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I filosofi e i personaggi presenti nella "Scuola di Atene" di Raffaello. Di A. A. Bordi PDF Stampa E-mail
Domenica 06 Dicembre 2020 13:35

 

In uno scenario prospettico particolarmente attraente, sono cinquantotto  le figure rappresentate, non sempre di facile identificazione; filosofi, matematici  e  personaggi del lontano passato, talvolta con le sembianze di contemporanei dell'artista.

La scuola di Atene di Raffaello Sanzio

La bellezza e la geniale prospettiva della Scuola di Atene,  stupendo affresco di Raffaello Sanzio, realizzato nella Stanza della Segnatura in Vaticano tra il 1509 e il 1511, si accompagnano alla originale peculiarità di presentare a chi guarda una panoramica dei protagonisti della filosofia greca del passato, quella che ha tracciato le linee portanti anche del pensiero dei secoli successivi fino ad oggi. La triade dei filosofici che hanno affrontato le istanze fondamentali dell'umana esistenza in modo sistematico, sono nella parte centrale del dipinto, nè poteva essere altrimenti, tutti barbuti (barba facit philosophum?). Mentre Platone (molto somigliante a Leonardo da Vinci) ed Aristotele parlano tra di loro, magari del "mondo delle idee" o del Demiurgo, Socrate, libero dalla fastidiosa moglie Santippe, si vede di profilo, più distanziato a sinistra, riconoscibile per la tunica verde, accanto al suo allievo Eschine, ricordato per i dialoghi socratici. Platone ha in mano il Timeo mentre Aristotele, che ha le sembianze di Bastiano da Sangallo, ha in mano l'Etica e indica con la mano la terra quasi ad enfatizzare il principio razionalista, cardine della sua concezione filosofica. Gli esperti di cosmogonia sono sul lato destro dell'affresco. Due di loro reggono in mano un globo terracqueo, Zoroastro in assetto frontale, Tolomeo invece posizionato di spalle all'osservatore. Nella parte alta, a destra, dello scenario, c'è il carismatico Alcibiade, protagonista della scena politica ateniese alla fine del V secolo e geniale stratega, capace di esercitare un grande fascino nella sua gente, Socrate compreso. E' rappresentato con una spada e molti pensano che si tratti invece di Alessandro Magno. Seduto sul gradino più basso è seduto Eraclito di Efeso, quello del "panta rei" (tutto scorre) che ricorda nelle sembianze Michelangelo; è affiancato da Parmenide - pensatore  della scuola di Elea - che ha un piede posato su un blocco marmoreo. Gli è vicina una figura quasi efebica, probabilmente quel Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino e nipote del papa Giulio II, cui forse Raffaello doveva una qualche riconoscenza. Sempre in primo piano, sulla sinistra, c'è Pitagora intento a scrivere...forse il suo celebre teorema. Dietro di lui, incuriosito, c'è Averroè, con il turbante, baffuto ma senza barba; il vecchio che prende appunti, potrebbe essere Boezio o Anassimandro oppure Empedocle.

Sul lato sinistro dell'affresco, in buona evidenza, si nota Epicuro di Samo, atomista e  fautore del pensiero che accomuna bene e piacere, un concetto presente anche nel terzo millennio, anche se spesso travisato ed integrato di ulteriori componenti (carpe diem). Alle sue spalle è raffigurato un Federico Gonzaga fanciullo.

Accanto al bambino che sorregge il libro che Epicuro sta leggendo, c'è Zenone, altro presocratico, il sostenitore, attraverso i famosi Paradossi, della impossibilità della molteplicità e del moto, nonostante le apparenze riscontrabili nella vita quotidiana. Al centro della scena, poggiato sul secondo gradino, figura Diogene, detto il cinico, il filosofo che dormiva in una botte, non a caso rappresentato in un vestiario "essenziale". Il personaggio che, sulla destra, disegna su una lavagna utilizzando il compasso potrebbe essere Archimede oppure Euclide, che richiama la fisionomia del Bramante. Il personaggio ritratto all’estrema destra, con il berretto nero è Raffaello, che in questo modo ha voluto autocelebrarsi, infilandosi nell'alveo della filosofia che conta.  Il gruppo alla destra di Aristotele è di più difficile interpretazione. La persona in rosso, potrebbe essere Plotino, il neoplatonico. Si ricorda che l'opera fu commissionata all'Urbinate da papa Giulio II, deciso ad utilizzare le stanze al piano superiore di quelle del suo predecessore, previa nuova decorazione delle stesse e rimozione degli affreschi preesistenti. Sono definite stanze della signatura perchè in esse si insediò, non appena ultimate,  il Tribunale della "Signatura Gratiae et Iustitiae".

 
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