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Il racconto "IL MONUMENTO" di Matteo Caporioni vince la Seconda edizione del concorso letterario: “Alla memoria dei Vigili del Fuoco caduti in servizio” PDF Stampa E-mail
Lunedì 20 Dicembre 2021 14:13

 

La cerimonia di premiazione si è svolta mercoledì 15 dicembre 2021 presso l'aula magna "Giorgio Mazzini" dell'Istituto Superiore Antincendi in via del Commercio 13 in Roma. La cerimonia di premiazione

 

 

Nel corso della cerimonia di premiazione è stata presentata l'antologia del premio, intitolata "Oltre il confine della paura, trentatre storie di resilienza", una raccolta dei migliori racconti presentati in questa edizione del premio.

Motivazione del primo classificato

Il premio è stato conferito per la peculiare originalità del racconto che vede soggetto narratore e protagonista un monumento, sì proprio un monumento, dedicato ad un vigile del fuoco, mirabile esempio di coraggio e abnegazione che gli costò la vita in una impegnativa operazione di salvataggio di spettatori, messi in grave pericolo da un improvviso incendio in un teatro.

La sequenza degli eventi, dei pensieri e delle emozioni, intrisa della paura e del coraggio di un vigile del fuoco addetto alla sicurezza della rappresentazione teatrale, è narrata con ritmi intensi, incalzanti, degni di un film d'azione, con un passaggio estremamente rapido da una situazione di ordinaria sicurezza ad un tragico scenario di un "teatro che brucia, simile ad una nave che affonda".

In tale contesto, alla strategia operativa, necessaria a fronteggiare una situazione di pericolo collettivo, si accompagna la dimensione umana, ragionevole ed intimistica di chi ha scelto "un mestiere prestigioso, un lavoro per gente tosta, dove c'è da sfidare il fuoco e salvare le persone", come si legge testualmente nel racconto.

Quell'uomo, quell'eroe, quel "pompiere",  protagonista  dell'episodio raccontato, purtroppo non c'è più, ma c'è un bel monumento in una piazza cittadina, tra colombelle in volo e bambini che giocano, a ricordare quello che hanno fatto, in un glorioso passato, che fanno ogni giorno senza clamore e che faranno  anche domani, al servizio della collettività, i nostri amati vigili del fuoco (Alberto Bordi).

La cerimonia di premiazione

 

