'è 'l pan del Toni». Da allora è il "pane di Toni", ossia il "panettone".

Torrone. Dal verbo latino terrere (pestare, tritare) o torrere (tostare). Per altri turròn" è un termine spagnolo alquanto discusso e secondo le tesi degli studiosi iberici il torrone sarebbe ad ogni modo di derivazione araba. L'inizio della produzione di torroni tradizionali in Spagna si fa risalire al XVI secolo. Tombola: il gioco di mera fortuna per eccellenza va ricondotto alla parola “tumulo”, che è sinonimo di mucchio, per lo più di terra. Il verbo “tumeo” in latino significa “essere gonfio”, da cui anche “tumefazione”. Il mucchio di terra era utilizzato nel lontano passato per ricoprire i morti. Questo tumulo (tombolo), nella tombola, potrebbe avere a che fare con il “mucchio” di numeri che vengono estratti in vista di approdare alle combinazioni vincenti di ambo, terno etc.

Strenna. Era il regalo che i Romani usavano fare all’imperatore, ai potenti, ai padroni (da parte dei servi)  in occasione delle calende di gennaio; alcuni ritengono che i doni fossero abbelliti da ramoscelli presi nel bosco dedicato a Strenua, divinità della forza. Santa Claus. Siamo abituati a nominare Babbo Natale anche come Santa Claus, il termine in cui è maggiormente conosciuto a tutte le latitudini, soprattutto nei paesi anglosassoni, immaginandolo su una slitta trainata da renne carica di doni, che percorre le vallate nevose del polo nord. Ebbene tutte le versioni del Babbo Natale moderno derivano dallo stesso personaggio storico: il vescovo, poi divenuto anche santo, san Nicola di Bari, di cui si racconta che ritrovò e riportò in vita cinque fanciulli che erano stati rapiti e uccisi da un oste e che per questo fu da allora considerato il protettore dei bimbi. Cometa. In greco “come”, significa chioma, ripreso poi dal latino “coma” e si riferisce alla “chioma”, alla coda delle stelle composta prevalentemente da ghiaccio. Sembra che i re Magi, esperti di astrologia, seguissero una stella cometa per raggiungere la capanna della natività. Magi è la traslitterazione del termine greco magoi, riferito specificamente ai sacerdoti dello zoroastrismo tipici dell’Impero persiano. Stando a quanto scritto da Ludovico di Sassonia nel suo Vita Christi i tre re pagani vennero chiamati Magi non perché fossero versati nelle arti magiche, ma per la loro grande competenza nella disciplina dell’astrologia.

Vischio. Viscum album è il suo nome scientifico. Si tratta di  una pianta sempreverde epifita, emiparassita di numerosi alberi, soprattutto a foglia larga come  pioppi, querce, tigli, olmi, noci, meli, ma anche sulle conifere.  Se ne può notare la presenza specialmente in inverno, quando i suoi cespugli piantati nei tronchi sono evidenziati dalla perdita delle foglie della pianta che li ospita. Al vischio sono riconducibili leggende e tradizioni molto antiche: per le popolazioni celtiche, che lo chiamavano oloaiacet, era, assieme alla quercia, considerato pianta sacra e dono degli dei; secondo una leggenda nordica teneva lontane disgrazie e malattie; continua in molti paesi a essere considerato simbolo di buon augurio: diffusa è infatti l'usanza, originaria dei paesi scandinavi, di salutare l'arrivo del nuovo anno baciandosi sotto uno dei suoi rami.

Il nome capitone viene usato per gli esemplari femmina dell’anguilla (da “anguis” serpe) che raggiungono grandi dimensioni, un metro, un metro e mezzo circa di lunghezza ed oltre  6 chilogrammi di peso. Il nome deriva dalla grande testa (caput capitis in latino) che caratterizza le femmine. I maschi rimangono più piccoli, non superano i 60cm di lunghezza e i 200 grammi di peso. Anticamente, si credeva che proprio per la sua somiglianza con il serpente, simbolo del demonio, mangiare il capitone fosse un modo per allontanare il male e lo si faceva di solito durante il periodo natalizio per propiziarsi un nuovo anno felice e sereno, tradizione tutt'oggi rimasta viva in molte regioni italiane, tra le quali il Lazio.

 
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