Il MONUMENTO di MATTEO CAPORIONI

Venite colombelle! non esitate, posatevi amiche mie, c’è posto

per tutte: sulle spalle, sulla testa, sul mio braccio proteso

in avanti, che mannaggia non riesco a metterlo giù, vorrei

tanto poterlo riposare un po’. Eh... beate voi, che potete

volare. Se fossi stato capace di volare anch’io ora non mi

troverei qui, a guardare sempre nello stesso punto, a farmi

cucinare dal sole e sferzare dal vento e dalla pioggia. Se

almeno nevicasse qualche volta, è così bella la neve. Il

monumento mi hanno fatto, a me, che nemmeno lo volevo fare

tanto il pompiere. Lo sono diventato così, quasi per caso,

avevo bisogno di un lavoro, uno qualsiasi, per vivere. Certo mi

era sembrato allettante: si trattava di un mestiere

prestigioso, un lavoro per gente tosta, c’era da sfidare il

fuoco, salvare le persone. E’ stato quando ho iniziato ad

addestrarmi che ha cominciato a piacermi sul serio: non era per

niente male forgiare il proprio corpo con l’attività fisica,

utilizzare quelle attrezzature sofisticate, pilotare quegli

stupendi veicoli. Poi, dopo aver preso servizio effettivo, ho

iniziato a provare quella sensazione di appagamento e

soddisfazione che si sente quando la sorte degli altri può

dipendere dalle tue azioni. Di contro, la sofferenza e la

disperazione delle persone colpite da ogni sorta di disgrazia,

dai piccoli eventi avversi fino alle più strazianti tragedie,

provocavano in me una profonda angoscia. Con lo scorrere del

tempo, anche un impiego così particolare non ha potuto

sottrarsi alla legge che conduce inevitabilmente qualsiasi

lavoro a diventare, nel bene e nel male, un’abitudine. Così

tutto ha iniziato a susseguirsi con una certa regolarità: la

vita di caserma, gli incidenti stradali, gli interventi della

più svariata natura e rilevanza, le calamità naturali e,

naturalmente, gli incendi, quelli piccoli, ma anche quelli

grandi, molto grandi. Ricordo che che mentre l’autopompa

correva a sirene spiegate verso un incendio avevo una paura del

demonio. Per fronteggiarla pensavo ai fanti della Grande guerra

di cui mi parlava mio nonno quando ero bambino, quando

balzavano fuori dalle trincee consapevoli di andarsi a

sfracellare contro il fuoco delle mitragliatrici nemiche. Mi

chiedevo se in situazioni del genere parlare di paura avesse

ancora un senso, o se si trattasse di qualcosa che andava oltre

la paura stessa, verso una dimensione intimamente

imperscrutabile, talmente prossima alla morte da confondersi

con essa. Nel frattempo si arrivava sul posto e la paura

scompariva quasi del tutto, travolta dalla necessità di agire

in fretta e bene. La gente guardava a noi pompieri con

riconoscenza e profondo rispetto, questo mi faceva provare un

certo imbarazzo, mi sentivo a disagio nei panni del superuomo,

del presunto eroe, in fondo stavo solo facendo ne più ne meno

che il mio lavoro, quello per il quale venivo pagato a fine

mese come qualsiasi altro lavoratore. Poi c’erano le vigilanze

antincendio nei locali di pubblico spettacolo: teatri, mostre,

fiere, concerti e rappresentazioni di ogni genere. Svolgere

quel tipo di attività mi piaceva veramente tanto. Se non avessi

fatto il pompiere non avrei mai avuto l’opportunità di

assistere a cotanta meraviglia. Il teatro era il mio preferito.

Mi presentavo con l’uniforme impeccabile, e una volta eseguiti

i controlli con scrupolosa dedizione, prendevo posizione

assumendo una postura dignitosa e composta, vagamente marziale,

e finalmente, mi godevo lo spettacolo. L’opera mi faceva

impazzire: era tutto così magico, tutto così, come dire...

straripante di sentimento. A volte faticavo a trattenere le

lacrime. C’erano i soprani: quelle donne invariabilmente

innamorate e tradite che alla fine morivano sempre. Violetta,

Aida, Carmen e la Tosca, con quel Mario Cavaradossi che canta

“...l’ora e fuggita e muoio disperato...” non mi stancavo mai

di ascoltarla. E’ stata una di quelle sere che è successo. Me

ne stavo lì in galleria, all’estremità sud del corridoio a

ferro di cavallo presso una di quelle posizioni per solo

ascolto a godermi rapito il Requiem di Mozart. Di fronte a me

sedevano due coppie di anziani, beatamente abbandonati a quelle

note di straordinaria bellezza. All’improvviso una forte

esplosione ha spezzato l’incanto. Le grida, il buio, il fumo,

le fiamme; una confusione indescrivibile. Dopo i primi attimi

di stupore e stordimento ho iniziato a guardarmi attorno ed ho

incontrato gli sguardi dei quattro anziani, erano tutti rivolti

verso di me. Quegli occhi sgranati, intrisi di puro terrore,

sembravano supplicarmi di dare un senso a ciò che stava

accadendo. Mi sono rivolto a loro cercando di tranquillizzarli,

gli ho detto che li avrei guidati fuori da quell’inferno e che

i mie colleghi sarebbero presto giunti in forze a risolvere la

situazione. Abbiamo iniziato a percorrere il corridoio invaso

da un fumo sottile, illuminato dal tenue bagliore delle luci

d’emergenza. Aperta la porta che dava sulla scalinata ho dovuto

constatare che quella via non era percorribile: il fumo nella

rampa era troppo denso, evidentemente l’evacuatore si era

bloccato e non lo faceva defluire. Mi sono voltato verso i

quattro e gli ho sorriso cercando di nascondere la mia

preoccupazione. I due signori si occupavano amorevolmente delle

loro compagne sussurrandogli parole di conforto e

rassicurazione. Avrei voluto prendermi cura di ognuno di loro

con quella stessa passione, ma le cose si stavano mettendo

male: eravamo bloccati in quel corridoio dove fumo e calore

aumentavano rapidamente. Sentivo dentro di me la paura dilagare

come una melma scura e vischiosa. Non era la solita paura,

quella che normalmente si prova di fronte al pericolo, si

trattava di qualcosa di diverso, qualcosa di più sottile, più

profondo: era la paura di non essere all’altezza, di deludere

quelle persone fragili e indifese che vedevano in me l’unica

possibilità di salvezza. Ho chiuso per un attimo gli occhi, ho

aspettato il fischio dell’ufficiale, e sono saltato fuori dalla

trincea. Riaperti gli occhi mi sono imposto di sgombrare la

mente per lasciare tutto lo spazio necessario alla ricerca di

una possibile soluzione. Ma certo! Ora ricordavo: in fondo al

corridoio attraverso una porticina si accedeva ad un vano da

cui una scaletta verticale portava al ballatoio sopra il

palcoscenico. Quella era la via. Una delle signore non era in

grado di salire da sola, allora me la sono caricata sulle

spalle “alla pompieristica”, una tecnica che avevo imparato al

corso. Nel farlo ho cercato di usare la massima delicatezza per

non offendere il pudore di quel corpo sottile e leggero, lei ha

lasciato fare passivamente, manifestando una totale fiducia. Il

ballatoio sopra le scene, con le sue passerelle di legno

scricchiolante e le sue funi di canapa odorosa di muffa mi

aveva sempre fatto pensare al ponte di un bastimento. Ora ero

lì, che mi arrampicavo con un’anima sulle spalle su quei pioli

come fossero le griselle tra le sartie dell’albero di un

veliero. Un teatro che brucia è come una nave che affonda, mi

sono detto. Per qualche ragione là non c’era ancora molto fumo,

ma il palcoscenico era in fiamme e bisognava trovare al più

presto una via di fuga, era necessario cercare in qualche modo

di uscire all’esterno. Scendere ai piani inferiori era

impossibile. Tuttavia da dove ci trovavamo si poteva

raggiungere il tetto, e una volta sul tetto sarebbe stato

ragionevole sperare che le squadre di soccorso ci portassero in

salvo da lì. Ancora una scala, una botola, e finalmente eravamo

fuori. Ci siamo messi a percorrere il camminamento perimetrale

del tetto, colonne di fumo si sprigionavano un po' dappertutto,

di tanto in tanto mi fermavo per guardarmi attorno, finchè a un

certo punto ho visto ciò che tanto speravamo di vedere: una

squadra di pompieri era riuscita ad appoggiare una scala sotto

il parapetto del camminamento. Occorreva ancora uno sforzo: una

alla volta ho aiutato quelle persone ormai stremate a

scavalcare il parapetto e poggiare i piedi sulla scala dove i

colleghi erano pronti a riceverli. Era fatta, erano tutti in

salvo. Almeno fino a quel momento ero stato in grado di

compiere con zelo ed efficacia il mio dovere, potevo essere

orgoglioso. Non saprei dire se siano state più la stanchezza o

quel pizzico di euforia dato dalla riuscita dell’impresa a

farmi perdere la concentrazione e scavalcare quel parapetto con

troppa leggerezza. Un piede in fallo, la mano che non ha ancora

agguantato il corrimano e sono caduto nel vuoto. L’ultima cosa

a cui ho pensato mentre precipitavo è stata la Tosca, gettatasi

per amore dalle mura di Castel Sant’Angelo. E ore eccomi qui:

al centro di questa piazzetta. Do ospitalità agli uccelli e

guardo le persone che mi passano davanti. Mi piacciono

sopratutto i bambini che giocano e le coppiette di innamorati.

Sul piedistallo che mi sostiene c’è una targa, dev’esserci

scritto qualcosa tipo “...esempio di coraggio e abnegazione. A

futura memoria...” E pensare che nemmeno lo volevo fare tanto

il pompiere.

 
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